Oggi San Valentino, lo dedichiamo ad Arminda

“Messico/ARMINDA” è il nuovo ultimo libro di mons. Luigi Ginami che il sacerdote di Bergamo ha portato in dono in Vaticano al Cardinane Angelo Maria Comostri, al Segretario di Stato Vaticano Cardinale Pietro Parolin e allo storico portavoce della Santa Sede Padre Federico Lombardi.

(Prima Notizia 24)
Lunedì 14 Febbraio 2022
Roma - 14 feb 2022 (Prima Notizia 24)

“Messico/ARMINDA” è il nuovo ultimo libro di mons. Luigi Ginami che il sacerdote di Bergamo ha portato in dono in Vaticano al Cardinane Angelo Maria Comostri, al Segretario di Stato Vaticano Cardinale Pietro Parolin e allo storico portavoce della Santa Sede Padre Federico Lombardi.

Il volume porta la prefazione del giudice Nicola Gratteri. Uno dei capitoli di questo libro è dedicato ad Arminda ed è così forte questa storia che noi l’abbiamo scelta per il Giorno di San Valentino, che è il giorno dell’amore.


di Luigi Ginami

Il nostro nuovo #VoltoDiSperanza è lei: classe 1961, 4 dicembre. Si chiama Armin­da ed è la nonna di Emiliano, Ashli, Daniela e Victor; vive con un figlio disabile - Victor anche lui - insieme con i quattro nipoti: in casa sono dunque sei persone. Anche Ashli, la nipote di 17 anni, è malata: soffre di una malattia cronica autoimmune che si chiama Lupus. Questa è la storia più terribile che ho sentito nei miei lunghi anni di frequentazione delle vittime di violenza.

Qui in Messico siamo già al terzo programma di adozioni a distanza e quindi sono decine le famiglie che ho conosciuto e con le quali ho mangiato, dormito... pianto. Ma questa storia ha davvero dell’incredibile: entrando in questa famiglia sembra di entrare su un fronte di guerra dove i morti spuntano da tutte le parti, all’improvviso, senza che tu te ne renda conto. Stai parlando - ed Arminda aggiunge un morto.

Alla fine della nostra estenuante chiacchierata, il conto dei morti arriva a sei: corrisponde esattamente al numero di persone che stiamo incontrando, Magda e io. In questa famiglia saremmo dovuti restare un paio d’ore, e invece ci abbiamo trascorso tutta la giornata – per il pranzo abbiamo offerto un pezzo di pizza alla tavola di questi disperati. Lascio la casa con tre reliquie: due anelli di Violeta e una catenina di Teresa, le due figlie di Arminda massacrate dalla violenza.

Arminda, devastata dalla violenza e dal dolore che ha sofferto e che continua a sof­frire, ci accoglie con uno sguardo tanto dolce. Ha la mia età, sessant’anni, ma sembra molto più vecchia! La povera casa è piena di cani, sono quattro, abbaiano e minacciano di mordere: alla fine del racconto di Arminda capirò il perché. “Grazie, Arminda, perché ci hai ricevuti e ci permetti di ascoltare la tua storia – di cui non sappiamo ancora nulla.

Vogliamo ascoltarti, prima di tutto, capire il tuo dolore e condividerlo – se possiamo. È duro condividere il dolore ma può essere davvero una liberazione, un riscatto, una rie­laborazione della sofferenza!”. Mentre par­lo, i suoi occhi si riempiono di lacrime: per tutta la giornata e lungo tutti i suoi racconti, i suoi occhi saranno pieni di lacrime. Lentamente e faticosamente Arminda inizia a par­lare. Il suo sarà un resoconto lungo e pieno di cadaveri, ad ogni passaggio un’emozione, un colpo di scena. “Padre, io ho avuto tre figli.

Il 14 novembre 1980 nasceva Violeta: oggi avrebbe 41 anni; era venditore ambulante. Poi è nata Maria Teresa, il 2 febbraio 1987: oggi avrebbe 34 anni; da ultimo è nato Victor, il figlio che oggi vive con me, e ha 28 anni: come vedi, è disabile. Io non ho marito e sono sola, svolgo lavori occasionali durante il poco tempo che mi rimane dal seguire la casa con cinque persone, di cui due malate”.

