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In questa analisi così articolata e documentata del giornalista Raffaele Malito, quasi 30 anni in RAI tra inchieste e operazioni antimafia di ogni tipo, si coglie l’amarezza dell’eccessivo silenzio che il mondo della comunicazione ha dedicato in queste settimane al decreto del Governo con cui viene finalmente disciplinata la comunicazione delle procure italiane.
In questa analisi così articolata e documentata del giornalista Raffaele Malito, quasi 30 anni in RAI tra inchieste e operazioni antimafia di ogni tipo, si coglie l’amarezza dell’eccessivo silenzio che il mondo della comunicazione ha dedicato in queste settimane al decreto del Governo con cui viene finalmente disciplinata la comunicazione delle procure italiane.
Forse si apre una pagina nuova nella storia contorta della civiltà giuridica in Italia: dopo cinque lunghi anni, viene recepita una direttiva europea sulla presunzione d’innocenza che, dal 1992, è stata capovolta nella presunzione di colpevolezza.
Non è un caso che il decreto approvato dal Consiglio dei ministri, qualche giorno fa, sia avvenuto con un ministro della Giustizia, custode e interprete della nostra Costituzione, come Marta Cartabia. È stato finora un tema rovente al centro del dibattito politico, giuridico e mediatico. Cambiano – e, speriamo, cambieranno davvero, se saranno sconfitte le pulsioni giustizialiste di molti Pubblici Ministeri e dei giornalisti alla Travaglio che ne sono i lacci- le regole sulla comunicazione delle inchieste da parte delle procure. E cambiano in modo che sia garantito agli indagati il diritto a non essere additati come colpevoli quando il procedimento nei loro confronti è appena alle fasi iniziali.
Non ha avuto grande eco sul nostro sistema mediatico un decreto di così fondamentale innovazione civile. Sottovalutazione o interesse, soprattutto da parte dei mass media, a tacerne gli effetti sugli inconfessabili intrecci tra il potere incontrollato di taluni Pm e dei conniventi gestori degli show televisivi e della stampa manettara? I motivi ci sono tutti: la nuova norma prevede che le informazioni sulle indagini possono essere diffuse solo quando sono indispensabili per la prosecuzione del lavoro degli inquirenti. Non potranno, ad esempio, essere divulgati video o altro materiale al solo scopo di aggiungere dettagli all’inchiesta. Non dovremmo più assistere alle mega-spettacolari conferenze stampa, autentici show, nei quali si esibiscono, dietro tavolate di almeno 25 metri, il PM di turno, talvolta nemmeno solo, una schiera di carabinieri e polizia e, ovviamente, la folla di cronisti pronti a fare le domande di rito e a chiedere l’intervista al magistrato che si libera nel volo dei dettagli dell’inchiesta, sempre storica, incontestabile, non senza filosofiche dissertazioni etiche, sull’ obbligo, per quel che ci riguarda come calabresi, di farne tesoro per la palingenesi politica, sociale, morale della nostra regione.
Non esagero: è accaduto e accade sistematicamente. Ma nutro dei dubbi: chi interverrà per imporre l’applicazione delle nuove regole?
Il CSM ha dato parere favorevole. Riserve, già nette, -non una sorpresa!- da parte dell’Associazione magistrati. Sono regole stringenti: i Pm devono far notizia solo con comunicati stampa, si potranno organizzare incontri con i giornalisti solo nei casi di particolare rilevanza dei fatti. Una definizione che apre varchi a molte interpretazioni ma segna, tuttavia, un deciso cambio di passo a ciò cui siamo abituati. Ancora: nei provvedimenti che non servono ai Pm per dimostrare la tesi della colpevolezza non potranno essere inseriti termini o espressioni che indichino l’indagato come colpevole. Insomma, una rivoluzione nel rapporto tra imputati e pubblici poteri.
Sono molte le scelte comunicative, degli inquirenti, che, in Italia, non sarebbero state possibili con il nuovo decreto. In Calabria, ne ricordiamo una, Rinascita Scott: 334 persone arrestate con l’accusa di fare parte di un’associazione di ‘ndranghitisti, massoni, politici. Dopo un mese, oltre 150 sono state prosciolte. Con il rito abbreviato ne sono state condannate 70, 19 prosciolte. Per gli altri è in corso il processo a Lamezia. Il procuratore Gratteri, con una buona, consueta dose di autocelebrazione, l’aveva definita, per numeri, la seconda operazione- niente di meno!- dopo il primo maxiprocesso di Falcone e Borsellino. Durante la maxi conferenza stampa non ebbe reticenza, saltando, a pié pari, i binari del suo ruolo neutrale di servitore dello Stato, a definire l’inchiesta come “ il coronamento di una rivoluzione, un sogno”. Come se tutto si fosse esaurito con gli arresti. E i carabinieri aggiunsero, a conferma di una condanna già sancita: “chi è stato furbo pensava di poter vincere e, invece, è stato sconfitto”. E ancora: “questa è una giornata di successo di cui godiamo insieme alla brave persone che popolano questa terra.”
Nel 2017, per il sesto anno consecutivo, con 158 persone in ingiusta detenzione, si è confermata nei primi tre posti in Italia. Nello stesso anno lo Stato ha dovuto pagare, per i risarcimenti, la cifra monstre di 8 milioni e 900mila euro.
Riuscirà il decreto, appena approvato, a farci uscire da questa, insopportabile inciviltà giuridica?
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