Pantaleone Sergi, Dante Maffia: “Il suo ultimo romanzo è davvero sorprendente”
Torna in libreria il giornalista scrittore calabrese Pantaleone Sergi, storico inviato speciale della Repubblica di Scalfari e oggi alle prese con un romanzo di grande impatto mediatico, Il giudice, sua madre e il basilisco, Pellegrini Editore, pp. 167, che ha letto per tutti noi lo scrittore Dante Maffia, poeta, romanziere saggista e intellettuale meridionale di grande notorietà.
(Prima Notizia 24)
Giovedì 19 Ottobre 2023
Roma - 19 ott 2023 (Prima Notizia 24)
Torna in libreria il giornalista scrittore calabrese Pantaleone Sergi, storico inviato speciale della Repubblica di Scalfari e oggi alle prese con un romanzo di grande impatto mediatico, Il giudice, sua madre e il basilisco, Pellegrini Editore, pp. 167, che ha letto per tutti noi lo scrittore Dante Maffia, poeta, romanziere saggista e intellettuale meridionale di grande notorietà.

Un romanzo sorprendente sia per la trama, che ha sorprese inimmaginabili, e sia per il linguaggio che ha saputo mimetizzare, senza eccessi e senza compiacimenti filologici, la realtà dei discorsi che nei paesi della Calabria sono imperniati su quel dialetto italianizzato che riesce a dare l’idea precisa della cosa detta. Ma Sergi non ne abusa, non calca la mano per ridicolizzare, se ne serve soltanto per rendere l’atmosfera.

 

Un libro che sarebbe piaciuto a Carlo Emilio Gadda e a Tommaso Landolfi e che è piaciuto a me soprattutto per il ritmo narrativo che sa svolgersi come una ballata senza inutili pause, senza momenti di stanchezza. Si respira una concretezza calda che ha sapore tolstoiano.

Ormai i narratori si scatenano a mettere in scena, con forsennata incuria, lunghi e farraginosi discorsi per preparare le azioni dei protagonisti e il risultato è una noia mortale, anche quando l’intento è voler introdurre la successione degli eventi.

Di Dante Maffia 


Pantaleone Sergi ha saputo rendere, con spiccato senso realistico mai disgiunto da un tocco felice di poesia, la vita del paese nel suo quotidiano svolgersi, con una fermezza che ha sapore di teatro.

 

I luoghi e i caratteri restano impressi, non sono stereotipi. E ciò è estremamente importante perché il romanzo è una storia di ndrangheta e il lettore aspetta che i luoghi comuni entrino in gioco e si scontrino. Niente di tutto questo e non è cosa da poco; soltanto la maestria di Pantaleone Sergi e il suo senso della misura hanno potuto realizzare questo appassionante racconto che ha squarci addirittura di distillata antropologia, finestre aperte su problematiche che sembrano appena sfiorate e che invece, senza di esse, la spina dorsale del libro sarebbe diventata fiacca. Parlo dell’emigrazione, dei rituali paesani, del torbido sociale che, prima di sfociare in aggregazioni mafiose è cifra importante per comprendere la ristrettezza morale e la necessità di restare negli schemi.

 

È uscito da poco un romanzo di Maria Teresa Ciammaruconi che si ispira ad avvenimenti reali accaduti a Gasperina. La protagonista scappa dal paese, dopo avere avuto dodici figli dal marito e dall’amante, per non tornare mai più. Anche Sergi ci dà il ritratto indimenticabile, per bellezza e umanità, di Marelina, che scopriremo essere la madre del giudice Zanda, quello che trovandosi al cospetto di Don Borello finalmente si rende conto che il mafioso, il capo, ha «occhi piccoli disarmati e opachi che trascuravano la sua fama». Non è da vicino quello che gli avevano assicurato, «un basilisco, sguardo mortale e soffio velenoso, come le tarante con la cresta rossa che nascevano sotto il sole d’agosto, uragano di fuoco».

 

Sergi è uomo di grande cultura e di esperienza e, sapendo che scrivere un romanzo su un argomento trattato in tutte le salse ormai da decenni poteva scivolare sul risaputo, ha giocato la carta dell’eleganza, dosando ogni azione e ogni dialogo per darci un racconto esemplare che, oltre a mostrare l’affresco delle cospirazioni e degli intrighi nella loro scaturigine paesana, mostra soprattutto la debolezza di chi dovrebbe vigilare e agire contro le ingiustizie e invece scrive poesie. Meravigliosa annotazione en passant che la dice lunga su molte cose.

 

Ma forse il dato più riuscito del libro è il comportamento del giudice Zanda che vive il suo lavoro senza sentirsi eroe. Ecco perché quella chiosa finale: "S’era fatto tardi e il sole stanco si nascose dietro la collina. S’annunciava la notte ma per sconfiggere il buio, pensò Enrico, può servire anche la tenue fiammella di un cerino".

Un messaggio che ha la caratura di un aforisma di Montaigne. A buon intenditore!


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