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Dalla natura fiscale delle accise al loro impatto su benzina, diesel e conti pubblici, l’avvocato tributarista Cristiano Ricci (NELLA FOTO) chiarisce quanto incidono davvero sul prezzo finale e quali margini reali esistono per un loro taglio.
Dalla natura fiscale delle accise al loro impatto su benzina, diesel e conti pubblici, l’avvocato tributarista Cristiano Ricci (NELLA FOTO) chiarisce quanto incidono davvero sul prezzo finale e quali margini reali esistono per un loro taglio.
Il tema delle accise torna ciclicamente al centro del dibattito pubblico, soprattutto quando aumentano i prezzi dei carburanti e il loro impatto si riflette sull’intera economia. Ma cosa sono davvero le accise, perché esistono e quanto è realistico pensare a una loro riduzione? Ne parliamo con un avvocato esperto in materia tributaria, per fare chiarezza su uno degli strumenti fiscali più rilevanti, e discussi, del nostro sistema. Ne parliamo con Cristiano Ricci, avvocato tributarista di Roma esperto nel settore.
Partiamo dalle basi: cosa sono le accise e perché esistono?
Le accise sono imposte indirette che colpiscono la produzione, il consumo e l’importazione di determinati beni individuati dalla legge. A differenza dell’IVA, che è un’imposta generale sui consumi, le accise hanno carattere selettivo, perché si applicano solo a specifiche categorie di prodotti. Nel tempo sono state introdotte spesso per far fronte a emergenze nazionali, come guerre o calamità, ma da misure temporanee sono diventate strutturali. Oggi svolgono una duplice funzione, fiscale ed extrafiscale: da un lato assicurano un gettito rilevante per lo Stato, dall’altro colpiscono beni considerati nocivi per la salute o per l’ambiente, come alcol e carburanti, con l’obiettivo di scoraggiarne il consumo attraverso l’aumento dei prezzi.
Oggi si parla spesso di ridurle: è davvero possibile? In che modo lo Stato può intervenire?
Ridurre le accise è complesso, perché rappresentano una delle principali fonti di gettito fiscale, subito dopo le imposte sui redditi e l’IVA. Proprio per questo è difficile ipotizzare un taglio stabile. Una soluzione proposta è quella delle cosiddette “accise mobili”. Poiché sul carburante incidono sia accise, che sono fisse, sia IVA, che è proporzionale al prezzo, un aumento dei prezzi comporta automaticamente un incremento del gettito IVA. Questo potrebbe consentire di ridurre le accise senza effetti negativi per le casse dello Stato, compensando il minor gettito con l’aumento dell’IVA. Con il d.l. 33/2026 è stata attutata una soluzione diversa. L’articolo 3 prevede, infatti, specifiche misure a favore del settore dell’autotrasporto sotto forma di credito d’imposta, per un importo massimo complessivo di 100 milioni di euro. Il beneficio è commisurato alla maggiore spesa sostenuta nei mesi di marzo, aprile e maggio rispetto ai prezzi registrati nel mese di febbraio, come rilevati dal Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. Tale credito di imposta potrà essere usato esclusivamente in compensazione ai sensi dell'art. 17 del D. Lgs. 241/1997 entro il 31 dicembre 2026.
In termini concreti, quanto incidono le accise su un pieno di carburante?
L’incidenza è molto elevata: tra accise e IVA, la tassazione può arrivare a circa il 60% del prezzo finale di benzina o diesel.
Se venissero ridotte, quanto risparmierebbe realmente un automobilista medio?
Il risparmio dipende dall’entità della riduzione. Un taglio significativo può incidere concretamente sulla spesa, ma ha un costo rilevante per lo Stato. Il decreto-legge 18 marzo 2026, n. 33 ha previsto una riduzione di 25 centesimi al litro, ma con un costo di 527,4 milioni per il 2026, che dovrà essere compensato attraverso il taglio di altre spese afferenti i vari ministeri come previsto dall’art. 5, comma 2 del predetto decreto. Inoltre, se il prezzo del petrolio aumenta, il beneficio rischia di essere annullato, perché lo sconto fiscale viene assorbito dall’aumento del prezzo della materia prima.
Il taglio delle accise è una misura efficace o rischia di essere solo una manovra elettorale?
Si tratta di una misura certamente rilevante, perché il costo dei carburanti ha effetti a catena su tutta l’economia. Quando aumenta il prezzo del carburante, crescono anche i costi di trasporto e, di conseguenza, il prezzo finale dei beni. Intervenire sulle accise può quindi contribuire a stabilizzare il livello dei prezzi. In questo senso, più che una misura elettorale, appare come una risposta necessaria a esigenze economiche concrete, soprattutto in fasi di forte aumento dei prezzi.
Oltre ai carburanti, su quali altri prodotti si applicano le accise?
Le accise si applicano a diverse categorie di beni, tra cui i prodotti energetici, l’energia elettrica, l’alcol e le bevande alcoliche, nonché i tabacchi lavorati. Si tratta spesso di prodotti considerati nocivi o comunque meritevoli di una tassazione specifica che, proprio in funzione extrafiscale, mirano a limitarne il consumo.
Chi paga davvero le accise: il consumatore finale o ci sono altri soggetti coinvolti?
Formalmente l’imposta è applicata a produttori o distributori, ma nella pratica il suo costo viene trasferito sul prezzo finale. Di conseguenza, a sostenerne il peso è il consumatore, che paga un prezzo più alto per il bene acquistato.
Le accise italiane sono più alte rispetto ad altri Paesi europei?
Storicamente sì. L’Italia si colloca tra i Paesi europei con livelli di accisa più elevati, in particolare sul gasolio, e questo contribuisce a mantenere più alti i prezzi dei carburanti rispetto ad altri Paesi.
Ridurre le accise avrebbe un impatto sui conti pubblici? Quanto pesano sul bilancio dello Stato?
L’impatto sarebbe significativo. Le accise garantiscono ogni anno entrate per decine di miliardi di euro e rappresentano una componente importante del bilancio pubblico, solo nel 2024, ad esempio, il gettito delle accise è stato di 47,7 miliardi di euro. Proprio per questo vengono spesso considerate una leva fiscale facilmente utilizzabile, ma allo stesso tempo difficile da ridurre in modo stabile.
Esistono alternative per abbassare il prezzo dei carburanti senza intervenire sulle accise?
Nel breve periodo le alternative sono limitate. Nel lungo periodo, invece, servono interventi strutturali che riducano la dipendenza dai carburanti, come una maggiore diffusione dello smart working, il potenziamento del trasporto pubblico o l’incentivazione dei veicoli elettrici. Si tratta però di soluzioni che producono effetti graduali e non immediati.
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