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Appena fresco di stampa “La ribellione di Michele Albanese”. Lo ha scritto la giornalista RAI Gabriella D’Atri, la prefazione è di Carlo Verna storico Presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti Italiani. Primo volume della collana “Sotto scorta” edita da Castelvecchi, che raccoglie storie e testimonianze di chi è costretto a una vita senza libertà, semplicemente per avere adempiuto al proprio dovere. Giornalisti, sindaci, imprenditori, preti di strada. Esempi di coraggio ma di cui nessuno parla.
Appena fresco di stampa “La ribellione di Michele Albanese”. Lo ha scritto la giornalista RAI Gabriella D’Atri, la prefazione è di Carlo Verna storico Presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti Italiani. Primo volume della collana “Sotto scorta” edita da Castelvecchi, che raccoglie storie e testimonianze di chi è costretto a una vita senza libertà, semplicemente per avere adempiuto al proprio dovere. Giornalisti, sindaci, imprenditori, preti di strada. Esempi di coraggio ma di cui nessuno parla.
Bellissima la prefazione che Carlo Verna, storico Presidente del’Ordine Nazionale dei Giornalisti, ha scritto per il saggio di Gabriella D’Atri. “Ci sono storie di giornalisti coraggiosi, che vanno raccontate. Facendolo possiamo dare il nostro contributo alla loro missione. Gabriella D’Atri lo fa con questo libro”.
In Italia ci sono oggi all'incirca 600 persone costrette a vivere sotto scorta. Magistrati di inchieste delicatissime, imprenditori che non si sono piegati, politici e giornalisti che hanno raccontato senza filtri la realtà delle cose, scomode verità. Tutti loro meriterebbero di avere voce.
Ha ragione Carlo Verna: “Talvolta nella memoria rimangono dei fatti di cui si è molto discusso ma si affievolisce – fino a sparire – il ricordo di alcuni dei protagonisti. Divenne un caso mondiale- sottolinea Carlo Verna-l’inchino” al boss durante la processione di Tresilico a Oppido Mamertina. Non fece solo scandalo, produsse conseguenze positivamente attive in termini di nuove regole e giusto incanalamento delle devozioni verso i valori che sanamente le producono. Un filo rosso poi legò la vicenda alla storica visita e alle sferzanti parole di Papa Francesco a Cassano allo Jonio”.
Il libro di Gabriella Datri non è altro che il racconto appassionato, coinvolgente, forte, motivato e convincente della storia personale e professionale di un altro grande cronista calabrese, Michele Albanese, protagonista assoluto di questa vicenda di mafia, e che da sette anni ormai vive sotto scorta.
“Cinquantasette anni, di Cinquefrondi, piccolo centro della piana di Gioia Tauro in Calabria, Michele Albanese – racconta Gabriella D’Atri- è stato per anni corrispondente della «Gazzetta del Sud» per poi passare al «Quotidiano della Calabria», oggi «Quotidiano del Sud». Cronista in terra di mafia. Della mafia più potente al mondo. Testa dura e coraggio da vendere. Quello che ci vuole per fare questo mestiere, bellissimo e dannato. Perché se lo fai come va fatto, qualche rischio finisci per correrlo. Sempre. Lui ha rischiato grosso. E non è ancora finita”.
Michele Albanese, dunque, e la sua vita. Michele Albanese e il suo coraggio, Michele Albanese e le sue paure.“ Un giornalista, giornalista come nel film Fortàpasc di Marco Risi fu definito Giancarlo Siani. -sottolinea Carlo Verna- Se con lui possiamo ancora parlare e interagire, facendoci confortare da un esempio che illumina tanti percorsi professionali tesi all’affermazione del diritto del cittadino di sapere, è solo perché la polizia seppe ottimizzare la possibilità di utilizzo di una cimice di ultima generazione. Non voglio svelare i contenuti di un libro da leggere con empatia, tutto di un fiato verso il protagonista, ma chi si addentrerà nella vicenda –questa la grande provocazione culturale di Carlo Verna- provi a immaginare che cosa possa significare da un momento all’altro dover completamente cambiare vita perché già sono pronti atti finalizzati a toglierla. Con grande clamore, non con un killer solitario, ma con un’esplosione che suoni come un fragoroso avvertimento a chi volesse imitarne le gesta professionali. Invece no, Michele e la sua famiglia hanno accettato la situazione e hanno cominciato a convivere col problema. Il giornalista non ha rinunciato a battersi per i valori della sua professione e per la sua terra che non ha voluto lasciare accontentandosi dello scampato pericolo. Un grazie per questo potranno dirglielo solo i calabresi. Io posso farlo invece per conto della categoria, esaltata da storie come quella che la collega d’Atri racconta”.
Efficassima la ricostruzione che Gabriella D’Atri fa di questa vicenda che ha sconvolto non solo la vita di un cronista preparato a tutto come Michele Albanese, ma l’intero “Sistema-ndrangheta” di molti piccoli paesi calabresi dove per anni si sono ripetuti industurbati i riti religiosi che Michele Albanese ha invece scelto di denunciare pubblicamente e di mettere alla gogna.
