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- Roma - Giovedì 7 Maggio 2026
Roma, al Teatro Torpignattara arriva “Intervista con il Vampiro”: mito, paura e contemporaneità in scena
Domenica 10 maggio a Roma, al Teatro Torpignattara di via Amedeo Cencelli 68, Gianfilippo Maria Falsina Lamberti porta in scena Intervista con il Vampiro, una conferenza-spettacolo che intreccia teatro, storia, criminologia e immaginario contemporaneo.
di Ettore Midas
C’è qualcosa nel mito del vampiro che continua a resistere al tempo, attraversando secoli di storia, letteratura e immaginario collettivo senza perdere la propria forza evocativa. Non più soltanto figura gotica o icona romantica, il vampiro torna oggi a interrogare il presente, rivelandosi specchio delle paure, delle ossessioni e delle contraddizioni della società contemporanea. Con Intervista con il vampiro, Gianfilippo Maria Falsina Lamberti costruisce un percorso che unisce teatro e divulgazione, riportando questa creatura alle sue radici più profonde: tra superstizione, cronaca e cultura popolare. Un viaggio che supera la semplice narrazione per trasformarsi in un’indagine sul significato stesso del mito, e sul perché, ancora oggi, non siamo mai riusciti davvero a seppellirlo.
Nel suo spettacolo Intervista con il vampiro il mito del vampiro viene affrontato come fenomeno culturale oltre che narrativo: cosa rende questa figura ancora così potente e attuale nell’immaginario collettivo?
Il vampiro funziona ancora perché non è mai stato soltanto un mostro letterario. Prima di diventare Dracula, prima di diventare cinema, mantelli neri e castelli in Transilvania, il vampiro nasce da paure molto concrete: la morte, la malattia, i cadaveri, le epidemie, il terrore che qualcosa non resti sepolto come dovrebbe.
È una figura che affonda le radici nella superstizione popolare, ma anche in una forma primitiva di cronaca nera. Ci sono testimonianze, rapporti, paesi interi convinti che i morti tornassero a tormentare i vivi. Ed è proprio questo che mi interessa: non il vampiro come semplice icona romantica, ma come cadavere culturale che l’Europa non è mai riuscita davvero a seppellire.
Poi, naturalmente, la letteratura e il cinema lo hanno trasformato. Lo hanno reso aristocratico, seducente, erotico e malinconico. Ma sotto quella patina elegante resta sempre la stessa cosa: una creatura che torna dalla tomba e chiede sangue. C’è qualcosa di terribilmente semplice e potentissimo in questo, tanto che alcuni serial killer sono stati chiamati “vampiri” e, infatti, in criminologia storica si parlava di atti vampirismo.
Il vampiro continua a parlarci perché sta in una zona ambigua: fa paura, ma attrae; è mostruoso, ma spesso più affascinante degli uomini che lo combattono. È morto, ma è più vivo dei vivi. E ogni epoca lo usa per raccontare le proprie ossessioni.
Il format di conferenza-spettacolo unisce divulgazione e teatro: come nasce questa scelta e in che modo cambia il rapporto con il pubblico rispetto a una messinscena tradizionale?
Nasce dall’esigenza di andare oltre lo spettacolo tradizionale. Per raccontare il vampiro non bastava mettere in scena storie di vampiri: mi interessava mostrare da dove arriva questa figura, perché ha attraversato i secoli, e come sia passata dalle leggende popolari alla cronaca, dalla criminologia alla letteratura gotica, fino alle comunità di real vampires attuali.
La conferenza-spettacolo mi permette di fare una cosa che amo molto: prendere per mano il pubblico e condurlo dentro un immaginario. Non come in una lezione accademica, ma nemmeno come in una semplice rappresentazione. È un percorso a lume di candela, in cui il racconto storico si fonde all’atmosfera teatrale.
Il rapporto con il pubblico cambia perché non c’è più una quarta parete netta. Lo spettatore non guarda soltanto una vicenda: viene coinvolto come testimone, quasi come complice di un’indagine. Ci si muove tra documenti, miti, casi reali, letteratura e suggestione scenica.
In fondo è una forma molto vicina allo spirito del Grand Guignol: partire da qualcosa che ha radici nella realtà e trasformarlo in un’esperienza teatrale.
Il Grand Guignol ha una lunga tradizione legata al perturbante e al macabro: quali elementi di questo linguaggio ritroveremo nello spettacolo e come li ha adattati al contesto contemporaneo?
Del Grand Guignol ritroveremo soprattutto l’approccio. Il Grand Guignol non nasce come semplice teatro dell’orrore o degli effetti speciali: nasce dai faits divers, dai giornali sensazionalistici, dalla cronaca nera portata in scena. Oscar Méténier, fondatore del genere ed ex cronista della polizia, capisce che quei fatti avevano un enorme potenziale drammaturgico.
Quello che mi interessa è tornare a quella radice: il Grand Guignol come padre teatrale del cinema horror, certo, ma soprattutto come specchio delle paure sociali. Un teatro che faceva ridere e rabbrividire nello stesso tempo, perché il termine “Guignol” rimanda anche al buffone, alla crudeltà farsesca del teatro popolare.
In Intervista con il Vampiro non ci sarà il Grand Guignol come ricostruzione antiquaria, ma usare quel linguaggio oggi: il perturbante, il macabro, l’ironia nera, la tensione tra racconto storico e presenza scenica.
Per un primo episodio, il vampiro, in questo senso, è perfetto. È folklore, è letteratura, è superstizione, è true crime, e sa anche essere divertente. Il Grand Guignol permette di tenere insieme tutto questo.
Il vampiro è spesso simbolo di paure profonde e trasformazioni sociali: quale lettura offre oggi questa figura rispetto alla nostra società e alle sue contraddizioni?
Oggi il vampiro è ancora attualissimo perché parla di consumo. È una creatura che vive prendendo vita dagli altri. Non crea, assorbe. Non invecchia, ma deve nutrirsi continuamente. In questo senso è una figura estremamente contemporanea.
Viviamo in una società ossessionata dall’immagine, e dal desiderio di visibilità legato alla bellezza e al successo. Il vampiro, da questo punto di vista, è per certi versi più figlio di questa epoca che di quelle passate.
Allo stesso tempo è anche una figura dell’esclusione. Vive di notte, ai margini, fuori dalla comunità. È predatore, ma anche condannato. Ed è qui che diventa interessante teatralmente: il vampiro non è mai soltanto vittima o carnefice. È entrambe le cose. E il Grand Guignol lavora moltissimo proprio su questa dinamica.
Credo che il vampiro continui a tornare perché ci obbliga a guardare una domanda scomoda: chi sta davvero succhiando il sangue a chi? Il mostro che esce dalla bara, o una società che consuma corpi, energie, desideri e paure fingendo di essere perfettamente civile?
Per questo non lo tratto come una semplice creatura gotica, ma è anche uno specchio e come tutti gli specchi, non sempre restituisce un’immagine rassicurante.
Se ancora oggi possiamo parlare di vampiri alla fine è perché davvero queste creature, nel nostro immaginario, non sono mai morte e forse sono più vere di quanto pensiamo.
In scena domenica 10 maggio al Teatro Torpignattara di Roma, via Amedeo Cencelli, 68 ma i biglietti si possono acquistare online su billetto.it
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