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  • Roma - Giovedì 30 Luglio 2026

L'audizione di Fauci e la crisi della medicina

L'audizione di Fauci segna un cambio di paradigma nella relazione tra scienza e politica, evidenziando i limiti della medicina durante la pandemia.

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di Massimo Fioranelli

L'audizione di Anthony Fauci davanti al Senato americano non rappresenta soltanto un passaggio giudiziario o politico. Segna probabilmente la fine di una stagione nella quale la medicina ha progressivamente ceduto il passo alla biopolitica e nella quale decisioni destinate a modificare profondamente la vita di miliardi di persone sono state presentate come l'unica conseguenza possibile della scienza.

Per oltre tre anni Fauci è stato il simbolo mondiale della risposta sanitaria alla pandemia. Per alcuni il volto della competenza; per altri il principale interprete di una stagione caratterizzata dalla sovrapposizione tra autorità scientifica e potere politico.

L'elemento più significativo dell'audizione non è stato ciò che è stato detto. È stato ciò che non è stato detto.

 Di fronte alle domande della Commissione, Fauci ha scelto di invocare sistematicamente il Quinto Emendamento, rifiutando di rispondere anche a quesiti apparentemente elementari. Sul piano giuridico questa scelta costituisce un diritto previsto dalla Costituzione americana e non equivale, di per sé, a un'ammissione di responsabilità. Sul piano storico e politico, tuttavia, rappresenta un'immagine destinata a rimanere impressa nella memoria collettiva.

A rendere ancora più significativo questo passaggio sono i documenti interni ed il verbale delle attività attribuito a Fauci e da lui riconosciuto come autentico, nei quali emergono valutazioni e discussioni che meritano oggi di essere analizzate con rigore, confrontandole con le decisioni che furono assunte durante la pandemia e con le conoscenze scientifiche progressivamente maturate negli anni successivi.

La questione centrale, infatti, non riguarda soltanto Anthony Fauci. Riguarda il rapporto tra scienza, politica e libertà.  

Durante la pandemia il dibattito scientifico venne spesso sostituito dalla certezza assoluta. Provvedimenti straordinari furono presentati come inevitabili, mentre ogni posizione critica veniva frequentemente assimilata all'antiscienza o al negazionismo.

 Oggi quel quadro appare molto meno granitico. Il distanziamento sociale venne imposto come misura fondata su solide basi scientifiche. Successivamente è emerso che la distanza dei due metri non derivava da studi sperimentali robusti, ma da valutazioni storiche e pragmatiche, successivamente trasformate in regola universale.

 L'uso generalizzato delle mascherine nella popolazione fu considerato per lungo tempo una misura indiscutibile. Le revisioni sistematiche pubblicate negli anni successivi hanno invece fornito risultati assai più sfumati, evidenziando come l'efficacia dipenda dal tipo di dispositivo, dal contesto e dall'aderenza al corretto utilizzo, senza confermare quell'effetto universale inizialmente attribuito.

La chiusura delle scuole costituisce probabilmente uno degli errori più gravi dell'intera gestione pandemica. I danni educativi, psicologici, relazionali e sociali prodotti su milioni di bambini e adolescenti sono oggi ampiamente documentati, mentre il beneficio epidemiologico di una chiusura così prolungata appare molto più limitato di quanto allora si ritenesse se non addirittura nullo..

Anche i lockdown generalizzati oggi sono valutati come assolutamente inutili e deleteri. Gli enormi costi economici, sanitari e sociali che hanno determinato impongono una riflessione critica sul principio di proporzionalità tra beneficio atteso e danno prodotto.

Un capitolo che merita una riflessione particolare riguarda la gestione terapeutica domiciliare dei pazienti nelle fasi iniziali della malattia. In Italia la circolare ministeriale che suggeriva un approccio fondato prevalentemente su paracetamolo, monitoraggio clinico e cosiddetta "vigile attesa" è divenuta uno dei simboli più controversi dell'intera pandemia. Nel corso degli anni quella strategia è stata oggetto di numerose contestazioni scientifiche, di ricorsi amministrativi e di un intenso dibattito clinico. Parallelamente, diversi gruppi di ricerca hanno sostenuto l'importanza di un trattamento farmacologico precoce dei pazienti selezionati, volto a contrastare tempestivamente la fase infiammatoria della malattia e a ridurre il rischio di progressione.

Al di là delle differenti posizioni terapeutiche, un dato appare oggi difficilmente contestabile: la medicina non può limitarsi ad osservare l'evoluzione di una malattia potenzialmente evolutiva trascurando la possibilità di intervenire precocemente. La pandemia ha insegnato quanto sia pericoloso trasformare una strategia terapeutica contingente in un paradigma indiscutibile. Anche in questo caso, ciò che inizialmente veniva presentato come l'unica condotta possibile è stato successivamente sottoposto a una revisione critica che ha portato a una maggiore attenzione verso le cure domiciliari precoci, soprattutto nei pazienti a rischio.

La scienza autentica vive di dubbi, di verifica continua e di correzione dei propri errori. Durante la pandemia, invece, il dubbio è stato spesso trasformato in colpa. Si è affermata l'idea che esistesse una sola interpretazione possibile della realtà e che qualsiasi domanda costituisse una minaccia anziché uno strumento di progresso scientifico.

Ed è forse questo il lascito più preoccupante.demia non ha semplicemente messo alla prova i sistemi sanitari. Ha messo alla prova il metodo scientifico stesso.

Quando la ricerca viene sostituita dall'autorità, quando il confronto viene sostituito dal consenso imposto e quando la politica utilizza la scienza come strumento di legittimazione delle proprie decisioni, il rischio non è soltanto quello di commettere errori. È quello di compromettere la fiducia dei cittadini nella medicina.

La credibilità rappresenta il capitale più prezioso della professione medica. Un medico prescrive innanzitutto fiducia, ancora prima dei farmaci. Quando quella fiducia viene incrinata, la ferita rimane anche dopo la fine dell'emergenza.

L'audizione di Anthony Fauci non riscrive, da sola, la storia della pandemia. Saranno i documenti, la ricerca scientifica ed il tempo a completare quel giudizio che in questo momento appare impietoso per le nostre classi politiche.

Ma essa segna un passaggio simbolico importante: il tramonto dell'idea che decisioni così profonde possano essere sottratte al confronto critico in nome di una presunta infallibilità della scienza.

La pandemia dovrebbe lasciare una lezione destinata a rimanere. La scienza non perde autorevolezza quando ammette i propri limiti. La perde quando pretende di non averne. È proprio nel dubbio, nella trasparenza e nella libertà del confronto che risiede la sua forza. Ogni volta che questi principi vengono sacrificati, non è soltanto la politica a uscirne indebolita. È la medicina stessa.

  • Medico, Professore Associato di Fisiologia

 

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