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L'ultimo report dell'Osservatorio italiano sui diritti fotografa un ecosistema digitale in cui l’insulto si fa invisibile e le donne diventano, paradossalmente, tra le principali autrici di contenuti ostili verso il proprio genere. Lombardia e Lazio sono i centri nevralgici della viralizzazione.
L'ultimo report dell'Osservatorio italiano sui diritti fotografa un ecosistema digitale in cui l’insulto si fa invisibile e le donne diventano, paradossalmente, tra le principali autrici di contenuti ostili verso il proprio genere. Lombardia e Lazio sono i centri nevralgici della viralizzazione.
L’odio digitale in Italia non è più un’emergenza passeggera, ma una componente strutturale del dibattito pubblico.
La nona edizione della Mappa dell’Intolleranza, curata da Vox Diritti in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e l’agenzia The Fool, analizza ben 2 milioni di contenuti raccolti su X tra gennaio e novembre 2025.
Il dato complessivo resta allarmante: il 56% dei post monitorati è classificato come negativo, a conferma di come la violenza verbale si sia ormai sedimentata nelle dinamiche dei social media.
La ricerca introduce tre fronti d’indagine innovativi: lo studio delle reti di amplificazione che rendono virale l'odio in modo non spontaneo, l’analisi psicologica della deumanizzazione e l’individuazione dell'odio "indiretto" — ironia e allusioni — che nel 46,68% dei casi riesce a raggirare i sistemi di moderazione automatica.
Uno dei punti di rottura rispetto al passato riguarda la misoginia. Sebbene i volumi sembrino in calo (dal 50% al 37%), la qualità dell’odio è peggiorata.
“Uno dei dati più inquietanti riguarda l’odio contro le donne. È apparentemente diminuito, ma si è fatto più pericoloso”, spiega Silvia Brena, co-fondatrice di Vox Diritti. “Anzi, si è fatto più pervasivo perché si è normalizzato: come a dire che gli stereotipi misogini, venandosi anche delle sfumature perverse del linguaggio dell’abuso, si sono sedimentati, costruendo un lessico accettato e di uso comune. Il che rende l’odio misogino più difficile da registrare e quindi da combattere. Si tratta di un fenomeno così pervasivo che, come registra la Mappa n.9, appartiene oggi alle stesse donne, novelle haters misogine, xenofobe, razziste”.
Incredibilmente, il 43% degli insulti sessisti proviene proprio da account femminili, un segnale di auto-oggettivazione che vede le donne meno attive nella produzione totale di odio, ma più "efficaci" nel generare interazioni (15% in più rispetto agli uomini). Altrettanto critico è il tema della deumanizzazione, che permea oltre un terzo dei contenuti analizzati.
Marilisa D’Amico, ordinaria di Diritto Costituzionale all’Università di Milano, avverte sui rischi per la tenuta democratica: “Ciò che la nostra rilevazione mostra è assai inquietante. Destituire le persone del loro status attraverso parole che annientano l’essenza umana riporta a un passato forse ancora troppo vicino: attraverso la propaganda fascista e nazista, attraverso una comunicazione ‘animalesca’ e ‘reificante’ si è riusciti a diffondere un’idea molto chiara: alcuni individui non sono tali, ma appartengono ad altre ‘specie’.
Il linguaggio, lo ribadisco, è più del sangue: un linguaggio che vuole negare l’individuo si insinua tra le pieghe non solo del web, ma della società tutta, mettendo a rischio le fondamenta – culturali, sociali e politiche – della nostra democrazia”.
I dati specifici per categoria confermano la gravità del quadro: l’abilismo registra l’incidenza più alta di deumanizzazione (80,7%), dove termini riferiti alla disabilità vengono svuotati di significato reale per diventare insulti generici. La xenofobia resta alta al 52,5%, con una forte componente di "animalizzazione", mentre l’antisemitismo è salito al 29%, colpendo duramente la figura del "sionista" con linguaggi che evocano sterminio e cacciata.
Infine, la ricerca dimostra che l'odio non è casuale: esiste una regia precisa nelle reti di amplificazione, con Lazio (26,54%) e Lombardia (21,74%) in cima alla classifica per produzione di contenuti virali geolocalizzati.
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