Addio a Stefano Principe, poeta, pittore e intellettuale dei nostri tempi
In memoria di Stefano Principe, suo grande amico personale e famoso pittore calabrese contemporaneo, abbiamo chiesto al critico d’arte e collega Rosario Sprovieri un ricordo intimo di questo protagonista del nostro tempo.
(Prima Notizia 24)
Martedì 10 Gennaio 2023
Roma - 10 gen 2023 (Prima Notizia 24)
In memoria di Stefano Principe, suo grande amico personale e famoso pittore calabrese contemporaneo, abbiamo chiesto al critico d’arte e collega Rosario Sprovieri un ricordo intimo di questo protagonista del nostro tempo.

Quanto è triste questo tuo sessantasettesimo Natale, Stefano amico mio e, quanto mi pesano gli ultimi auguri, scambiati solo per messaggio, senza il filo di una sola parola viva. Ci sono silenzi freddi, portano sciagure, miasmi mefitici irrespirabili e scrosci di pianto, pianto del cuore, pianto dell’amore amato e per sempre perduto. La neve di gennaio diventa sale amaro, amaro come il fiele; eppure avevamo i giorni del futuro: “Avevamo ali/ e, vette in controluce ad orizzonte,/avevamo, occhi/buoni/per la notte,/e, sogni/seminati in ogni solco/e, terra ricca di prati e di ruscelli/e, musica dolce leniva i nostri affanni…”.

Ciao amico mio, maestro d’arte e di vita! Stefano Principe, “il pittore”, è appartenuto a una nidiata di ragazzi di un paese speciale, giovani lucidi e responsabili, pronti a colorare ogni giorno, tutto un mondo di sogni di bambini.

Alunno del liceo Artistico Cosentino, poi allievo dell’Accademia delle Belle Arti di Mimmo Rotella a Catanzaro, clarinettista nella Banda Musicale, regista teatrale e ancora operatore “Culturale”, artista di grande spessore creativo. Una pittura, quella sua, sempre intrisa di un realismo complesso e disarmante. Un’arte fuori da ogni schema che, per certi aspetti, mostra e risente di tanti accenti novecentisti; dentro alle sue opere si specchia un mondo intenso, spesso ci mette innanzi a una “scena narrativa e visionaria” colma della sapienza e delle profondità che appartengono alla 
cultura popolare.

Così com’è accaduto a Chagall, anche lo scenario pittorico di Principe, è ricco di segni indelebili, sottolineature corpose e tratti marcati, popolano il suo variegato mondo fragile e inquieto. Qui egli riesce a sintetizzare magistralmente l’ansia, la paura e l'insicurezza delle folle accalcate del mondo degli umili.

Sono i poveri – i poveri di Don Primo Mazzolari – quelli che non hanno mai parola, che l’artista illumina, con la densità dei suoi colori, sino alla drammatizzazione dei volti con l’estuario del groviglio di solchi scavati fra le rughe, fra le perle di lacrime del pianto sommesso del popolo, sino alla malinconica poesia dell’addio alla vita e al mondo. Pittura complessa, gravida di un pessimismo cosmico Leopardiano, frutto di una riflessione amara, che il suo pensiero ha sicuramente concepito, rivolgendo “il guardo” appena fuori dalle finestre della sua casa, di fronte alla sfrontata bellezza, inerte e muta, della rigogliosa natura d’intorno.

Opere suggestive le sue, come quella riproposta in testa a queso ricordo, opere donate, quasi sempre, agli amici più cari. Stefano Principe è un pittore schivo riservato, sempre lontano dal bailamme dei caravanisti delle mostre collettive e, lontano dai circuiti fieristici circensi. La sua è una creatività intima, solitaria, sofferta e pienamente vissuta. Forme incavate, volti emaciati, mostrano le piaghe del dolore umano e, l’angoscia delle folle, è sempre scena concepita come muta preghiera, come inno silente a quell’umana speranza che, affida alla speranza e alla forza “dell’unità”, tutte le certezze di una umanità meno vulnerabile e meno sola.

L’artista ben conosce la bellezza di un campo fiorito, di un prato straripante di margherite; sente benissimo l’armonia e il suono di un’orchestra filarmonica al completo; ma sa che: il “tutto nasce dall’uno”, il campo da un solo piccolo esile fiore, i suoni da un solo filo di fiato. Per questo, l’artista, ci fa sentire appena la sua voce sommessa, per questo lascia orme delicate di ogni suo passo, quella sua è: una narrazione cheta della propria vita d’artista “border line”. 

Stefano Principe concepisce ognuna delle sue “opere” come il travaglio del parto, immaginandola prima, approntandola poi, che risolve infine, in quelle ore più fertili della sua “solitudine”, il vero “humus fertile” della sua creatività. Sta qui l’essenza della vera arte, solinga e remota, senza palcoscenici da “primadonna” e, lontano dagli ammiccamenti di belle soubrette di varietà! Arte come “malattia”, come sofferenza vissuta, come un dolore lancinante perpetuo.

Tutta la sua produzione pittorica appartiene ad anni intensi e bellissimi che, il maestro Stefano Principe, ha vissuto nel suo paese natio, intensamente, positivamente, con una dedizione totale, con il donarsi agli altri giorno per giorno, con una smisurata voglia di confronto e sete insaziabile di conoscenza e comprensione.

Il pittore si è fatto trovare sempre pronto, in ogni circostanza, disponibile sempre senza mollare mai di un metro. Testimone laico del “bene” che poi, si sà, il bene che ha religiosa sacralità “attrae solo se è sincero”, così com’era il suo. Un pittore originale che ha vissuto intensamente una vera “primavera” creativa.

Ci vorrebbero le pagine di un voluminoso romanzo per narrare la storia e la testimonianza umana di quest’artista speciale, necessitano più capitoli per i giorni fervidi e intensi pienamente vissuti; dentro ci saranno aneddoti che dovranno essere conosciuti, ci sono tante vite ben spese e, un grande, grandissimo amore per la vita.

Stefano Principe, attraverso la sua lingua d’arte, non ci ha donato solo la sua opera, ma tutti i suoi giorni e tutto il suo amore. La sua è stata un'espressione artistica ricca di contenuto, ma anche e soprattutto un’amicizia autentica, una spinta costante e coerente sempre in favore di chi era lì al suo fianco. Un artista capace di portare dentro la ricchezza di quel tesoro dell’amore universale.

Questo è stato il pentagramma della sua vita, la sua straordinaria testimonianza di fede: dare senza condizioni, sempre fuori dalle malizie e dalle finzioni! Aver stretto la sua mano, è stato un privilegio davvero, riporre la propria mano nella sua, è servito sempre a intraprendere un cammino migliore; una stretta sicura, dove ogni amico sensibile ha percepito immediatamente il calore suoi piccoli muscoli all’atrio del cuore.


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