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  • Prato - Lunedì 15 Giugno 2026

Riciclaggio internazionale: scoperta a Prato banca clandestina da 100 mln l'anno al servizio delle mafie, 41 arresti

Il sistema finanziario occulto azzerava la tracciabilità dei pagamenti per il narcotraffico e le merci in nero, sfruttando i canali dell'hawala.

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Un sofisticato impero finanziario sotterraneo, radicato nel cuore del distretto tessile toscano ma capace di estendere le proprie ramificazioni su scala globale, è stato smantellato grazie a una complessa indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze e dalla Procura di Prato.

Gli inquirenti hanno portato alla luce una vera e propria banca fantasma che movimentava una cifra stimata tra gli 80 e i 100 milioni di euro all'anno. Questo canale occulto veniva utilizzato per ripulire i proventi del traffico di stupefacenti e per regolare i conti di compravendite commerciali fittizie tra l'Italia e l'estero.

L'operazione si è concretizzata nell'esecuzione di 41 ordinanze di custodia cautelare, di cui 17 dietro le sbarre e 16 in regime di arresti domiciliari, accompagnate da un decreto di sequestro preventivo di beni per un valore complessivo di 60 milioni di euro.

I flussi finanziari illeciti venivano gestiti attraverso metodologie tradizionali prive di qualsiasi tracciabilità informatica o bancaria, sfruttando il meccanismo fiduciario mediorientale dell'hawala, noto nell'ambiente criminale asiatico con la denominazione di chop-shop. I broker finanziari al centro dell'inchiesta offrivano prestazioni ad altissima specializzazione a beneficio di tre distinti cartelli delinquenziali: il primo specializzato nel riciclaggio di denaro sporco, il secondo nel narcotraffico su rotte internazionali e il terzo nel favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Per evitare i sequestri e i controlli doganali lungo le frontiere europee, l'organizzazione non faceva viaggiare fisicamente il denaro generato dalla vendita della droga. Le somme liquide venivano invece compensate e scambiate con i flussi di cassa interamente in nero prodotti dalle aziende del pronto moda gestite da imprenditori cinesi a Prato. Questa fitta rete si raccordava con i distretti produttivi della penisola iberica, in particolare con imprese tessili dislocate a Madrid, Valencia, Malaga e Siviglia, potendo contare su una schiera di corrieri che si spostavano costantemente tra l'Italia, la Francia, la Spagna e il Portogallo.

Il giudice per le indagini preliminari ha riconosciuto la sussistenza dell'aggravante mafiosa, accertando che dei servizi di pagamento messi a disposizione dalla banca clandestina si avvalevano importanti consorterie della criminalità organizzata italiana. Tra i clienti fissi figuravano la 'ndrina Fiare-Razionale-Gasparro attiva nel vibonese, il clan Aquino-Annunziata legato alla camorra e il clan Briganti di Lecce, appartenente alla Sacra Corona Unita, tutti bisognosi di canalizzare e ripulire i capitali accumulati con il traffico di sostanze stupefacenti gestito in collaborazione con i gruppi criminali albanesi.

Il filone dell'inchiesta legato all'immigrazione clandestina ha invece svelato il modus operandi di un sodalizio asiatico che organizzava l'ingresso illegale di cittadini cinesi in Europa. I migranti venivano fatti viaggiare verso la Serbia, sfruttando l'assenza di visti d'ingresso e l'esclusione del Paese dall'area Schengen. Dopo una sosta in strutture alberghiere a Belgrado, i lavoratori venivano trasferiti clandestinamente in Italia attraverso l'Ungheria e la Slovenia, per poi essere smistati nei laboratori di Prato, Torino e Sommacampagna, in provincia di Verona. Per ogni connazionale introdotto sul territorio nazionale, i trafficanti imponevano una tariffa di 9.500 euro.

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