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  • Roma - Martedì 9 Giugno 2026

Medio Oriente, media: "Raid a Tiro mentre la popolazione fugge, almeno 8 morti". Trump: "Raggiungeremo un accordo con l'Iran entro 2-3 giorni"

Il presidente statunitense dichiara che la diplomazia USA è alle “fasi finali” e prevede un'intesa a breve. Islamabad fa da mediatrice, mentre l'Iran spera di chiudere entro fine mese per un cessate il fuoco globale. Raffica di sanzioni internazionali e divieti d'ingresso da Francia, Regno Unito e altri Paesi contro i coloni violenti in Cisgiordania.

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sta cercando di frenare le ostilità tra Israele e Iran, prospettando il raggiungimento di un'intesa formalizzata con Teheran in tempi strettissimi, stimati “entro 2-3 giorni”.

Intervenendo martedì mattina, a margine di una partita delle finali NBA a New York, il leader della Casa Bianca ha sottolineato che l'attività diplomatica statunitense si trova ormai nei suoi passaggi conclusivi per porre fine al conflitto del Golfo: “Siamo nelle fases finali di quello che sarà un ottimo accordo”.

Rispondendo a un quesito della BBC circa il lancio di missili effettuato da Benjamin Netanyahu contro l'Iran nella giornata di domenica — interpretato da alcuni come una possibile sfida alla sua autorità —, Trump ha smentito questa lettura, spiegando che i vettori erano “già in viaggio” nel momento in cui si è svolto il colloquio con il primo ministro israeliano.

Il presidente USA ha poi rimarcato l'influenza esercitata sul premier di Tel Aviv con una dichiarazione perentoria: “Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa”. Secondo l'emittente britannica, la conversazione telefonica tra i due è durata poco meno di un minuto.

Per la giornata di oggi è inoltre prevista una riunione del Consiglio di sicurezza dell'ONU incentrata proprio sulle sanzioni all'Iran.

Sul versante delle mediazioni, una fonte pakistana ha confermato ad Al Arabiya che “Islamabad sta comunicando con tutte le parti coinvolte per raggiungere un accordo volto a porre fine alla guerra tra Iran e Stati Uniti entro questa settimana”. Da Teheran, il rappresentante iraniano presso le Nazioni Unite, Saeed Iravani, ha confermato tramite l'agenzia Irna che le parti stanno “presentando e scambiando punti di vista e opinioni per raggiungere il testo definitivo di un Memorandum d'intesa, tramite il Pakistan”.

Pur precisando che “non abbiamo ancora raggiunto il testo definitivo, ma stiamo seguendo la questione”, Iravani ha auspicato la chiusura dell'iter entro la fine del mese in corso, specificando che “Il cessate il fuoco sarà globale e riguarderà l'intera regione, Libano compreso”.

Sempre sul piano militare statunitense, il New York Times ha rivelato che un elicottero d'attacco Apache dell'esercito USA è precipitato nella giornata di ieri in prossimità dello Stretto di Hormuz. I due componenti dell'equipaggio sono stati tratti in salvo. Le cause del sinistro restano da chiarire — non è noto se si sia trattato di fuoco iraniano, di un'avaria meccanica o di altre problematiche — e l'episodio è attualmente oggetto di indagine.

La situazione sul terreno si mantiene drammatica nel Libano meridionale. Almeno otto persone sono rimaste uccise e altre 32 sono state ferite a causa di un bombardamento aereo israeliano che ha centrato un quartiere residenziale nella città costiera di Tiro. Secondo il Ministero della Salute libanese e i resoconti della Protezione Civile locale forniti ad Al Jazeera Arabic, l'attacco ha colpito l'area poco prima che l'esercito israeliano diffondesse i dettagliati ordini di evacuazione per la popolazione.

I provvedimenti di sfollamento forzato, comunicati su X dal portavoce in lingua araba dell'IDF Avichay Adraee, hanno intimato lo sgombero immediato dell'intera città di Tiro, dei distretti limitrofi, dei campi profuge e, per la prima volta, anche del quartiere cristiano precedentemente escluso dai piani. I comandi israeliani hanno giustificato la misura parlando di operazioni necessarie a causa delle condotte nemiche: “Alla luce della violazione da parte del partito terroristico Hezbollah dell'accordo di cessate il fuoco e del targeting del fronte interno israeliano, le Forze di Difesa sono costrette a operare contro di esso con forza. Le Forze di Difesa israeliane non intendono danneggiarvi”.

