- Prima Notizia 24
- Roma - Domenica 19 Luglio 2026
Quando il Diavolo chiede la parola: il dubbio al centro dell’“Apologia” di Myriam Caroleo Grimaldi
In Apologia. Biografia del Diavolo l’autrice rovescia il processo più antico della storia, affidando a Lucifero il diritto di raccontare la propria versione. Un romanzo filosofico e provocatorio che interroga l’uomo sulla libertà, sulla colpa e sulla necessità del male.
di Maurizio Pizzuto
Non è facile scrivere del Diavolo senza cadere nella caricatura, nell’orrore di maniera o nella rassicurante contrapposizione tra luce e tenebra. Myriam Caroleo Grimaldi sceglie una strada più rischiosa: non descrive Lucifero dall’esterno, ma lo conduce davanti a un tribunale e gli concede ciò che per secoli gli è stato negato, almeno nella narrazione dominante: il diritto di difendersi.
In Apologia. Biografia del Diavolo, il processo all’Angelo Caduto diventa così un processo alle certezze dell’umanità. Dopo la fine del mondo, Dio e Lucifero sono chiamati a rispondere davanti agli uomini, mentre il bene e il male cessano di essere concetti astratti e assumono il peso concreto delle rispettive conseguenze.
Il titolo suggerisce immediatamente il carattere dell’operazione letteraria. “Apologia” non significa esaltazione, ma difesa argomentata. La voce di Lucifero non cerca necessariamente l’assoluzione: pretende piuttosto di essere ascoltata. E proprio nella distanza tra il desiderio di essere compreso e l’impossibilità di essere pienamente giustificato si colloca la parte più interessante del romanzo.
Il Diavolo immaginato da Caroleo Grimaldi non coincide soltanto con il tentatore, il corruttore o il nemico di Dio. È innanzitutto il primo ribelle, l’essere che ha rifiutato l’ordine immobile e ha introdotto nella creazione la frattura del dubbio. La sua ribellione viene raccontata come un gesto compiuto anche in nome degli uomini, ai quali avrebbe consegnato la coscienza di sé e la conoscenza del bene e del male. Con quella consapevolezza, però, sono arrivati anche la sofferenza e la morte, qui presentata come condizione necessaria perché l’esistenza possa acquistare valore.
È su questa ambivalenza che il libro costruisce la propria tensione. Lucifero è liberatore oppure manipolatore? Ha donato all’uomo la libertà o lo ha condannato all’inquietudine? La conoscenza rappresenta una conquista o la perdita definitiva dell’innocenza? L’autrice non consegna al lettore risposte definitive. Al contrario, sembra diffidare proprio delle risposte che non ammettono repliche.
Il dubbio diventa quindi il vero protagonista del romanzo. Non un dubbio sterile, utilizzato per cancellare ogni responsabilità, ma uno strumento di indagine. Caroleo Grimaldi costringe il lettore a sostare nella zona più scomoda del pensiero: quella in cui il bene non è sempre puro, il male non è mai soltanto mostruoso e la libertà comporta inevitabilmente il rischio della colpa.
La forma processuale si rivela particolarmente efficace. Il tribunale è il luogo nel quale le verità devono essere dimostrate, le accuse sostenute e perfino il più detestato degli imputati ha diritto alla parola. Non è casuale che l’autrice, avvocata oltre che scrittrice, utilizzi il confronto giudiziario per sottoporre a verifica uno dei verdetti più antichi e apparentemente irrevocabili dell’immaginario occidentale.
Il processo, tuttavia, non riguarda soltanto Lucifero. Sul banco degli imputati finisce progressivamente anche l’umanità, che per millenni ha attribuito al Diavolo la responsabilità delle proprie cadute. È davvero la tentazione a produrre il male oppure essa si limita a rivelare ciò che l’uomo custodisce già dentro di sé? Quanto è comodo immaginare un avversario esterno al quale consegnare le colpe che non si vogliono riconoscere?
Da questa prospettiva, Apologia appare meno come una biografia del Diavolo e più come una controbiografia dell’essere umano. Lucifero parla di sé, ma ogni sua dichiarazione restituisce all’uomo un’immagine inquietante. Il vero inferno potrebbe non essere un luogo ultraterreno, bensì la capacità umana di scegliere il male pur conoscendone gli effetti.
La scrittura affronta temi teologici e filosofici senza trasformare il romanzo in un trattato. L’impianto è concettualmente ambizioso, ma conserva una dimensione narrativa grazie alla teatralità del processo e alla forza di una voce protagonista che reclama attenzione. Il lettore viene coinvolto non come semplice spettatore, ma come componente ideale della giuria.
Il pregio maggiore dell’opera risiede proprio nel coraggio del rovesciamento. Caroleo Grimaldi non chiede di credere al Diavolo, né tenta di renderlo innocuo o amabile. Invita piuttosto a esaminare le fondamenta sulle quali sono state costruite colpa, obbedienza, ribellione e responsabilità. Il suo Lucifero non domanda indulgenza: pretende che il verdetto non preceda il dibattimento.
Nel panorama della narrativa italiana, Apologia. Biografia del Diavolo si distingue dunque come un romanzo filosofico dalla forte vocazione provocatoria.
È un libro che non cerca di pacificare il lettore, ma di lasciarlo con una domanda. Forse il male non comincia quando qualcuno ci induce a disobbedire. Forse comincia quando rinunciamo a interrogarci e trasformiamo una convinzione in una verità non più discutibile.
In questo senso, l’ultima parola non appartiene né a Dio né a Lucifero. Appartiene all’uomo, chiamato ancora una volta a scegliere, senza poter più attribuire interamente ad altri il peso della propria libertà.
RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24