Fa molto caldo, qui ad Acapulco, e io risento tanto del fuso orario: siamo sette ore indietro rispetto all’Italia; mi affatica anche la forte umidità che mi ricorda tanto la giungla del Vietnam. La nostra giornata sarà piena di bicchieri d’ac­qua e di lacrime.

Magda è sorpresa come me: Arminda abita a La Laja, nella nostra colonia, ma noi non conoscevamo la sua situazione. Capita così, qui: accanto a te ci sono i morti, ma tu non lo sai... Arminda inizia il racconto da Violeta, la figlia più grande. “Gigi, Viole­ta si era sposata con Apolinar: erano pove­ri ma felici”. Mentre io prendo nota, Magda controlla quello che ho scritto per accertarsi che tutto coincida nella maniera corretta.

“Apolinar – continua Arminda – era un uomo buono; faceva il venditore ambulante, e lui e Violeta vivevano nella colonia La Quebradora, qui vicina; avevano avuto due figli, Fernanda e Diego. All’alba di una triste mattina, alcuni uomini sfondarono la porta, padre, ed entrarono in casa. Apolinar cerca di difendere la moglie e i due bambini e lotta come un leone, ma viene preso.

Lo massacrano di botte, poi legano a una sedia Violeta, Fernanda e Diego e se ne vanno - sequestrando Apolinar. Dopo ore di urla estenuanti, finalmente Violeta, Fer­nanda e Diego vengono liberati dai vicini. Lui, Apolinar, non c’è più, è scomparso. Iniziano ore frenetiche di ricerche. Vengo a sapere dell’accaduto e vado da mia figlia: la trovo in lacrime e forse peggioro la situazione, perché anche io inizio a piangere con lei.

Porto i due bambini a fare una passeggiata, per distrarli dallo spavento; in taxi scendiamo alla Costera e ci compriamo un gelato. Mentre sono fuori, mi chiama Violeta: ‘Mamma, hanno ritrovato il corpo di Apolinar: lo hanno finito con tre colpi di pistola! Vieni subito!’. Prendo il pri­mo taxi e rientro a casa, con la testa spaccata: devo consolare mia figlia, andare con lei a riconoscere il corpo del marito e stringere tra le braccia i due bimbi rimasti orfani”.

“Ho passato alcune ore con loro, poi ho portato i bambini da me, a dormire, mentre mia figlia era occupata con il Semefo (Servicio Medico Forense)”. Con Magda ci guardiamo: abbiamo visitato moltissime famiglie negli anni e pensiamo che questo sia il cuore duro e orribile della storia! Arminda si alza, va in cuci­na e torna con un certificato di morte di cui faccio una foto per rendere conto a chi adot­terà i bambini che dico la verità, che non ho assunto droga qui, ad Acapulco.

Il certificato mi sconvolge, descrive con macabri dettagli – che vi risparmio – il modo in cui è stato ucciso Apolinar. Ringrazio Arminda per il documento. Magda interviene: “Che triste storia, Armin­da, comprendiamo il tuo dolore: stiamo visitando tante famiglie come la tua”. Arminda la guarda fissa negli occhi. Questa non è la storia: siamo solo all’inizio della sequela di morti che incatena questa casa e il mio cuore e il cuore di tutti noi! “Dopo la morte di Apolinar, muore mio nipote Diego, il secondogenito di Violetta, di morte naturale: la catena di morte continua. Rimasta sola, nel marzo del 2013 nasce Emiliano, da una relazione.

E qui – ascolta, Madga – inizia la mia tragedia, la tragedia di una madre. Era il 25 marzo 2018, Emiliano aveva da poco compiuto cinque anni. Violeta rientrava a casa in macchina: davanti sedevano lei e la figlia Fernanda di 15 anni, dietro a Violeta era seduto Emiliano, che guardava fuori dal finestrino...”. Emiliano, che è con noi e ascolta, interrompe la nonna e con la sua voce ancora da bimbo continua: “Sì, nonna, stavo guardando i colori. Un’auto si affianca, vuole sorpassarci.

