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Fondazione per il Giornalismo Paolo Murialdi. Appena fresco di stampa “Nel segno della verità. Le vie del giornalismo tra odio, fake news e disintermediazione”, l’ultimo libro di Vittorio Roidi, edito da Istimedia il nuovo marchio delle edizioni del Centro di Documentazione Giornalistica.
Fondazione per il Giornalismo Paolo Murialdi. Appena fresco di stampa “Nel segno della verità. Le vie del giornalismo tra odio, fake news e disintermediazione”, l’ultimo libro di Vittorio Roidi, edito da Istimedia il nuovo marchio delle edizioni del Centro di Documentazione Giornalistica.
Sulla qualità dell’informazione- questa la premessa che fa in occasione del lancio del nuovo libro di Vittorio Roidi la Fondazione per il Giornalismo Paolo Murialdi- occorre un’analisi in profondità, un dibattito aperto a giornalisti ed editori, ma anche agli studiosi e ai cittadini, e la Fondazione Paolo Murialdi- sottolinea una nota ufficiale- “intende portare un primo contributo in attesa che il Parlamento prenda coscienza di un tema tanto delicato”.
Nasce così "Nel segno della verità. Le vie del giornalismo tra odio, fake news e disintermediazione”, il nuovo libro di Vittorio Roidi, analista attento ai temi della comunicazione e del giornalismo italiano, un libro che, come i suoi precedenti saggi, non mancherà di interessare e stimolare il mondo della comunicazione. Il libro è stato presentato nell'ambito dell'attività editoriale della Fondazione Murialdi di cui Vittorio Roidi è stato già Presidente e componente del Consiglio di amministrazione, ed è dedicato a Silvano Rizza indimenticabile capocronista del Messaggero oltre che autorevolissimo Consigliere Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti per lunghissimi anni.
“Mentre leggevo questo libro di Vittorio Roidi- scrive Paolo Mancini nella sua prefazione- ho avuto l'impressione che si trattasse, come spesso si dice, del "libro di una vita". Mi sembra infatti che in questo volume Vittorio abbia concentrato questioni, problemi ed esperienze maturate in lunghi anni sia come giornalista professionista che come docente presso varie scuole di giornalismo. Alle questioni che ha dovuto affrontare e alle esperienze che ha attraversato egli cerca di offrire una risposta. Nel suo libro, l'autore segue infatti quelle che lui chiama “le vie del giornalismo di oggi”, tra odio, fake news e disintermediazione, e dice: “E’ tempo di cambiare strada perché quella che si sta percorrendo appare priva di sbocchi”.
La provocazione che lancia Paolo Mancini è assai suggestiva.
Prima sottolinea che il libro di Vittorio Roidi “ E’ il "libro di una vita" anche perché inizia, e finisce, trattando un tema, quello della verità, che è il tema fondante il mestiere di giornalista: non a caso ci sono e ci sono stati giornali che hanno scelto questa parola come loro titolo.
Ma poi aggiunge: “Si tratta ovviamente di un tema che trascende il mestiere del giornalista ed infatti il libro inizia con citazioni di filosofi greci che cercavano risposte a quesiti che hanno accompagnato la storia stessa dell’umanità. Per il giornalismo la verità è un tema ancora più centrale, complesso e difficile che non in altri campi dal momento che, per definizione, il professionista dell'informazione ha come proprio obiettivo la trasmissione del sapere e, più in piccolo, della notizia. In un certo senso il lavoro del giornalista è proprio, e forse direi anche solo, la trasmissione della verità”.
Questa, dunque, l'analisi di fondo del nuovo saggio del famoso giornalista romano.
Salvare il giornalismo, il momento è importante. La crisi impazza, le aziende editoriali sono in rosso, licenziano i redattori e tagliano i bilanci, mentre le edicole chiudono e la carta stampata sembra destinata a scomparire. Furoreggiano i social network ma i contenuti che scaricano in Rete sono ambigui, talvolta odiosi, sempre più spesso falsi. È tempo di cambiare strada perché quella che si sta percorrendo appare priva di sbocchi. Per fortuna c'è fame di informazione.
Parte da questi concetti di fondo la nuova e impietosa analisi di Vittorio Roidi sullo stato del giornalismo italiano.
Ma il cittadino cosa chiede? Vittorio Roidi non ha dubbi: “Chiede prodotti buoni, se possibile garantiti dal venditore, né più né meno di ciò che il consumatore vuole quando va ad acquistare qualcosa al mercato. Quella che manca – si legge nella sinossi – non è la domanda ma una risposta che soddisfi. Se il cittadino non la trova cambia negozio, si rivolge altrove. Il prodotto deve cambiare perché anche le notizie sono un bene commerciale”.
La chiave di volta per avere successo e ritrovare la fiducia dei lettori, a giudizio di Vittorio Roidi è una e una soltanto: “Informare la collettività con scrupolo, mettendosi al servizio del lettore, sempre, di fronte a qualsiasi avvenimento. Gli inglesi hanno votato sul referendum per la Brexit e gli americani hanno eletto Donald Trump presidente sulla base di informazioni false. Tocca ai giornalisti cercare la verità, sconfiggere le fake news, smascherare i bugiardi”.
