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Del problema se ne parla sempre molto poco, ma in realtà di giornalismo si muore ancora. Nel senso che ci sono ancora troppi giornalisti nel mondo che muoiono nell’esercizio delle loro funzioni, e questo dimostra nel caso ve ne fosse stato ancora bisogno quanto questo mestiere- se fatto fino in fondo e bene- può anche essere rischioso.
L’unica nota positiva nella nota di bilancio di quest’anno 2023 è che i numeri sono meno allarmanti del passato, ma sono sempre numeri importanti.
Secondo il rapporto annuale redatto da Reporter Senza Frontiere (RSF), infatti, il numero di giornalisti uccisi nell'esercizio delle loro funzioni, 45 al 1° dicembre 2023, è il più basso dal 2002, nonostante la situazione in Medio Oriente Oriente.
A Gaza, dall'inizio della guerra tra Israele e Hamas, almeno 13 giornalisti sono stati uccisi di professione, e 56 in totale se si includono i giornalisti uccisi senza alcun legame evidente con la loro professione.
A Gaza -spiega il report di RSF “i giornalisti pagano un prezzo alto tra i civili. Notiamo che il numero dei giornalisti uccisi nell'esercizio delle loro funzioni è altissimo: 13 almeno per un territorio minuscolo. Abbiamo presentato una denuncia alla Corte Penale Internazionale (CPI) per stabilire la realtà dei fatti e come i giornalisti siano stati consapevolmente presi di mira. Nel complesso, sembra che il numero di giornalisti uccisi durante l'esercitazione o a causa del loro lavoro sia in netto calo: un calo che dura da molto tempo. Le ragioni? Misure di sicurezza nelle redazioni, formazione e dotazione di dispositivi di protezione, prudenza, gli effetti della lotta all'impunità e l'azione delle organizzazioni intergovernative”.
Vi ricordo che Reporter Senza Frontiere (RSF), o Reporters Sans Frontières (RSF), o Reporter Without Borders (RWB) è un'organizzazione non governativa e no-profit che promuove e difende la libertà di informazione e la libertà di stampa. L'organizzazione ha sede principale a Parigi ed ha lo status di consulente delle Nazioni Unite.
Non solo questo. Ma Reporter Senza Frontiere ha due principali sfere di attività: la prima si concentra sulla censura di Internet e sui nuovi media, mentre l'altra è dedita a fornire assistenza materiale, economica e psicologica ai giornalisti assegnati a zone pericolose. Una mission di grande respiro professionale e sociale. Da qui ne deriva “il monitoraggio costante degli attacchi alla libertà di informazione a livello mondiale; la denuncia di ogni forma di attacco ai media; la collaborazione con i governi per combattere la censura e le leggi volte a restringere la libertà di informazione; l'assistenza morale e finanziaria ai giornalisti perseguitati e alle loro famiglie; l'offerta di aiuto materiale ai corrispondenti di guerra allo scopo di aumentarne la sicurezza”.
E ogni anno, Reporter Senza Frontiere compila e pubblica appunto una classifica annuale dei paesi “valutando la situazione di ognuno relativa alla libertà di stampa". I piccoli paesi, come Andorra, sono esclusi da questo rapporto che si basa su un questionario inviato alle organizzazioni partner di Reporters Senza Frontiere (18 gruppi di libertà di espressione nei cinque continenti) e ai suoi 150 corrispondenti in tutto il mondo, nonché a giornalisti, ricercatori, giuristi e attivisti per i diritti umani”.
Il dato forse più interessante di questo lavoro di analisi e di ricerca sul campo, e di cui spesso ci si dimentica, è che il sondaggio pone domande sugli attacchi diretti ricevuti dai giornalisti e dai media così come ad altre fonti indirette di pressione contro la stampa libera. RSF sottolinea “che tale indice riguarda esclusivamente la libertà di stampa e non misura in alcun modo la qualità del giornalismo. A causa della natura della metodologia del sondaggio, basata su percezioni individuali, ci sono spesso ampi contrasti nella classifica di un paese da un anno all'altro.
Ma torniamo ai numero di quest’anno.
Naturalmente ci spiega il sondaggio di RSF “Le zone di conflitto sono più letali dei paesi pacifici per i giornalisti nel 2023”. Fatto sta che quest'anno, 23 giornalisti sono stati uccisi mentre svolgevano le loro funzioni nell'area del conflitto.