Nel sorpasso si accosta e dalla macchina parte una raffica di colpi”. Inghiotte amaro, il piccolo: lo guardo e non immagino neppure cosa stia per dire, e lui freddo, come fanno i bimbi sotto choc, continua: “Sento un dolore fortissimo al braccio sinistro mentre la mia mamma inchioda perché l’altra macchina, dopo averci sorpassato, ci blocca la strada. Ho un dolore forte nel braccio...”. Guardo il bambino: è troppo, non posso farla raccontare a lui, la storia: significa riaprire in lui una ferita enorme. Chiedo ad Ashli di portarlo fuori, in terrazza. Lui obbedisce e segue la sorella a giocare, ma uscendo mi regala un bacio forte e un sorriso triste.

“Arminda, racconta tu! Scusa, non volevo far raccontare la storia al piccolino”. Sono scioccato dalla ferita che il bimbo mi ha mostrato, il foro di pallottola sul braccio sinistro. Mio concentro su di lui come se la storia fosse lui... Arminda continua la sua triste storia di morte che ha del surreale.

“Padre, la pallottola è entrata e uscita dal braccio e fortunatamente non ha provocato lesioni irreversibili e il bambino oggi non ne riporta conseguenze fisiche”. Ma forse le pallottole più brutte per Emiliano sono state le morti che ci sono state dopo... La donna prosegue: “Mia figlia scende dalla macchina e domanda: ‘Perché ci avete sparato? Cosa vi abbiamo fatto?’.

La risposta è tragica e senza parole: tre colpi di pistola abbattono Violeta, che stramazza a terra sotto gli occhi di Emiliano e Fernanda. Ora è la volta della mia dolcissima Fernanda che aveva solo 15 anni, don Gigi! La ragazzina scende dalla macchina e chiede agli assassini: ‘Ma perché fate questo?’.

La risposta è ancora freddo silenzio e tre proiettili infuocati che uccidono Fernanda sotto gli occhi di Emiliano! I sicari se ne vanno, lasciando a terra due cadaveri e un bimbo di cinque anni ferito, con la morte della mamma e della sorellina negli occhi”. I miei occhi incrociano quelli di Magda che si riempiono di lacrime: si alza e bacia Arminda, io esco prendo una profonda boccata di aria umida, mi sforzo di sorridere; mi avvicino a Emiliano che sta giocando con Ashli e bacio la sua cicatrice (che potete vedere nel video). Quando rientro, trovo Magda abbracciata ad Arminda, le due donne piangono.

Offro loro un bicchiere d’acqua e la litania conti­nua. Arminda va ancora in cucina: questa volta porta due certificati di morte e uno che certifica la ferita d’arma da fuoco del piccolo Emiliano - e io continuo a collezionare certificati di morte nel mio cellulare! “Arminda, te la senti di continuare?” – “Sì, padre! Quel pome­riggio, ancora una voragine di angoscia nel mio cuore: la morte di una figlia, la morte di una nipote ed il ferimento del mio piccolino di cinque anni! Mi chiamano e corro in ospedale: Emiliano ha bisogno di me, ma con una parte del mio cuore voglio vedere mia figlia, la figlia che mi hanno ucciso, perché quando a una madre le uccidi una figlia un pezzo di lei muore e il suo cervello non è più quello di prima.

Mi fermo la notte in ospedale per vegliare sul mio piccolo, dolce nipote che continua a piangere e a piangere per poi chiudersi in un silenzio terribile!”.

Mentre Arminda racconta della reazione di Emiliano, la mia memoria va all’Iraq ed agli occhi di Nasreen che aveva visto ammazzare dall’Isis i suoi genitori e che per questo soffriva di Ptsd (Post-traumatic Stress Disorder).

Davvero un inferno, la storia di Arminda - e la nostra collezione di morti e feriti continua: prima Apolinar, poi Diego, anche se morto di morte naturale, poi Violeta e Fernanda e infine il ferimento di Emiliano. Sono quattro morti ed un ferito? Purtroppo il conto è giusto! Si avvicina mezzogiorno: a Madga e a me sembra brutto “invitarci” a pranzo e così lei ha un’intuizione: “Arminda, don Gigi e io ci fermiamo a pranzo, se ti fa piacere: mangiamo un pezzo di pizza insieme?”.