Uno dei grandi saggi del giornalismo italiano, Giancarlo Tartaglia, che della Fondazione Murialdi è oggi il Segretario Generale, e che del giornalismo italiano è oggi il vero e unico storico vivente, ci ha sempre ricordato con questo suo sorrido eternamente disarmante “Io sono kantianamente convinto che la verità (il noumeno) sia inconoscibile”.
Ma su questo Paolo Mancini, nella prefazione che fa al libro, lancia una nuova provocazione, assolutamente aderente alla realtà del momento, soprattutto quando spiega che “la rivoluzione digitale abbia posto problemi difficilmente insolvibili in tema di regolamentazione. Ha determinato un mercato delle informazioni estremamente affollato di tante fonti e di tanti messaggi in circolazione, un mercato frammentato e segmentato in cui ogni fonte cerca una propria nicchia di lettori, ascoltatori, consumatori”.
In estrema sintesi la digitalizzazione ha comportato, sta comportando un più generale “processo di deistituzionalizzazione per cui le istituzioni su cui il giornalismo, così come la politica per altri versi, faceva affidamento, le istituzioni che costituivano l’asse portante del mestiere del giornalista, trasferiscono le proprie funzioni a singoli, dispersi e spesso isolati cittadini”.
Non gli si può dare torto. Le organizzazioni giornalistiche- ricorda Paolo Mancini a Vittorio Roidi- le testate, le redazioni con le loro procedure standardizzate, con la loro gerarchia consolidata, con le progressioni di carriera standardizzate sono sempre di meno al centro della produzione e della circolazione delle notizie che si trasferiscono invece sui social, sui singoli cittadini che postano su Facebook, che curano blogs, che twittano al di fuori di qualsiasi organizzazione stabilizzata, controllo, responsabilizzazione gerarchica.
“Il "citizen journalism" sfugge ad ogni verifica e ad ogni vincolo organizzativo e gerarchico. Qui non ci sono routines consolidate, non ci sono capiredattori da ascoltare e rispettare. Difficilmente questa vasta area di produzione e circolazione di informazioni può essere disciplinata. E da qui peraltro derivano le fake news: esse sono un prodotto, per molti aspetti ineliminabile, della deistituzionalizzazione”.
Ma come se ne esce?
Semplice, replica Vittorio Roidi: “Per svolgere un simile compito i giornalisti devono avere credibilità e questa si misura sia con il metro della libertà che mostrano nel loro lavoro sia con quello delle verità che essi riescono a scovare. Le moderne democrazie sono sorte sul pilastro di una stampa libera e pluralista, ora mostrano avere bisogno di un'informazione veritiera”.
Analisi non del tutto sufficiente forse a risolvere il problema di fondo, ma Paolo Mancini lo scrive anche con la giusta chiarezza: “Nel suo libro Roidi presta particolare attenzione alla formazione professionale: ma anche in questo caso la nuova ecologia digitale rende questa funzione difficile, se non impossibile: chi e come formare nel vasto numero di persone che postano o twittano informazioni? Come raggiungerli? Che tipo di formazione e addestramento? E queste persone vogliono essere addestrate? Hanno bisogno di addestramento e aggiornamento? Producono e fanno circolare notizie cittadini privi di vincolo gerarchico qualsiasi organizzativo e di obbedienza”. Vero quanto mai.
E’ il cane che si morde la coda.
E anche qui torna prepotente il tema dell’Ordine e del ruolo che ancora un Ordine dei Giornalisti come quello che abbiamo è in grado di svolgere al servizio del Paese.
L'Ordine dei Giornalisti -questa è ormai l’analisi generale più ricorrente che si coglie nel Paese- è un'istituzione tutta italiana che ha svolto funzioni importanti, ma che oggi tanto più può apparire qualcosa di superfluo nel nuovo sistema ibrido.
“Vittorio Roidi, da uomo delle istituzioni, è certo che quest'organizzazione possa svolgere ancora un ruolo importante. Forse e vero, ma anche in questo caso – commenta Paolo Mancini- e necessario un ripensamento importante e radicale del suo ruolo rispetto ad una situazione caratterizzata da un numero enorme di fonti di informazione che solo in pochi casi rispondono a vincoli prefissati”.
Un libro, insomma, destinato a sollevare dibattito e reazioni, ma è questo che oggi serve alla grande famiglia dei Giornalisti Italiani.
Veniamo all’autore. Già Presidente nel 2018 della Fondazione per il Giornalismo Paolo Murialdi al posto di Daniele Cerrato, Vittorio Roidi, giornalista professionista, prima a Il Messaggero, poi alla Rai, di cui è stato caporedattore del GR1, successivamente sempre a Il Messaggero come caporedattore centrale, è stato presidente della Federazione Nazionale della Stampa Italiana dal 1992 al 1996 e segretario del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti dal 2001 al 2007. Per molti anni è stato impegnato nella Scuola di Giornalismo di Urbino e successivamente in quella di Perugia. Autore di numerosi volumi sulle tematiche del giornalismo (Coltelli di carta–1992, La preghiera mattutina–1996, La fabbrica delle notizie–2001, Il diritto all’informazione–2003, Cattive notizie–2012) di cui l’ultimo, in collaborazione con Lorenzo Grighi, dal titolo “Giornalisti o Giudici” edito da RAI-ERI.
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