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  • Roma - Domenica 6 Settembre 2026

L’Italia stabile che adesso deve tornare a crescere

Il Paese ha ritrovato una continuità politica che per decenni sembrava impossibile. Ma la vera prova non si gioca sulla durata di un governo: si misura negli stipendi, nelle imprese, nel costo della vita e nella fiducia di chi deve decidere se investire, assumere o costruire il proprio futuro in Italia.

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di Giorgio Neri

Cernobbio, ancora una volta, è diventata per qualche giorno la capitale dell’Italia che conta. Imprenditori, economisti, banchieri, politici, osservatori internazionali. Si parla di competitività, Europa, energia, industria, intelligenza artificiale, geopolitica. Si ragiona sul futuro mentre, qualche centinaio di chilometri più in là, milioni di italiani fanno i conti con un presente decisamente più concreto.

Ed è forse proprio questa distanza il tema sul quale dovremmo interrogarci.

L’Italia del 2026 è un Paese politicamente più stabile rispetto a quello al quale eravamo abituati. Dopo decenni di governi fragili, maggioranze variabili e legislature attraversate da continue crisi, la stabilità rappresenta un valore. Negarlo per appartenenza politica sarebbe miope.

Ma la stabilità non può diventare un punto d'arrivo.

Deve essere il punto di partenza.

Perché alla famiglia che vede aumentare la bolletta interessa relativamente sapere quanto durerà una legislatura. All'imprenditore che deve decidere se acquistare un nuovo macchinario interessa sapere quanto pagherà l'energia e quale sarà il costo del credito. Al ragazzo che ha terminato gli studi interessa capire se il suo primo stipendio gli permetterà un giorno di lasciare la casa dei genitori.

E qui comincia la vera partita italiana.

Negli ultimi anni abbiamo imparato una parola che sembrava quasi dimenticata: inflazione. Abbiamo scoperto che anche quando rallenta lascia dietro di sé prezzi che difficilmente tornano indietro. La spesa quotidiana costa di più, l'energia continua a rappresentare una variabile pesante per famiglie e aziende e il potere d'acquisto resta una delle questioni decisive del Paese.

Le preoccupazioni sull'autunno sono già evidenti, con associazioni dei consumatori che lanciano nuovi allarmi sul possibile peso delle bollette.

E allora forse il grande tema politico dei prossimi mesi dovrebbe essere molto meno sofisticato di quanto immaginiamo: far tornare conveniente vivere, lavorare e investire in Italia.

Non è uno slogan.

Significa salari che recuperino capacità di acquisto. Significa un fisco che non consideri automaticamente imprese e professionisti come soggetti da guardare con sospetto. Significa infrastrutture, formazione, ricerca, digitalizzazione e una pubblica amministrazione capace di accompagnare chi produce anziché rallentarlo.

Significa soprattutto decidere quale Italia vogliamo essere tra dieci anni.

Perché mentre noi discutiamo, il mondo corre.

L'intelligenza artificiale sta modificando professioni e modelli industriali. La competizione internazionale si è fatta durissima. Energia, difesa, tecnologia e materie prime sono ormai strumenti geopolitici. Gli Stati Uniti e l'Asia investono somme enormi nei settori strategici mentre l'Europa continua troppo spesso a interrogarsi sulle proprie regole prima ancora di interrogarsi sui propri obiettivi.

L'Italia, in questo scenario, ha però una carta straordinaria da giocare.

Possiede una capacità produttiva che il mondo continua a riconoscerle. Ha distretti industriali, piccole e medie imprese, manifattura, turismo, cultura, agroalimentare, moda, farmaceutica, tecnologia e competenze che spesso valgono molto più di quanto noi stessi siamo disposti ad ammettere.

Ma il talento non basta se il sistema nel quale deve muoversi diventa troppo pesante.

C'è poi un'altra questione, forse ancora più importante.

La fiducia.

Un Paese cresce quando qualcuno crede che domani possa stare meglio di oggi.

Quando un imprenditore assume una persona perché pensa di avere più lavoro tra un anno. Quando una coppia compra una casa perché immagina un futuro stabile. Quando un giovane apre un'attività senza considerarlo un gesto eroico. Quando chi è andato all'estero comincia almeno a pensare che tornare possa essere una possibilità.

È questa fiducia che la politica deve ricostruire.

Non soltanto attraverso bonus, incentivi temporanei o annunci destinati a durare il tempo di una conferenza stampa. Servono scelte che abbiano un orizzonte più lungo della prossima campagna elettorale.

La stabilità politica offre oggi all'Italia un'occasione che raramente abbiamo avuto.

Proprio per questo aumenta la responsabilità di chi governa.

Perché dopo aver ottenuto il tempo necessario per governare, arriva inevitabilmente la domanda più difficile: come è stato utilizzato quel tempo?

Destra e sinistra continueranno naturalmente a dividersi. È la democrazia. Ma esistono alcune battaglie che dovrebbero appartenere semplicemente all'Italia: salari, produttività, natalità, scuola, sanità, energia, infrastrutture e competitività.

Sono questioni che non chiedono tessere di partito.

Chiedono risultati.

Da Cernobbio arriveranno analisi, numeri, scenari e previsioni. Come ogni anno, alcuni saranno ottimisti e altri decisamente meno.

Poi si spegneranno i riflettori.

E resterà l'Italia reale.

Quella che domani mattina alzerà la serranda di un negozio, entrerà in fabbrica, prenderà un treno per andare al lavoro, accompagnerà un figlio a scuola o aprirà il computer di una piccola azienda cercando nuovi clienti nel mondo.

È a quell'Italia che la politica dovrebbe tornare a parlare.

Perché la stabilità è importante.

Ma diventa davvero una conquista soltanto quando produce qualcosa di ancora più prezioso: la speranza concreta che il futuro possa essere migliore del presente.

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