Victor, uno dei tre fratelli, ci dice di sì sorridendo! Magda toglie dal portafoglio 200 pesos e inviamo Victor a comprare pizza per tutti.

Pensiamo infatti che la serie di disgrazie sia finita - ma non è così! Arminda, una donna forte come lo sono le donne di queste terre, del Guerrero, una messicana dalla testa ai piedi, ci chiede con cortesia: “Lo finiamo dopo, il racconto?”. La guardo sorpreso: “Ma non abbiamo finito?”. Con il capo fa cenno di no.

Ashli manda Emiliano a comperare la pizza con il fratello Victor, e rientrando in casa mi dice: “Purtroppo no, padre”, e rivolta alla nonna: “Ora è il mio turno, nonna, e voglio parlare io!”. La ragazza è decisa nel suo inten­to e non ammette di essere contraddetta. Ashli è nata il 17 maggio 2004, ha quindi 17 anni, è una bella ragazza dai capelli lunghi: è la figlia maggiore di Rafael e Teresa, poi c’è Daniela, nata il 25 maggio 2007 ed infine c’è Victor nato l’11 maggio 2010: lui ha un anno in più di Emiliano e va a prendere la pizza con lui. “Don Gigi, io sono malata: per questo mio papà – Rafael – spesso mi accompagnava in macchina a Città del Messico, dove facevo le mie cure.

Così avvenne anche due anni fa, nel 2019. Torniamo a casa di giovedì; il giorno dopo, papà – che era un tassista e comprava e vendeva auto – esce di casa con mia mamma Teresa e il piccolo Victor per accompagnarlo a scuola. Rafael lascia mia mamma e mio fratellino a scuola e dice a mamma che va a fare benzina e le chiede di aspettarlo fuori dalla scuola. Alla stazione di rifornimento, un sicario lo confonde con qualcun altro e gli scarica addosso una raffica di colpi: lui va a sbattere contro il guard-rail e muore sul colpo. Mia madre, Teresa, lo aspetta invano; quando vede arrivare polizia e ambulanza sospetta che sia successo qualcosa, ma è la triste telefonata di un’amica che la informa che mio padre è stato ucciso”. Guardo Ashli, agghiac­ciato da quest’altra morte.

Ancora una volta Arminda si alza e va a prendere un altro triste foglio che certifica la morte, in quella casa, di un’altra persona ancora, la quinta! Non riesco a credere a questa catena di morte, mi prende le budella! Anche Magda è esterrefatta, lo siamo in due  ma Ashli continua il suo racconto. “Mia madre tornò a casa in pianto e nonna passò la notte nella nostra casa alla colonia di Altamira...”. Altamira, La Quebradora, La Laja sono tutte colonie e strade piene di morte e disseminate di croci: le conosco e purtroppo mi vengono in mente altri morti degli scorsi anni.

E la consueta catena di terrore, pianto, buio e gelo continua: sono stordito, forse sto solo facendo un brutto sogno... Ero in Kenya, lo scorso mese, e raccontavo storie fuori di testa, ma questa di gran lunga sta conquistando la medaglia d’oro della tragedia, nella mia raccolta di disperazione-speranza. Ashli mi guarda; ci scambiamo il numero del cellulare e per cellulare mi invia le foto dei morti! Oltre ai fogli di morte, ora anche tristi fotografie di morte.

La nostra storia continua purtroppo con altre morti, ed è sempre Ashli che vuole raccontare. “Padre, Maria Teresa era mia mamma: era nata il 2 febbraio 1987, vendeva torte e dolci in una tienda, un negozio. Daniela, Victor e io l’anno scorso abbiamo perso anche lei, nostra madre, Maria Teresa, il 23 ottobre 2020. Sono le 8 di sera, uno stanco cliente sta terminando di mangiare un dolce seduto al banco; nel retro del bancone è seduto il dipendente che sta per andarsene. Chiedo al cliente se non gli dispiace se intanto chiudo la serranda.

Per caso passa mio zio Victor, cugino di mia madre, a salutare mia mamma: bussa alla porta e lei apre con il sorriso sulle labbra, lui entra, ma appena entrato, ecco la tragedia: tre uomini irrompono e con una raffica di colpi ammaz­zano mia madre Maria Teresa, Victor ed il cliente.

