Quirinale, fatti e misfatti per la corsa al Colle
Tra meno di 3 mesi Sergio Mattarella conclude il settennato di Capo dello Stato e 1009 grandi elettori dovranno eleggere il successore.
(Prima Notizia 24)
Giovedì 09 Dicembre 2021
Roma - 09 dic 2021 (Prima Notizia 24)
Tra meno di 3 mesi Sergio Mattarella conclude il settennato di Capo dello Stato e 1009 grandi elettori dovranno eleggere il successore.

        Se la politica è l’arte del compromesso, fare politica è il mestiere del dovere e sapere anche mentire. Un mestiere cui si approcciano professionisti e dilettanti allo sbaraglio. I quali in principio hanno il compito di legiferare e governare il Paese ma, siccome devono prima essere eletti, sono costretti anche a fare promesse che poi non mantengono.

        Parliamo di mentire perché, oltre a fare in campagna elettorale qualche promessa “da marinaio”, il dilemma veridicità-menzogna si pone molto più seriamente al momento di qualsiasi votazione. Cioè, se si vota a scrutinio palese o per alzata di mano si vede chiaramente chi dice si e chi dice no o si astiene. Ma quando si vota a scrutinio segreto nessuno, tranne l’interessato, può essere certo di come ognuno degli elettori ha votato. Per cui non è possibile alcuna certezza preventiva sul risultato della votazione.

        E proprio a scrutinio segreto si vota per eleggere il Capo dello Stato. Il che vuol dire che ogni accordo raggiunto è alla mercé di quanti promettono certo e vengono meno sicuro. Vale a dire si comportano da franchi tiratori. Nel senso che, pur assicurando che avrebbero dato il loro voto al designato, nel segreto dell’urna si esprimono per un altro o votano scheda bianca o scheda nulla, scrivendo un nome qualsiasi o addirittura una espressione più o meno corretta.     

        Questo, in passato, è avvenuto abbastanza spesso. Per cui candidati come Fanfani, Andreotti, Forlani, Prodi non sono stati eletti. Nel dicembre 1971, alla scadenza del settennato di presidenza di Giuseppe Saragat, ci sono state ben 22 votazioni andate a vuoto. Finalmente, alla vigilia di Natale, il 24 dicembre, alla 23/ma votazione, fu eletto il sesto Capo dello Stato, Giovanni Leone.  

        A cosa è dovuto il fenomeno dei franchi tiratori? Il motivo è abbastanza semplice: c’è un elevato numero di elettori, il quorum per essere eletto é molto alto e, aldilà della natura dei partiti, ogni candidato ha anche nel suo partito estimatori e non. Ne deriva che un certo numero di elettori non fa quello che ha promesso, per motivi personali o su sollecitazioni di vario genere.

        E veniamo ai numeri. A eleggere il Capo dello Stato, che dura in carica 7 anni, partecipano tutti i deputati, 630, tutti i senatori, 315 più i senatori a vita che in questo caso sono 6, e 58 rappresentanti delle 20 regioni, cioè 3 per ognuna tranne la Val d’Aosta che ha un solo rappresentante. In totale si tratta di 1009 grandi elettori. Per cui per avere il via libera per l’ascesa al colle più alto di Roma, il Quirinale, già sede dei papi e dei re di casa Savoia, occorrono almeno 672 voti, la maggioranza dei due terzi, nelle prime tre votazioni, e 506 dalla quarta votazione in poi, cioè la maggioranza assoluta, la metà più uno degli elettori.

        Al momento, quindi, non è il caso di soffermarsi sugli aspiranti al solio quirinalizio. Ci piace però accennare a un caso particolare. Di un imprenditore che, imprevedibilmente, tangentopoli operante, divenne capo di un partito, Forza Italia, poi capo di ben tre governi e ora aspirante al Quirinale.

        Sarebbe, sostengono i suoi fan, la conclusione di una inimmaginabile carriera da suonatore sulle navi da crociera alla carica di capo dello Stato.

        Si, è vero. L’articolo 84 della nostra Costituzione recita: “Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquant’anni di età e goda dei diritti civili e politici”.  

        E il personaggio in questione attualmente ha entrambi i requisiti. Forse è un po’ chiacchierato. Ma è anche vero che dei 12 capi di Stato che si sono susseguiti dal 1946 a oggi, cioè da Enrico De Nicola a Sergio Mattarella, la metà, vale a dire ben 6, sono stati in qualche modo “chiacchierati” per quasi veri o falsi motivi. Di uno si disse che faceva entrare al Quirinale le sue amiche dalla porta secondaria; di un altro che aveva troppa simpatia per i generali; di un terzo che si fece una  villa “rendendo i vuoti”; di un quarto che fu costretto a dimettersi poco prima di fine mandato per accuse  assolutamente false; di un quinto che, appurato che non sarebbe stato rieletto, cominciò a “picconare”, cioè ad attaccare pesantemente amici e nemici politici; del sesto che, intercettando odore di bruciato su suoi presunti poco chiari comportamenti, si mise a proclamare a reti unificate “non ci sto, non ci sto, non ci sto”. 

        Ma i suddetti fan del personaggio in questione dimenticano o fingono di non sapere delle vicende giudiziarie del loro “idolo”. Vicende giudiziarie che fanno riferimento a reati che vanno dal falso in bilancio alla frode fiscale, dalla corruzione giudiziaria all’appropriazione indebita, dalla corruzione per acquisto di parlamentari a tangenti alla guardia di finanza, dal favoreggiamento della prostituzione minorile alla corruzione in atti giudiziari e corruzione di testi, dalla diffamazione aggravata al finanziamento illecito ai partiti. Per alcuni di questi reati sono ancora in corso procedimenti giudiziari, mentre uno soltanto, il processo Mediaset, si è definitivamente concluso con una condanna a 4 anni, ridotti a uno soltanto perché per 3 ha beneficiato dell’indulto. Quello da scontare lo ha trascorso ai servizi sociali nella clinica per anziani Sacra Famiglia di Cesano Boscone dal 9 maggio 2015 al 3 marzo 2016.    

       Dalle suddette vicende giudiziarie sono, inoltre, conseguite due non certo piacevoli decisioni: la decadenza da senatore della Repubblica e l’annullamento della nomina a cavaliere del Lavoro.


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