Il racconto che ne segue è avvolgente. “C’è da punire un giornalista del «Quotidiano della Calabria»- scrive Gabriella D’Atri- uno che i fatti suoi non se li è mai voluti fare. Ha ficcato il naso in affari che non lo riguardano, ha invaso un territorio che per loro è inviolabile. E non si è fermato a questo. Quegli affari che dovevano restare nascosti, come qualunque cosa voglia dire ’ndrangheta, erano pure finiti sui giornali, a creare un clamore poco gradito. Quel giornalista aveva scritto di guerre di mafia e nuovi equilibri, di latitanti ancora attivi dai loro bunker sotto casa. Aveva seguito la trasformazione della ’ndrangheta da organizzazione locale a holding del crimine. Aveva battuto quella zona grigia fatta di boss in giacca e cravatta, imprenditori e professionisti collusi, politici corrotti. Quel cronista doveva essere fermato una volta per tutte”.
Un attentato dinamitardo in piena regola, dunque. Eclatante, clamoroso, devastante, violentissimo, intimidatorio per gli anni futuri, perché la Ndrangheta vuole e deve dare un segnale forte a chi verrà dopo Michele Albanese.La sua condanna a morte –racconta Gabriella D’Atri- sarebbe stata eseguita da lì a pochi giorni. Un’esecuzione eclatante, un fatto mai accaduto prima d’allora in Calabria e in Italia.
“Si uccideva un giornalista per bloccare quelli che come lui andavano a fondo nelle cose, indagavano, portavano alla luce verità scomode e pericolose e poi le raccontavano: dalle colonne di un giornale o dalle pagine web di una testata on line. Facevano, insomma, il loro dovere. E in terra di mafia tanto impegno espone a rischi serissimi. La conversazione tra i due killer della ndrangheta che stanno organizzando la risoluzione finale dura alcuni minuti. Ma, contrariamente a quanto pensano i due uomini, non resta segreta. C’è una microspia in quell’auto. L’ha piazzata la polizia. La cimice nascosta in una intercapedine delle lamiere della vettura sta registrando tutto”. E Michele si salva, perché immediatamente scatta attorno a lui un cordone di sicurezza senza precedenti in Calabria.
Ma perché la ndrangheta ad un certo punto della sua storia decide di ripercorrere, alle porte del nuovo millennio, le scelte che furono in passato di Cosa Nostra con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino?
Non ha dubbi un grande investigatore italiano come lo è il giudice Cafiero De Rao, oggi Capo della Direzione Nazionale Antimafia, ma in passato anche Capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, quindi uno dei massimi esperti italiani della materia: “ Si punta a minare l’informazione giornalistica – dice nell’intervista rilasciata a Gabriella D’Atri per il suo libro- perché è uno degli strumenti più forti per diffondere la conoscenza, innescare la reazione e contrastare le mafie. Se molto spesso non si reagisce non è perché non si voglia, ma perché quasi si viene presi all’improvviso, si è soli, non si conosce il fenomeno, non si riesce a comprendere come comportarsi. Oramai invece c’è stata una diffusione di informazione talmente elevata per cui non si può dire che la ’ndrangheta, la mafia o la camorra non si conoscano. L’informazione che dà conoscenza prepara il cittadino a reagire, a prevenire gli attacchi di questo tipo. Attacco che poi è alla propria libertà, alla libertà dell’uomo”.
Dopo una analisi serrata e dettagliatissima sullo stato di salute della Ndrangheta, il Capo della Direzione Nazionale Antimafia spiega con estrema lucidità che ci sono parametri precisi attraverso i quali si misura il livello di legalità di un paese.
“Accanto all’autonomia e all’indipendenza della magistratura e all’anticorruzione, c’è proprio la libertà dell’informazione. Quindi, laddove c’è la possibilità di andare a fondo e colpire casomai non soltanto le mafie ma anche quella parte ulteriore della società che le sostiene, laddove l’informazione consente di dare conoscenza e quindi di predisporre, prevenire, reagire; laddove si attacca il sistema e la corruzione, laddove c’è un livello così specializzato o così libero, è lo Stato che è molto più forte nel contrastare mafie e malcostume”.
Il dato storico inconfutabile che Cafiero De Raho affida invece al saggio di Gabriella D’Atri è che “A differenza della mafia siciliana, la ’ndrangheta non ha mai ucciso un giornalista, quanto meno non lo ha mai fatto in Calabria”.
Ma perché questo non è mai accaduto fino ad ora in Calabria?
La risposta dell’alto magistrato non sembra per nulla scontata, anzi fa più rumore della domanda.
“In Italia – dice Cafiero De Raho a Gabriella D’Atri- c’è un’altissima specializzazione. Se la ’ndrangheta dovesse toccare un giornalista, lo Stato non si fermerebbe mai fino a che non ha trovato gli autori. L’Italia ha una storia, un’esperienza, ha delle leggi molto efficaci, ha delle forze di polizia e una magistratura molto specializzate…Questa è la dimostrazione di come uno stato di diritto come l’Italia non si ferma fino a che non raggiunge la piena verità. Ecco perché nei confronti probabilmente dei giornalisti, nonostante ve ne siano tanti sotto minaccia, non si è arrivati a colpirli”.
Dulcis in fundo, una bellissima testimonianza di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e che vede in Michele Albanese una icona della lotta alla mafia, sotto tutti i profili e sotto tutte le angolazioni possibili e immaginabili.
Un libro da leggere tutto d’un fiato, perché è una denuncia forte e coraggiosa di cosa significhi a volte fare bene il proprio mestiere di cronista in una terra difficile come la Calabria.
Buon Natale e tanta vita serena a Michele Albanese e alla sua famiglia.
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