L’ unico superstite è l’impiegato che mi ha raccontato nello spavento quanto successo - e ora ne paga le conseguenze con una disabilità mentale.” Arminda mi consegna altri due cer­tificati di morte e tristemente chiude la catena di morte: “Padre Luís Clemente [Luís Clemente Ginami Zucchinelli: è così, con doppio nome e doppio cognome, adeguandomi alle usanze ispaniche, che mi presento in alcune situazioni], questo è tutto: ti ho dato tutti i certificati di morte: Apolinar, Violeta, Fernanda, Rafael, Maria Teresa e Victor; il certificato della ferita di Emiliano  e a questo elenco manca la morte naturale di Diego.

Se li conti tutti, sono sette morti e un ferito!”. Victor ed Emiliano entrano con la pizza in mano e con gli occhi sorridenti: “Ecco la pizza: mangiamo?”. Ashli torna in cucina e tiene in mano una piccola catenina con un ciondolo e mi dice: “Ti voglio lasciare un ricordo di mia mamma Maria Teresa: questa collanina!”. Lentamente me la mette al collo e mi dice: “Ricordati di me, Ashli, Daniela e Vic­tor!”.

Emiliano mi guarda e scappa in camera sua; torna con due anelli: sono di Violeta, uno di colore azzurro che entra nel mio dito e un altro che non riesce ad infilarmi: troppo picco­lo! E poi mi dice: “Padre Luís Clemente, questi due anelli erano della mia mamma: prendili e ricordati di me”. Usciamo da casa di Arminda nella colonia di Altamira alle 4... È dalle dieci di mattina che stiamo ascoltando l’orrore e siamo tutti e due completamente confusi e disorientati.

La notte seguente, né Magda né io riusciamo a dormire, con sette morti ed un ferito che ci girano per la testa... È Miroslava a darmi un bacio ed a dirmi: “Dormi, papà Gigi, domani devi incontrare altre storie e non puoi essere stravolto! Non guardarli più, quei certificati di morte; dammi il cellulare e dormi”. Mi abbraccia forte, mi metto a letto ma nella mente il tormento continua fino all’alba, come succede anche a Magda...

Una piccola strepitosa aggiunta a tutto questo che vi raccontiamo. Ieri sera Ashli chia­ma Magda, e lei al termine della telefonata mi dice: “Sai cosa mi ha detto Ashli?”: Magda ha le lacrime agli occhi. “Ashli mi ha detto che ha visto il tuo video su TikTok in cui reciti l’Ave Maria con la piccola cieca Ainara; dice che sua nonna si è commossa ed ha detto di dirti di destinare ad altri il denaro destinato a me ed a mio cugino Emiliano... La piccola cieca ne ha più bisogno. Mi sono permessa di dirle di accettare quei nostri pochi soldi perché sono frutto dell’amore di Dio per loro...”.

Ci abbracciamo sciolti in lacrime; Magda e io invece inviamo a te il nostro forte abbrac-

cio per farti una domanda: ma questa donna, Arminda, una vera ed autentica donna messicana di 60 anni: non è per noi una luce e una speranza nell’oceano di dolore in cui vive? Pur nella grande difficoltà, pur in mezzo a morti ammazzati, in questa notte tanto scura... ha acceso una luce di speranza in tutti noi. Se in quell’inferno di vita riesce ancora a pensare agli altri, perché non lo puoi fare anche tu che vivi una situazione sicuramente migliore della sua?

Se non ci riesci, ti do il suo numero di telefono: chiamala per sentirti cretino, e non lamentarti mai più del bicchiere di acqua in cui affoghi tutti i giorni! Ora il report carico di morte e luce, di amarezza e di speranza lascia il Messico per entrare nel tuo cellulare. Nel lungo tempo che hai letto sei stato qui con me e forse hai vissuto una parte di quello che ho vissuto con Magda. Ti mando una domanda: perché non adotti Emiliano? Perché non adotti Ashli? Se vuoi, ti invio sei certificati di morte ed un certificato di ferita da arma da fuoco.... Facci un quadro e guardali, quando stai per annegare nelle tue stupidaggini!


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