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  • Venezia - Giovedì 20 Agosto 2026

Femminicidio Tania Terrin, spuntano i messaggi con le ex di Dino Keber: “Mi ha quasi uccisa”

Le testimonianze delle ex compagne dell'aggressore: "Un'escalation di violenza e un sistema che non ha protetto le vittime". Il ministero della Giustizia valuta l'invio di ispettori in Procura a Venezia.

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Emergono dettagli drammatici sulla vicenda di Tania Terrin, la donna uccisa da Dino Keber — poi toltosi la vita —, in un contesto segnato da precedenti denunce e contatti con le ex compagne dell'uomo.

In un messaggio risalente al 20 aprile, secondo quanto riferisce il Gazzettino, la vittima aveva contattato una delle ex fidanzate dell'uomo nel tentativo di confrontarsi sulla condotta dell'aggressore: “Ciao, innanzitutto ti chiedo scusa se mi permetto di scriverti, penso tu sappia chi sono. Se vuoi puoi ignorare questo messaggio e non rispondermi. Ma spero che, da donna a donna, mi risponderai. Siccome vorrei capire con chi ho a che fare ti chiedo se Dino è stato violento con te e fino a che punto. Te lo chiedo perché sabato mi ha quasi uccisa e sta cercando di dare la colpa a me per le sue azioni”.

Un quesito a cui la destinataria ha risposto confermando i comportamenti aggressivi: “Sì, mi metteva le mani addosso, e l'ha fatto anche con tutte le altre: alla madre di sua figlia ha spaccato tutti i denti davanti. È pericoloso, e c'è la concreta possibilità che l'episodio si ripeta, ovviamente dando poi la colpa a te”.

Nel resoconto fornito da una delle ex partner dell'uomo, con cui ha condiviso una relazione di sei anni, si delinea un quadro di continue percosse e accessi al pronto soccorso: “Mi chiedo come ho potuto accettare tutto questo. Quando sei dentro a quel vortice, però, non capisci cosa sta succedendo. Credi di essere tu quella sbagliata: pensi che lui ti abbia picchiata perché te lo meritavi, per ciò che hai fatto. Sono finita al pronto soccorso tre volte. L'ho denunciato soltanto una. E nemmeno volevo farlo. Sono andata dai carabinieri per tutelarmi da una sua eventuale denuncia che minacciava avrebbe sporto. Sono arrivata in caserma per avvisare i militari che se Dino fosse andato da loro dicendo che avevo cercato di distruggergli la casa, in realtà mi stavo solo ribellando alle sue percosse. Così è scattata la denuncia d'ufficio per violenza domestica”.

La donna descrive inoltre il peggioramento progressivo della situazione nel corso degli anni: “L'ho conosciuto come una persona solare, attiva, socievole. Nel tempo tutto è peggiorato: inizialmente capitava mi picchiasse circa una volta al mese, poi sempre più di frequente”.

Racconta poi l'allontanamento temporaneo, una nuova denuncia a carico di Keber nel 2022 da parte di un'altra compagna e la manipolazione psicologica subita: “Ogni volta usava come scusa il diabete. Diceva che non era colpa sua se diventava violento, che lui era una persona buona, ma la sua malattia lo trasformava in 'Mr. Hyde'. Diceva proprio queste parole. Io mi sentivo in colpa a lasciarlo; credevo di essere l'unica che avrebbe potuto salvarlo. Vedevo lui come la vittima e io come il carnefice che voleva abbandonarlo a sè stesso”.

Riguardo al rapporto con le altre ex aggiunge: “Non ho mai conosciuto nessuna delle sue ex. Nessuna di loro mi ha mai cercata per avvertirmi, così come io non l'ho fatto a mia volta. L'unica con cui ho avuto modo di interagire è stata Tania. Non sapeva che aveva fatto del male a tutte quelle prima di lei, come non lo sapevo io al tempo”.

Nel testo si evidenziano anche le difficoltà incontrate dopo la querela e le omertà dell'ambiente circostante: “Quando ho sporto denuncia ho fatto anche i nomi di alcuni suoi amici che non solo sapevano tutto, ma ci avevano pure separati una volta in cui lui mi stava picchiando a sangue. Erano intervenuti per salvarmi. Quando sono stati interrogati, però, hanno difeso lui. Più avanti mi hanno detto di aver mentito perché non credevano la situazione fosse così grave”.

Poi la mancanza di tutele immediate: “Era agosto, tutti gli avvocati che ho chiamato erano in ferie e nessuno poteva seguirmi prima di due mesi. Ho chiamato il Telefono Azzurro per avere un supporto psicologico, il primo appuntamento disponibile era dopo la metà di settembre. Mi sono sentita completamente abbandonata a me stessa, ad affrontare una cosa più grande di me di cui nemmeno i miei genitori erano a conoscenza”.

Una situazione di perenne paura proseguita fino al decesso dell'uomo: “Soltanto da quando ho saputo che si è tolto la vita mi sento al sicuro, libera di uscire. In questi due anni io e il mio nuovo fidanzato abbiamo evitato ogni luogo in cui c'era la remota possibilità di incrociarlo. Lui e il mio attuale compagno una volta sono anche arrivati alle mani, perché Dino mi perseguitava. Abbiamo rinunciato a tutti i compleanni degli amici che avevamo in comune, i centri della Riviera del Brenta in cui sapevamo era solito andare. Avevo il terrore quando sentivo una moto rallentare davanti casa mia: pensavo sempre fosse lui”.

E la condanna sulla gestione della sicurezza: “Non si doveva arrivare a questo. Andavano adottate le giuste misure prima. Tania si poteva salvare. Doveva essere tenuto in psichiatria dove era finito due settimane prima e dalla quale è uscito con una banale firma. Appena uscito è andato a ucciderla: era una tragedia annunciata”.

Ulteriori testimonianze sono emerse dai social attraverso i post pubblicati da un'altra ex compagna: “Oggi non so se la mia coscienza è pulita o sporca, se non avessi ritirato quella denuncia magari lei sarebbe ancora viva e se non l'avessi fatto chissà se sarei ancora qui a scrivere”. E in seguito la stessa ha espresso preoccupazione per il futuro: “Parlo da mamma di una bambina e, anche se so che le mie parole non cambieranno nulla, mi auguro che le leggi cambino in fretta, soprattutto che si faccia prevenzione facendo educazione affettiva nelle scuole, il pensiero che anche lei possa incontrare lo stesso mostro che il 02/03/2002 ho incontrato io non mi fa dormire la notte. Sì, sono passati 24 anni, all'epoca ne avevo solo 16... Mi definiscono miracolata, ed è vero. Ma chi può sapere come si vive dopo? Chi può sapere come si va avanti? Con che coraggio puoi rimetterti in gioco sentimentalmente? Nessuno può sapere le conseguenze che ci portiamo dentro, nessuno può capire se non l'ha vissuto e soprattutto il terrore che possa accadere anche alle nostre figlie”.

Sulla vicenda, il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni ha annunciato che, d'intesa con il ministro Carlo Nordio, si valuterà "l'invio di ispettori del ministero della Giustizia in Procura a Venezia per capire cosa non abbia funzionato", definendo il femminicidio "una sconfitta per lo Stato".

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