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  • Roma - Giovedì 2 Luglio 2026

Licenziata dopo cinque giorni di prova, l'hotel dovrà risarcirla con quasi 60mila euro: cosa ha deciso la Corte d'Appello

La cameriera era stata allontanata verbalmente dopo pochi giorni in un albergo di lusso di Venezia. I giudici hanno ritenuto illegittimo il licenziamento perché avrebbe lavorato tre giorni prima dell'assunzione formale.

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Ha lavorato solo cinque giorni come cameriera di sala in un hotel di lusso del Lido di Venezia, ma la vicenda si è conclusa con una sentenza destinata a far discutere. La Corte d'Appello di Venezia ha infatti confermato la decisione del giudice del lavoro, stabilendo che il licenziamento della dipendente era illegittimo e condannando la società datrice di lavoro a versarle un risarcimento complessivo di circa 60 mila euro. L'importo comprende 49 mila euro di indennizzo, ai quali si aggiungono circa 10.500 euro di spese legali sostenute nei due gradi di giudizio.

Tutto ruota attorno ai tre giorni prima dell'assunzione

L'aspetto decisivo della vicenda riguarda quanto sarebbe accaduto prima dell'inizio ufficiale del rapporto di lavoro. Secondo quanto ricostruito nel processo, la lavoratrice era stata invitata a presentarsi in albergo tre giorni prima della decorrenza formale del contratto per iniziare a familiarizzare con l'ambiente, conoscere le mansioni e apprendere il funzionamento del sistema gestionale utilizzato dalla struttura. Per l'azienda si trattava di un semplice periodo di ambientamento. Per i giudici, invece, quelle attività costituivano già una vera prestazione lavorativa svolta senza regolare assunzione. Proprio questo elemento ha cambiato completamente l'esito della causa.

Per i giudici era lavoro in nero

Secondo il tribunale, quei tre giorni precedenti all'assunzione configuravano una prestazione lavorativa irregolare. La conseguenza giuridica è stata particolarmente pesante per il datore di lavoro: il rapporto è stato considerato a tempo indeterminato e sono venute meno le tutele normalmente previste durante il periodo di prova. In questo modo è entrato in gioco il regime previsto dall'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, con il riconoscimento di un consistente risarcimento economico. Alla lavoratrice sono state riconosciute dodici mensilità, oltre alla tredicesima e alla quattordicesima, cui si sono aggiunte altre quindici mensilità in sostituzione del reintegro nel posto di lavoro.

La vicenda all'hotel del Lido di Venezia

I fatti risalgono alla primavera del 2024 e riguardano l'Hotel Ausonia & Hungaria, struttura a cinque stelle situata al Lido di Venezia. La giovane era stata assunta come lavoratrice stagionale con mansioni di cameriera di sala. Al quinto giorno di lavoro le era stato comunicato verbalmente il licenziamento per il mancato superamento del periodo di prova. La lavoratrice si è quindi rivolta al sindacato autonomo Fiadel Csa Cisal, che ha contestato sia il licenziamento orale sia la regolarità del rapporto di lavoro nei giorni precedenti all'assunzione. Dopo il fallimento del tentativo di conciliazione, la vicenda è approdata davanti al giudice del lavoro.

Le testimonianze decisive

Nel corso del processo la società ha sempre negato che la dipendente avesse lavorato in nero. Tuttavia alcune testimonianze, comprese quelle di altri dipendenti della struttura, hanno confermato che la giovane aveva già iniziato a prendere confidenza con il sistema gestionale dell'albergo e con le attività operative. Per il giudice Anna Menegazzo queste mansioni non potevano essere considerate una semplice osservazione o una prova preliminare, ma costituivano già attività lavorativa vera e propria. La Corte d'Appello di Venezia, presieduta dal giudice Gianluca Alessio, ha successivamente confermato integralmente la decisione di primo grado. Le motivazioni della sentenza devono ancora essere depositate.

L'azienda pronta a ricorrere in Cassazione

La società Dogale Ospitalità e Benessere Srl ha già annunciato l'intenzione di impugnare la decisione davanti alla Corte di Cassazione, ritenendo sproporzionate le conseguenze economiche derivanti dalla vicenda. Per l'azienda, infatti, quella che doveva essere una normale prova lavorativa si è trasformata in una condanna da circa 60 mila euro, una cifra che, rapportata ai cinque giorni effettivamente lavorati, equivale a oltre 7.500 euro per ogni giornata di lavoro.

Il sindacato: "Tutelati i diritti della lavoratrice"

Soddisfazione è stata espressa dal conciliatore sindacale Marco Parrino di Fiadel Csa Cisal, che ha seguito la vertenza. "Esprimiamo soddisfazione per aver tutelato la dignità e i diritti della lavoratrice oggetto della vertenza, ma esprimiamo anche preoccupazione per quanto osserviamo nel settore turistico, dove sono frequenti casi di contratti a termine con periodi di prova non sempre gestiti correttamente." La vicenda potrebbe ora diventare un caso di riferimento anche per altre controversie legate ai periodi di prova e alle attività svolte prima della formalizzazione dei contratti di lavoro, in attesa dell'eventuale pronunciamento definitivo della Corte di Cassazione.

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