
- Prima Notizia 24
- Bruxelles - Sabato 29 Agosto 2026
Alessandro Butticé, un italiano nel cuore dell’Europa: «Le nostre radici non sono muri, ma una forza per crescere»
Da oltre trent’anni a Bruxelles, primo ufficiale della Guardia di Finanza a prestare servizio nelle istituzioni comunitarie, il generale Alessandro Butticé racconta a Prima Notizia 24 il rapporto tra Italia ed Europa, il valore del “Sistema Italia” e le opportunità per le nuove generazioni. «Siate fieramente italiani, profondamente europei e autenticamente cittadini del mondo».
di Lorenzo Pisoni
L’Italia vista da Bruxelles, senza retorica e senza complessi di inferiorità. È lo sguardo di Alessandro Butticé, generale della Guardia di Finanza, giornalista e già dirigente della Commissione europea e dell’OLAF. Arrivato a Bruxelles nel 1990, è stato il primo ufficiale delle Fiamme Gialle e il primo militare italiano inserito organicamente nelle istituzioni comunitarie.
Recentemente insignito dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella del grado di Grande Ufficiale dell’Ordine della Stella d’Italia, Butticé continua oggi il suo impegno a favore del Sistema Italia attraverso il volontariato istituzionale e l’attività giornalistica.
Con Prima Notizia 24 parla della sua esperienza di italiano in Europa, degli stereotipi superati, del patriottismo europeo e soprattutto dei giovani che scelgono di costruire una parte del proprio futuro fuori dall’Italia.
Generale Butticé, lei è stato il primo ufficiale della Guardia di Finanza a prestare servizio nelle istituzioni europee. Come è cambiata l’immagine dell’Italia a Bruxelles?
«Quando arrivai a Bruxelles, nel 1990, l’immagine dell’Italia era certamente più problematica di oggi. Erano ancora forti stereotipi legati alla mafia, alla corruzione, alle frodi e all’inefficienza. Una delle battaglie professionali di cui vado più fiero è aver contribuito, insieme ad altri italiani, a dimostrare che esisteva anche un’altra Italia: quella capace di combattere mafie e frodi e di mettere la propria esperienza a disposizione degli altri Stati membri.
Nel mio settore questo cambiamento è stato particolarmente evidente. La Guardia di Finanza, inizialmente poco conosciuta, è diventata un punto di riferimento nella tutela degli interessi finanziari dell’Unione e nella lotta alla criminalità economico-finanziaria. Anche l’OLAF, alla cui nascita ho avuto il privilegio di contribuire, si ispirò per diversi aspetti al modello operativo della Guardia di Finanza.
Oggi troviamo italiani ai massimi livelli delle istituzioni, della diplomazia, delle imprese, della ricerca e della società civile. Restano alcuni stereotipi, ma sono molto meno giustificabili rispetto a trentasei anni fa».
Recentemente è stato insignito del grado di Grande Ufficiale dell’Ordine della Stella d’Italia. Che significato ha per lei?
«È un grande onore e sono profondamente grato al Presidente Sergio Mattarella, all’Ambasciatore d’Italia in Belgio Federica Favi e al ministro Antonio Tajani. Ho vissuto questo riconoscimento come il risultato di una vita trascorsa cercando di rappresentare un’Italia seria, competente ed europea.
Dopo aver lasciato il servizio attivo ho scelto di dedicarmi al volontariato istituzionale, anche attraverso un’informazione libera e indipendente, a sostegno del Sistema Italia in Europa e dell’Europa in Italia. Ho preferito mantenere la mia indipendenza, rifiutando offerte professionali e di impegno politico. Italia ed Europa mi hanno dato tanto e sento il dovere di continuare a restituire qualcosa».
Lei si definisce un “patriota italiano-europeo”. Essere profondamente italiani è compatibile con il progetto di un’Europa sempre più unita?
«Non soltanto è compatibile: per me le due cose sono inseparabili. Considero Italia ed Europa le mie due Patrie. Non può esistere un’Italia libera, sicura e indipendente al di fuori di un’Europa unita, così come non potrebbe esistere l’Europa senza l’Italia.
Il patriottismo non deve essere confuso con il nazionalismo. Amare la propria Patria non significa considerarla superiore alle altre, ma portare nell’edificio comune europeo la propria storia, la propria lingua, la cultura e i valori.
L’Europa che immagino non cancella le identità nazionali, le protegge e le mette insieme. Per questo non vedo contraddizione tra il Tricolore e le dodici stelle. Il futuro dovrebbe essere quello indicato dai Padri fondatori: un’Europa sempre più unita e, auspicabilmente, un giorno federale».
Qual è la difficoltà maggiore per un professionista italiano che arriva a Bruxelles?
«Bisogna imparare subito una regola: non basta essere bravi, bisogna saper lavorare con persone che sono brave in maniera diversa da noi.
Gli italiani che arrivano a Bruxelles sono spesso molto preparati, creativi e capaci di trovare soluzioni. La vera sfida è trasformare queste qualità in metodo, continuità e gioco di squadra, inserendosi in culture amministrative differenti.
Servono le lingue, naturalmente, ma soprattutto bisogna imparare ad ascoltare, mediare e rispettare procedure e tempi senza perdere la capacità d’iniziativa. E l’Italia non si rappresenta con le parole o con la simpatia: si rappresenta attraverso competenza, affidabilità, puntualità, lealtà istituzionale e capacità di assumersi responsabilità».
Quanto conta fare “Sistema Italia” all’estero?
«Moltissimo, purché non si trasformi in autoreferenzialità o corporativismo. Il Sistema Italia deve essere una rete aperta tra istituzioni, diplomazia, imprese, università, professionisti, associazioni e società civile.
A Bruxelles nessuno pesa semplicemente perché rappresenta un grande Paese. Si conta quando si è presenti, preparati, seri, credibili e soprattutto capaci di fare squadra.
Uno dei nostri difetti storici è dividerci in piccoli gruppi, personalismi e rivalità. All’estero queste divisioni diventano ancora più incomprensibili. Fare squadra non significa rinunciare alle differenze, ma evitare che siano proprio le differenze a impedirci di perseguire insieme l’interesse generale».
Molti giovani italiani scelgono oggi di costruire il proprio futuro fuori dal Paese. Che consiglio darebbe loro?
«Direi anzitutto: partite senza sentirvi in colpa e tornate senza sentirvi sconfitti. E soprattutto non considerate mai l’Europa come “estero”.
Un giovane che va a Bruxelles, Parigi, Berlino o Madrid non abbandona necessariamente l’Italia. Può acquisire esperienze e competenze che diventano una ricchezza anche per il nostro Paese.
Consiglierei tre cose: imparare bene le lingue, coltivare la propria identità e non smettere mai di essere curiosi. Non chiudetevi nella comunità italiana, ma non vergognatevi mai di esserne parte. Conoscete le altre culture e raccontate la nostra.
E soprattutto non cercate scorciatoie. L’Italia all’estero ha bisogno di giovani riconosciuti per quello che fanno, non per chi conoscono. Siate fieramente italiani, profondamente europei e autenticamente cittadini del mondo. Le identità non sono muri che ci separano: sono radici che ci permettono di crescere senza essere portati via dal vento».
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