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Si apre il 20 agosto nel castello di Fiumefreddo Bruzio, in Calabria, la mostra ESMA: storiche foto che testimoniano uno dei processi più importanti che si siano mai realizzati nel nostro Paese per i diritti umani.
Si apre il 20 agosto nel castello di Fiumefreddo Bruzio, in Calabria, la mostra ESMA: storiche foto che testimoniano uno dei processi più importanti che si siano mai realizzati nel nostro Paese per i diritti umani.
La giornalista Anna Maria De Luca ha seguito i tre processi per i desaparecidos celebrati in Italia tra il 1999 e il 2010, li ha raccontati su Repubblica e fotografati. Per la prima volta ora quelle foto vengono esposte al pubblico. Al suo fianco, per questo importante momento, il pubblico ministero dei tre processi, il dott. Francesco Caporale, magistrato coraggioso e di gran valore che è riuscito, in quegli anni ancora bui perché in Argentina non era possibile fare i processo, a volare oltreoceano per trovare i testimoni di quegli orrori e portarli a Rebibbia, a raccontare cosa avevano vissuto, per ridare giustizia ad Angela Maria Aieta, Giovanni e Susanna Pegoraro, tre cittadini italiani uccisi dal regime. E proprio perché erano cittadini italiani si sono potuti fare i processi in Italia, fatto che ha poi portato all’apertura dei processi anche in Argentina. Caporale ha raccontato quegli anni in un libro intenso “Note a margine di tre processi” con prefazione di Olivero Diliberto: “Ricordo perfettamente quando, nel 1999, con Caporale ci incontrammo nello smisurato ufficio del ministro della Giustizia: decidemmo che doveva andare direttamente in Argentina a svolgere le indagini necessarie al processo ed io lo autorizzai nella mia qualità, appunto, di Guardasigilli”.
"Non è azzardato – spiega Caporale, già Procuratore Aggiunto di Roma - definire l'Esma l'Auschwitz argentina. Da questo centro clandestino di detenzione passarono ben 5000 dei complessivi 30.000 desaparecidos vittime della feroce dittatura argentina negli anni tra il 1976 ed il 1983"
Al processo, tra gli altri, hanno testimoniato Estela Carlotto, presidente delle Nonne di Plaza de Mayo; il giornalista Rai Italo Moretti, allora inviato in America latina; Enrico Calamai, lo "Schindler" argentino che mise in salvo centinaia di oppositori politici del regime; il giornalista argentino Orazio Verbitsky (della giunta direttiva di Human Rights Watch/Americas) che con un'agenzia clandestina ha più volte denunciato, durante il golpe, le atrocità del regime militare e, negli anni successivi, i silenzi di chi li ha coperti.
“Sono onorata e felice di avere qui oggi il dottor Francesco Caporale,-dice Annamaria De Luca- uomo straordinario al quale tutti, non solo in Italia, dobbiamo stima ed ammirazione per il coraggio e la tenacia con la quale per anni è riuscito a portare avanti i processi”.
Le foto di Anna Maria De Luca - alcune furono pubblicate su Repubblica, altre sul Clarìn – raccontano la tensione di quelle ore a Rebibbia, il peso dell’angoscia dei testimoni che si sono ritrovati in aula arrivando da ogni parte del mondo: l’ultima volta che si erano visti erano prigionieri destinati alla morte, come accaduto per Angela Maria Aieta buttata da un aereo militare nell’oceano dopo mesi di torture. Ritrovarsi superstiti, dopo anni, a testimoniare per chi non ce l’ha fatta: Lo ha raccontato ai giudici italiani, con voce emozionata, Hebe Lorenzo, anche lei internata accanto ad Angela Maria: “Sono viva per caso. Io e Angela avevamo un patto: chi sarebbe uscita per prima avrebbe lottato per la liberazione dell'altra e di tutti i prigionieri".