La stragrande maggioranza, invece – 17 – “sono avvenuti durante la guerra tra Israele e Hamas (di cui 13 a Gaza), durante la quale 63 giornalisti hanno perso la vita in totale (compresi 56 a Gaza) se includiamo i giornalisti uccisi senza un legame evidente con la loro professione. Per la prima volta in cinque anni, sono stati uccisi più giornalisti nelle zone di conflitto che nelle zone di pace”.
Notevole anche il calo del numero dei giornalisti uccisi in servizio in America Latina, zona tradizionalmente calda e a rischio per questa professione. Anche se il bilancio di Reporter Senza Frontiere sottolinea un altro dato preoccupante: “Sebbene infatti il numero di giornalisti uccisi in America Latina sia diminuito in modo significativo, da 26 nel 2022 a 6 nel 2023, i giornalisti in America Latina non lavorano in sicurezza, come dimostrano recenti rapporti rapimenti e rapimenti armati attacchi in Messico”.
Tutto questo comporta che il numero record di violenze registrato nel 2022 in America Latina -spiegano gli analisti di RSF- “incita i giornalisti all’autocensura, con conseguente proliferazione di buchi neri dell’informazione nella regione, dove la criminalità organizzata e la corruzione sono in cima ai temi per i quali i giornalisti possono rischiare la vita.
Ma c’è un’altra piaga che riguarda più direttamente il nostro mestiere.
Secondo i dati di RSF “Nel mondo, 521 giornalisti sono dietro le sbarre per motivi arbitrari legati alla loro professione (-8,4% rispetto al 2022)” e secondo questo report “la Bielorussia diventa una delle tre carceri più grandi al mondo insieme a Cina e Birmania”
Il Report ce lo spiega in questo modo: “La Bielorussia di Alexander Lukashenko, con la sua politica sempre più repressiva, entrerà nel 2023 tra i tre regimi che incarcerano maggiormente i giornalisti: ne sono detenuti 39 (ovvero 7 in più rispetto al 2022). La Bielorussia è anche il paese con il maggior numero di giornaliste detenute sul suo territorio (10) dopo la Cina (14)”.
521 professionisti dei media aspetteranno in carcere, dunque, l’anno che sta per arrivare e anche quest'anno, secondo Reporter Senza Frontiere la “Cina rimane la prigione più grande del mondo per i giornalisti”. Nelle carceri cinesi -sottolinea il bilancio RSF- sono rinchiusi 121 professionisti dei media (di cui 12 a Hong Kong e 42 nello Xinjiang), ovvero quasi un quarto (23%) di tutti i giornalisti detenuti nel mondo.
Ci sono poi i Giornalisti tenuti in ostaggio, altra piaga del nostro mondo.
Il bilancio di RSF parla fino ad oggi di “54 giornalisti tenuti in ostaggio in tutto il mondo”. Più precisamente: “Dei 7 giornalisti rapiti quest'anno, 2 giornalisti sono ancora prigionieri: i giornalisti maliani Saleck Ag jiddou e Moustapha Koné, preso in ostaggio il 7 novembre nel nord del Mali, nella stessa regione. Gli altri giornalisti ancora tenuti in ostaggio sono concentrati in Siria (38), Iraq (9), Yemen (4) e Messico (1).”
“Salutiamo la mobilitazione di tutti coloro che hanno partecipato alla campagna per la sua liberazione”. Emblematico il caso del giornalista francese Olivier Dubois – ricorda Christophe Deloire, Segretario generale di Reporter Senza Frontiere – rilasciato dopo 711 giorni di prigionia in mano ad un gruppo armato affiliato ad Al-Qaeda nel Sahel.
84 sono invece i giornalisti scomparsi. Quasi un giornalista scomparso su è messicano
“Il Messico – precisa RSF - resta il paese con il maggior numero di giornalisti scomparsi al mondo, ovvero 31 scomparse su 84 in totale. Tutti risalgono a prima del 2023, ad eccezione del caporedattore messicano Juan Carlos Hinojosa Viveros, morto il 6 luglio. Più in generale, l'America Latina è l'area che comprende più della metà dei giornalisti scomparsi (43) nel mondo”.
Un quadro generale per nulla confortante, ma va anche detto che proprio grazie al lavoro instancabile di Reporter Senza Frontiere riusciamo oggi ad avere sottomano i dati reali di cosa significhi fare questo mestiere nelle zone più a rischio del mondo.
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