L'IDF ha ribadito che i miliziani di Hezbollah operano anche all'interno del settore cristiano. Le agenzie di stampa nazionali hanno descritto scene di fuga di massa, con i soccorritori impegnati nel trarre in salvo i residenti più anziani. Nel quadrante meridionale della Striscia di Gaza, la portavoce in lingua araba delle forze israeliane ha reso noto il compimento di un'operazione mirata che ha condotto all'eliminazione di due esponenti di spicco della Jihad islamica palestinese. I target abbattuti sono Iyad Muhammad Abd al-Aziz Nofal, identificato come comandante dell'unità d'élite del gruppo, e Ahmad Abd al-Hamid Hamad Maarouf, indicato come capo di una cellula d'attacco responsabile del lancio di razzi verso il territorio dello Stato ebraico.

L'inasprimento delle ostilità ha suscitato la reazione del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il quale si è dichiarato “profondamente allarmato dalla rinnovata escalation in Medio Oriente”, intimando che : “tutti gli attacchi devono cessare immediatamente”. Guterres ha manifestato forte apprensione per le scelte logistiche israeliane: “Sono profondamente preoccupato dalla decisione di Israele di chiudere i valichi di Gaza e ribadisco il mio appello per la riapertura immediata di tutti i valichi”.

Il diplomatico ha poi richiamato il rispetto dei trattati marittimi, indicando che “l'esercizio dei diritti e delle libertà di navigazione, in conformità con il diritto internazionale, deve essere rispettato” e concludendo che “L'unica via da seguire è il dialogo e i negoziati”.

Parallelamente ai combattimenti, si registra un'azione diplomatica coordinata da parte di diverse cancellerie occidentali contro le violenze perpetrate nei territori occupati della Cisgiordania. Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, ha annunciato l'adozione di un pacchetto sanzionatorio congiunto siglato da Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia, volto a colpire “nuove sanzioni contro i responsabili dell'intensificarsi delle attività di insediamento e della violenza in Cisgiordania”.

Nello specifico, Parigi ha decretato il divieto di ingresso sul proprio territorio nazionale nei confronti del ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, unitamente a quattro leader di organizzazioni di coloni e a 21 coloni violenti. Il ministro Barrot ha motivato la severa restrizione ricordando l'agenda ideologica promossa dall'esponente di governo: “Bezalel Smotrich promuove attivamente l'annessione della Cisgiordania, che rivendica apertamente, la creazione di nuove colonie in Cisgiordania, la ricolonizzazione di Gaza, il crollo economico dell'Autorità palestinese e le sue conseguenze nefaste sulla popolazione palestinese”.

Barrot ha bollato tali iniziative come “una politica che la stragrande maggioranza della comunità internazionale, fermamente convinta della soluzione a due Stati, non può accettare”.

Sulla stessa linea d'onda si è posizionato il governo di Londra, con la ministra degli Esteri Yvette Cooper che ha formulato un esplicito e formale invito alle imprese britanniche a interrompere i rapporti commerciali e finanziari all'interno degli insediamenti in Cisgiordania: “Ho rafforzato le nostre linee guida sui rischi aziendali affinché siano chiare e inequivocabili: se siete cittadini britannici o aziende britanniche, non dovete svolgere alcuna attività economica o finanziaria negli insediamenti israeliani illegali”.

“Riteniamo che i gruppi di coloni violenti non debbano trarre profitto dalle terre che hanno sottratto ai palestinesi”, ha aggiunto Cooper, liquidando come prive di sostanza le dichiarazioni di biasimo formale espresse dall'esecutivo israeliano, definite affermazioni che “suonano vuote” se prive di azioni sanzionatorie sul campo.

Sempre in Cisgiordania, l'agenzia di stampa palestinese Wafa ha documentato un atto di sabotaggio compiuto da gruppi di coloni israeliani a est di Betlemme, ai danni delle infrastrutture idriche del villaggio di Al-Rashayda. Il responsabile del consiglio locale, Bakr Rashayda, ha denunciato il danneggiamento delle condutture collocate all'ingresso del centro abitato, un'azione che ha interrotto la fornitura d'acqua potabile alle case e causato gravi danni alle attività di allevamento di bestiame, principale fonte di sostentamento per l'economia della popolazione locale.

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