"Stavamo tutto il giorno sdraiate per terra, una accanto all'altra, incappucciate e bendate. Mani ammanettate e piedi legati. Non potevamo parlare né muoverci. Se lo facevamo ci prendevano a calci. Suonavano sempre una musica assordante. Potevamo conoscere solo chi ci stava accanto. Nel primi tempi di detenzione mi trovai con Angela Maria. Era lì da venti giorni. Avevamo il cappuccio, non potevamo vederci, ma ci incoraggiavamo a vicenda. Lei di calci ne ha presi tanti. Ricordo la prima cosa che mi ha detto quando ci siamo conosciute. 'Ricordati che sono la madre di Dante Gullo'. Tutti noi militanti della gioventù peronista sapevamo chi era". Le giornate passavano così immobili. Al mattino ci portavano il mate bollito. Poi c'era il rito della bacinella. Una sola per trecento donne. Se ce la facevamo addosso ci picchiavano. Se chiedevamo la bacinella non la portavano. E se la portavano ci costringevano ad esibirci. Intorno solo lamenti, sempre sotto una musica assordante. Poi ogni tanto ci spedivano giù nella sala delle torture, che aveva anche una sala d'aspetto. Angela Maria vi fu portata diverse volte. Quando ritornava mi diceva: 'Forza, siamo ancora vive'. Non avevamo più un nome. Eravamo identificate con un numero. Io per tre mesi fui il 385. Sono stata internata il 26 agosto del '76. Alla fine di novembre, quando ne uscii, avevamo superato il 2000. Più di mille persone erano state internate in soli tre mesi.
"Il mercoledï era il giorno dei trasferimenti. Chiamarono Angela Maria. Per portarla in una prigione, dicevano. Io ero contenta per lei. In seguito dissi ad una guardia che speravo di finire nello stessa galera. Mi rispose: 'Spero che tu non verrai mai trasferita dove è lei ora'. E allora ho capito".
Le foto in esposizione nel castello furono scattate nel 2010 da Annamaria De Luca nell’aula bunker di Rebibbia durante le udienze: sono immagini storiche che testimoniano come l’Italia riuscì a fare giustizia – anche la Presidenza del Consiglio dei Ministri si costituì parte civile - in un periodo in cui in Argentina era ancora impossibile aprire i processi, a causa delle amnistie. ll tribunale condannò i capi del centro di detenzione clandestina più grande del Paese, allestito nella Scuola meccanica della Marina: il capitano Jorge Eduardo Acosta, comandante del Servizio Informazioni e capo carismatico dell'Esma ("Escuela Superior de Mecanica de La Armada", la scuola superiore dell'esercito), Alfredo Astiz, comandante di uno dei gruppi di sequestratori e torturatori, il capitano Jorge Raùl Vildoza, comandante dell'Esma, il prefetto navale Hector Febres, responsabile del destino dei bambini nati dalle prigioniere sequestrate in stato di gravidanza e il contrammiraglio Jorge Vaneck, comandante delle operazioni navali. Contro di loro, i due figli di Angela Maria Aieta, la moglie di Giovanni Pegoraro, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, la Regione Calabria, la Provincia di Cosenza e vari sindacati. Massera - uno dei pochi stranieri nelle liste di iscritti alla loggia massonica P2 sequestrate a Licio Gelli nel 1981 – morì poco tempo prima della storica sentenza.
“Merito – scrive Oliviero Diliberto nella prefazione del libro di Francesco Caporale “Note a margine di tre processi” - di chi non si è arreso all’impunità dei torturatori e degli assassini, merito di giudici coraggiosi, ad iniziare da Francesco Caporale, ma anche di chi, come l’allora procuratore di Roma, Salvatore Vecchione, decise di andare avanti. Non tutti volevano riaprire questo capitolo orrendo, altri giudici, in altre parti d’Italia, velocemente archiviarono. La Procura di Roma no”. (Pino Nano)
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