
- Prima Notizia 24
- Roma - Domenica 19 Luglio 2026
Borsellino, trentaquattro anni dopo il silenzio non è un'opzione
Il 19 luglio ricorda l'assassinio di Borsellino e della sua scorta, simbolo di una lotta alla mafia che deve continuare nella società.
di Ettore Midas
Ci sono date che il tempo non riesce a trasformare in semplice memoria. Restano aperte, presenti, capaci di attraversare le generazioni senza perdere forza. Il 19 luglio è una di queste. È il giorno in cui Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta furono assassinati in via D'Amelio, a Palermo, da un'autobomba che segnò uno dei capitoli più drammatici della storia della Repubblica.
Ogni anniversario riporta inevitabilmente a quell'estate del 1992, quando la mafia decise di colpire il cuore dello Stato con una strategia di violenza senza precedenti. Soltanto cinquantasette giorni prima era stato ucciso Giovanni Falcone. Due magistrati, due amici, due simboli di una stagione nella quale la lotta a Cosa Nostra non era soltanto un'attività investigativa, ma una sfida culturale destinata a cambiare il volto del Paese.
Ridurre Paolo Borsellino alla sola immagine dell'eroe, tuttavia, rischia di semplificarne la figura. Era certamente un magistrato coraggioso, ma era soprattutto un uomo convinto che la legalità non potesse vivere esclusivamente nelle aule di giustizia. Per lui il contrasto alle organizzazioni mafiose cominciava nelle scuole, nelle famiglie, nella capacità di ciascun cittadino di rifiutare l'indifferenza e le piccole complicità quotidiane.
È probabilmente questa la parte più attuale della sua eredità. La mafia di oggi non assomiglia più soltanto a quella delle stragi. Ha cambiato linguaggio, metodi e strategie. Meno appariscente, più silenziosa, cerca spazio nell'economia, nella finanza, negli appalti, nell'infiltrazione dei mercati legali e nella corruzione. Combatte meno con il tritolo e molto di più con il denaro.
Per questo ricordare Borsellino non può trasformarsi in un rito fatto di corone di fiori, cerimonie ufficiali e dichiarazioni di circostanza. La memoria diventa autentica soltanto quando si traduce in responsabilità. Ogni volta che un giovane sceglie la strada della legalità, ogni volta che un imprenditore denuncia il racket, ogni volta che un amministratore pubblico rifiuta il compromesso, quel sacrificio continua a produrre effetti concreti.
Resta poi una pagina ancora dolorosa della vicenda di via D'Amelio: quella della piena ricostruzione della verità. Negli anni la magistratura ha accertato responsabilità mafiose, smascherato depistaggi e corretto errori investigativi che hanno rallentato il percorso verso la giustizia. Eppure molte domande continuano ad accompagnare quella stagione, alimentando la convinzione che il dovere della ricerca della verità non possa considerarsi concluso.
L'insegnamento di Borsellino non appartiene soltanto agli operatori del diritto. Riguarda l'intera società. In un tempo nel quale prevalgono spesso sfiducia, polarizzazione e disillusione verso le istituzioni, la sua figura ricorda che il senso dello Stato nasce prima di tutto dalla coerenza personale. La legalità non è un concetto astratto, ma un comportamento quotidiano.
Le nuove generazioni conoscono Paolo Borsellino attraverso libri, documentari, filmati d'archivio e testimonianze. È una memoria mediata, inevitabilmente diversa da quella vissuta da chi seguì in diretta quei tragici eventi. Eppure proprio i più giovani sembrano coglierne il messaggio più profondo: il coraggio non coincide con l'assenza della paura, ma con la capacità di non lasciarsene dominare.
A trentaquattro anni dalla strage di via D'Amelio, il modo migliore per ricordare Paolo Borsellino resta forse quello che lui stesso avrebbe preferito: non limitarsi a celebrarne il sacrificio, ma continuare a costruire un Paese nel quale la giustizia sia più forte dell'omertà, la responsabilità prevalga sull'indifferenza e la memoria diventi ogni giorno un impegno concreto, non una semplice ricorrenza.
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