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  • Roma - Lunedì 2 Novembre 2026, 16:55

Ciclone Harry, registrata nel Mediterraneo un'onda record di 16,6 metri. Ingv: "Rischio per le coste amplificato"

La ricerca pubblicata su Communications Earth & Environment evidenzia il ruolo dei fondali nell'amplificare le mareggiate. Fenomeno registrato anche dalle reti sismiche.

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Un'onda massima di 16,6 metri — la più alta mai misurata nel Mar Mediterraneo —, condizioni meteo-marine eccezionali e vibrazioni registrate persino dai sismografi. Sono i dati salienti emersi dallo studio intitolato "Unprecedented storm impact in the Mediterranean revealed by models and seismic noise during Cyclone Harry", pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment del gruppo Nature e dedicato al ciclone Harry, che ha colpito il Mediterraneo centrale nel gennaio 2026.

La ricerca, svolta nell'ambito del progetto transfrontaliero WAVEGUARD (Interreg Italia-Malta) e coordinata dai docenti Giovanni Scicchitano dell'Università di Bari e Andrea Cannata dell'Università di Catania, ha visto la collaborazione di esperti di INGV, CNR, ISPRA, delle Università di Palermo e Malta, della Colorado State University e del Royal Observatory del Belgio.

L'indagine ha dimostrato come la conformazione geomorfologica dei fondali e delle coste possa amplificare notevolmente gli effetti delle mareggiate, causando inondazioni ed erosioni marcate anche a parità di condizioni meteo.

L'eccezionale altezza dell'onda di 16,6 metri è stata rilevata da una boa della Rete Ondametrica Nazionale dell'ISPRA posizionata nel Canale di Sicilia, tra Portopalo di Capo Passero e Malta, mentre nel Mar Ionio si sono simulate altezze superiori ai 10 metri.

L'impatto del ciclone ha generato anche un marcato segnale sismico (microseism) dovuto all'energia scaricata dall'onda sul fondale marino, rilevato da 55 stazioni sismiche sul territorio.

"In questo quadro il microseism si propone come uno strumento complementare ai sistemi tradizionali per seguire le mareggiate in tempo reale e rileggere gli eventi estremi del passato", ha spiegato Alfio Marco Borzì, ricercatore dell'Università di Catania. L'analisi svolta su 19 tratti costieri tra Sicilia, Sardegna, Calabria e Malta ha mostrato come canyon sottomarini, depressioni e pianure alluvionali abbiano consentito all'acqua di penetrare fino a oltre 500 metri nell'entroterra.

"La vulnerabilità delle coste non dipende solo dall'intensità della mareggiata, ma da fattori locali che possono essere individuati prima dell'evento. Conoscerli permette di orientare le scelte urbanistiche, la localizzazione delle infrastrutture e le strategie di adattamento", ha sottolineato Giovanni Scardino, ricercatore dell'INGV.

I dati raccolti sono stati inseriti nella piattaforma Web-GIS ARCHIMEDE per alimentare i futuri sistemi di allerta precoce.

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