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  • Giovedì 23 Aprile 2026

Fotografia: oltre lo scatto, a Brescia la "latografia" di Mario Flores accende Gare 82

L’artista concepisce le immagini come un’esperienza che si dispiega nel tempo. Non sono una semplice raccolta di scorci, ma permanenza nei luoghi.

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di Paola Pucciatti

La galleria d’arte Gare 82, in Via Villa Glori 5, a Brescia, ospita la mostra “Il tempo dell’immagine con opere di Mario Flores, visitabile fino al 16 maggio 2026.

 

L’artista nasce nel mondo della musica, collaborando con grandi artisti italiani e internazionali. Negli anni ’90 si avvicina alla fotografia pubblicitaria, mantenendo viva la passione per l’arte. Nel 2020 avvia un percorso di ricerca e sperimentazione per dare nuova profondità alle immagini scattate durante i suoi viaggi in Italia e nel mondo.

 

Nel lavoro di Mario Flores l’immagine è concepita come un’esperienza che si dispiega nel tempo.

 

Le immagini arrivano da viaggi e da attraversamenti reali. Non sono una semplice raccolta di scorci, ma permanenza nei luoghi. Si ha la sensazione che certe inquadrature non siano state “prese”, ma lasciate sedimentare. C’è un momento, davanti alle immagini di Mario Flores, in cui non è chiaro se e dove fermarsi. Lo sguardo è attratto da un dettaglio e subito dopo invece scivola altrove, ma non è una perdita di orientamento.

 

Seguendo la tecnica che Valerio Dehò ha battezzato Latografia, l’immagine viene ripresa, scomposta e ricostruita in post-produzione. I piani slittano, le distanze si alterano, alcune parti sembrano trattenere una coerenza, altre si sottraggono. Quello che ne risulta è qualcosa che continua a muoversi anche quando è fermo. I diversi elementi sembrano appartenere a momenti leggermente fuori fase tra loro e questo cambia il modo in cui si guarda: non si entra nell’immagine, ci si sposta, si torna indietro. Si rivede quello che si pensava già chiaro. Alcuni dettagli arrivano dopo, mentre altri perdono importanza. È un processo che non segue una linea precisa.

 

Il tempo, allora, non coincide semplicemente con quanto si guarda. Sta già dentro. Nei passaggi tra un piano e l’altro, nelle piccole discrepanze, in ciò che non si allinea del tutto. È il tempo del viaggio, ma anche quello della costruzione, e quello più difficile da afferrare, che continua a lavorare mentre si osserva.

 

In un contesto in cui le immagini scorrono veloci, il lavoro di Mario Flores introduce una densità diversa. Non impone un ritmo, non chiede di rallentare, piuttosto trattiene, fa resistenza in modo silenzioso, e alla fine resta qualcosa. Non tanto un’immagine precisa, forse più una sensazione di sospensione, come se quello che si è visto non avesse ancora trovato una forma definitiva. Ed è probabilmente lì che il tempo, davvero, continua.

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