
- Prima Notizia 24
- Mercoledì 22 Aprile 2026
Lavoratore suicida dopo licenziamento: il giudice gli dà ragione dopo due anni, "il provvedimento è illegittimo"
La vittoria legale dei familiari restituisce onorabilità a Paolo Michielotto, vittima della disperazione nel 2024.
A due anni dalla tragica scomparsa di Paolo Michielotto, il Giudice del Lavoro di Venezia ha stabilito che il suo licenziamento fu illegittimo.
La storia del dipendente cinquantacinquenne di un'azienda della grande distribuzione a Marghera si era interrotta bruscamente nell'agosto 2024 quando, travolto dalla disperazione dopo aver perso il posto, l'uomo si era tolto la vita.
L'azienda lo aveva accusato di aver favorito alcuni clienti permettendo loro di ottenere la spedizione gratuita attraverso l'inserimento nei pacchi di merce destinata allo smaltimento, quantificando il danno complessivo in soli 280 euro.
Nonostante la perdita del caro, la famiglia di Michielotto, originario di Pontelongo, ha scelto di portare avanti la battaglia legale sostenuta dalla Cgil e dalla Filcams Cgil di Venezia. L'obiettivo non era solo economico, ma mirava a restituire onorabilità a un uomo che aveva dedicato la vita al proprio impiego.
La sentenza emessa ora dal tribunale lagunare riconosce l'infondatezza di quel provvedimento espulsivo, trasformando una vicenda dolorosa in una vittoria morale postuma.
Soddisfazione è stata espressa dai vertici sindacali Daniele Giordano e Andrea Porpiglia, che hanno seguito l'iter processuale accanto ai familiari: "Questa decisione fa giustizia della sua rettitudine, del suo alto senso del dovere e della sua onestà, che l'azienda aveva umiliato con un licenziamento ingiusto.
Purtroppo Paolo non potrà gioire di questo risultato. Ed è proprio per questo che sentiamo il dovere di ringraziare profondamente i suoi familiari, che con forza, dignità e determinazione hanno portato avanti una causa giusta, non solo sul piano umano ma anche su quello civile e del lavoro.
Questa vicenda rappresenta per noi l'ennesima dimostrazione di un fatto semplice ma decisivo: il lavoro non può essere considerato una merce. Non è accettabile che il profitto venga anteposto alla vita delle persone, alla loro dignità, alla loro storia, alla loro integrità morale".
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