Addio a Jesse Jackson: si spegne l'icona dei diritti civili che cambiò la storia d'America

Il leader che ereditò il sogno di Martin Luther King e sfidò i tabù della Casa Bianca è morto all'età di 84 anni.

(Prima Notizia 24)
Martedì 17 Febbraio 2026
Roma - 17 feb 2026 (Prima Notizia 24)

Il leader che ereditò il sogno di Martin Luther King e sfidò i tabù della Casa Bianca è morto all'età di 84 anni.

Il reverendo Jesse Jackson si è spento serenamente all'età di 84 anni, circondato dall'affetto dei suoi cari, come annunciato ufficialmente dai figli in una nota rilasciata alla rete NBC.

Il leader battista, da tempo affetto dal morbo di Parkinson e da una rara patologia neurodegenerativa nota come paralisi sopranucleare progressiva, lascia un'eredità che i suoi familiari hanno descritto come un servizio instancabile verso gli oppressi, i senza voce e gli emarginati di ogni angolo del globo.

La sua scomparsa chiude definitivamente l'epoca dei grandi giganti del movimento per i diritti civili nati dalla stagione di Martin Luther King Jr., di cui Jackson fu il discepolo più celebre e l'erede politico più audace.

La sua lunga battaglia iniziò tra le strade segregate di Greenville, nella Carolina del Sud, dove la sua voce si impose presto come una delle più potenti all'interno della Southern Christian Leadership Conference. Accanto a King, Jackson visse i momenti più drammatici e gloriosi delle lotte degli anni Sessanta, trovandosi sul balcone del Lorraine Motel a Memphis in quel fatidico pomeriggio del 1968 che cambiò per sempre il destino del paese.

Da quel momento, Jackson non fu solo un testimone della storia, ma ne divenne un motore instancabile, fondando la Rainbow PUSH Coalition e trasformando la protesta di piazza in una mobilitazione politica senza precedenti per l'inclusione delle minoranze nel sistema economico e istituzionale statunitense. Il carisma travolgente lo portò a sfidare i tabù più radicati della politica americana con le sue due storiche corse per la nomination democratica alla presidenza nel 1984 e nel 1988.

Sebbene non avesse conquistato la Casa Bianca, le sue campagne elettorali frantumarono il soffitto di cristallo per i candidati neri, costringendo il Partito Democratico a confrontarsi con una coalizione "arcobaleno" che univa poveri, operai e minoranze sotto un unico vessillo di giustizia sociale.

Quella visione visionaria aprì culturalmente e politicamente la strada che, vent'anni dopo, avrebbe condotto Barack Obama alla presidenza, sancendo il successo postumo della missione di Jackson di portare i margini della società al centro della decisione pubblica.

Oltre i confini nazionali, il reverendo si distinse come un diplomatico d'assalto capace di risolvere crisi internazionali apparentemente vicine al punto di rottura. Agendo spesso come inviato speciale e mediatore di pace, la sua carriera fu costellata di successi straordinari nella liberazione di prigionieri americani in scenari critici, trattando direttamente con leader del calibro di Fidel Castro a Cuba, Saddam Hussein in Iraq e Slobodan Milosevic in Serbia.

Fino agli ultimi anni, nonostante il progressivo declino fisico causato dalla malattia, Jackson è rimasto un punto di riferimento morale insostituibile, continuando a ricordare a un'America spesso divisa l'imperativo morale di "mantenere viva la speranza", motto che ha accompagnato la sua intera esistenza spesa al servizio della democrazia.


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