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- Roma - Mercoledì 2 Settembre 2026
Il primo processo all’Homo Googlis. Il caso di Lindsay Clancy potrebbe aprire nuovi scenari per la giustizia
Un processo negli Stati Uniti mette in luce il dramma di una madre che ha cercato aiuto online prima di commettere un omicidio. La vicenda solleva interrogativi sul ruolo della tecnologia nella salute mentale.
di Gianni Dell'Aiuto
Se il caso fosse avvenuto nel Belpaese i talkshow e gli opinionisti avrebbero avuto materiale da vivisezionare per anni e, da bravi italiani, ci saremmo schierati per una delle due fazioni come facciamo dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini.
Ma è avvenuto negli Stati Uniti. E solo lì poteva prendere quei connotati giudiziari che lo portano ad essere il primo probabile caso di processo all’Homo Googlis; quell’essere umano nuovo che è nato dalla rivoluzione digitale.
Lindsay Clancy madre di 36 anni di Duxbury, Massachusetts, ha ucciso i suoi tre figli, Cora, 5 anni, Dawson, 3 anni, e Callan, 8 mesi, ed è ora sotto processo nella città di Plymouth. Non ha chiesto aiuto a nessun complice, ma a Google. Prima ancora di ucciderli, prima ancora di sapere che li avrebbe uccisi, ha cercato "allucinazioni", "psicosi", "quanto tempo impiega un farmaco, il Wellbutrin per fare effetto".
Ha cercato "ideazione suicidaria" come si cerca la ricetta di una torta. Non lo ha detto a un medico, sebbene ne avesse diversi. Non lo ha detto a sua madre o al marito. Lo ha digitato. E quel digitare, mesi dopo, è diventato la prova più discussa di un processo che in queste ore, in un tribunale del Massachusetts, non riesce ancora a chiudersi: la giuria è entrata in stallo, il giudice l'ha rimandata a deliberare, e il verdetto resta sospeso.
Il fatto non è in discussione: Clancy ha strangolato i figli per poi tentare di uccidersi gettandosi dalla finestra. Quello che divide accusa e difesa, e ora la giuria, è come leggere le settimane precedenti, ricostruite non attraverso un diario o una confessione, ma attraverso una cronologia di ricerche su Internet e i dati di uno smartwatch.
La difesa la definisce collasso psichiatrico documentato in tempo reale. L'accusa la chiama pianificazione lucida. Entrambe leggono stesso oggetto con occhi opposti, senza accorgersi che l'oggetto stesso è la vera notizia. Perché qui non è in questione soltanto se Lindsay Clancy fosse malata o colpevole, ma un comportamento che una donna nella sua condizione, fino a non molti anni fa, non avrebbe potuto avere, semplicemente perché lo strumento non esisteva.
L’Homo Sapiens, di fronte al crollo della propria mente, parlava con chi poteva rispondere, reagire, fermarlo. Un familiare, un sacerdote, un medico, un vicino di casa che notava lo sguardo spento e chiedeva "stai bene?".
C'era un interlocutore che rispondeva con la voce, che tratteneva il polso, che chiamava un'ambulanza se il silenzio si prolungava troppo. Il sintomo, per manifestarsi, passava attraverso un altro essere umano.
L'Homo Googlis, di fronte allo stesso crollo, si rivolge a un motore di ricerca. E una macchina non vede il tremore delle mani, non nota il pianto trattenuto, non chiama un numero d'emergenza. Restituisce risultati neutri, asettici, muti. Clancy ha potuto cercare "psicosi post partum" alle tre di notte senza svegliare nessuno, senza che nessuno le chiedesse il perché, senza che la ricerca diventasse un campanello d'allarme per chiunque le stesse accanto.
Ha potuto costruirsi, da sola e in silenzio, un'autodiagnosi che nessun essere umano ha mai visto formarsi. Questo è il punto che il processo, forse senza volerlo, sta mettendo a fuoco meglio di un trattato medico: non stiamo giudicando solo una donna, stiamo scoprendo un modus operandi che la rete ha reso possibile e che prima semplicemente non c'era. Non un comportamento umano declinato in modo nuovo, ma un comportamento indotto dallo strumento stesso.
Cercare invece di chiedere. Digitare invece di dire. Fidarsi di un algoritmo che non giudica, non si spaventa, non interviene, proprio perché non giudica, non si spaventa, non interviene. E questo comportamento è ormai connaturato, indotto, naturale nell’essere umano di oggi. Nel suo DNA ormai digitale.
E attorno a questa vicenda si è formato in tempo reale, un secondo tribunale: quello del popolo della rete, spaccato in due fazioni inconciliabili. Da una parte chi la vede vittima di un sistema sanitario che l'ha sovradosata fino a spegnerle la mente. Dall'altra chi la vede madre lucida che ha calcolato i tempi in cui restare sola con i figli.
Ma quel pubblico, quando discute, discute a sua volta cercando, condividendo, commentando, cioè riproducendo esattamente lo stesso automatismo che ha reso possibile la tragedia che sta giudicando.
Il tribunale della rete processa Clancy con gli stessi strumenti che hanno reso Clancy quello che è diventata. Forse la domanda che dovrebbe restarci addosso, quando la giuria uscirà finalmente da quella stanza con un verdetto, non è se una madre fosse malata o colpevole.
È se un'intera generazione stia imparando, senza accorgersene, a chiedere aiuto solo alla macchina, e a nessun altro. Non dovrebbe essere un tribunale a dirlo.
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