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- Roma - Venerdì 11 Settembre 2026
Amianto nella Marina, la giustizia riconosce il danno alla famiglia: oltre 860mila euro di risarcimento - SENTENZA
La vicenda di un sottufficiale morto per mesotelioma dopo quasi diciannove anni di servizio. Il Tribunale di Roma riconosce alla moglie e ai due figli anche le conseguenze economiche della perdita. Il Ministero della Difesa ha impugnato la sentenza.
di Giorgio Neri
Dietro una malattia professionale non c'è soltanto il dramma di chi si ammala. Ci sono gli anni delle cure, la sofferenza condivisa e, dopo la morte, un vuoto che per una famiglia può essere insieme affettivo ed economico.
È questo uno degli aspetti più significativi della vicenda di un ex sottufficiale della Marina Militare, morto nell'ottobre del 2020 dopo una lunga battaglia contro un mesotelioma pleurico maligno. Il Tribunale di Roma, con una sentenza di primo grado, ha riconosciuto la responsabilità del Ministero della Difesa, disponendo a favore della moglie e dei due figli un risarcimento complessivo superiore agli 860mila euro. La decisione è stata impugnata dal Ministero.
L'uomo, indicato negli atti con le iniziali C.C. e residente con la famiglia a Valmontone, aveva lavorato per quasi diciannove anni nella Marina Militare. Sottufficiale con mansioni di elettricista, nel corso della carriera aveva prestato servizio a bordo di diverse unità navali e in strutture della Marina, tra cui Mariscuole e Marispedal, occupandosi di controllo, riparazione e manutenzione degli impianti elettrici e della relativa componentistica.
Secondo quanto ricostruito nel procedimento, proprio durante quelle attività si sarebbe verificata una ripetuta esposizione a polveri e fibre di amianto. La sentenza rileva inoltre che non sarebbe stata fornita la prova dell'adozione di misure adeguate a tutelare il militare dal rischio connesso all'esposizione.
Come spesso accade nelle patologie correlate all'amianto, la malattia si è manifestata a distanza di molti anni. I primi sintomi comparvero nei primi mesi del 2015 e il 6 marzo arrivò la diagnosi di mesotelioma pleurico maligno. Cominciò così un percorso di cure durato più di cinque anni, conclusosi con la morte nell'ottobre 2020. Già nel 2018 era stato riconosciuto all'ex sottufficiale lo status di vittima del dovere.
Dopo il decesso, la moglie e i figli hanno intrapreso l'azione per ottenere il riconoscimento dei danni provocati dalla perdita del loro congiunto. Ed è proprio su questo terreno che la pronuncia romana assume particolare rilievo: accanto alla dimensione affettiva della perdita, per la vedova è stato riconosciuto anche il danno economico derivante dal venir meno del contributo che il marito avrebbe continuato ad assicurare alla famiglia.
Una distinzione che porta dentro le aule di giustizia una realtà molto concreta: la morte di un lavoratore può modificare radicalmente non soltanto gli equilibri emotivi di una famiglia, ma anche quelli materiali sui quali era stata costruita una vita.
«Dietro questa sentenza non ci sono soltanto cifre, ma la storia di una famiglia che ha perso un marito e un padre dopo cinque anni segnati dalla malattia e dalle cure», sottolinea Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio Nazionale Amianto, evidenziando come alla sofferenza possano aggiungersi conseguenze economiche concrete per i familiari che restano.
La vicenda giudiziaria, tuttavia, non è conclusa. Il Ministero della Difesa ha infatti impugnato la decisione e sarà quindi il successivo grado di giudizio a pronunciarsi sulle conclusioni raggiunte dal Tribunale di Roma.
Al di là dell'esito definitivo del contenzioso, resta una storia che riporta l'attenzione sul lungo lascito dell'amianto negli ambienti di lavoro e sulle conseguenze che possono emergere anche a distanza di decenni dall'esposizione. Una storia nella quale il danno non termina con la malattia di chi è stato esposto, ma può continuare nella vita delle persone che gli sono state accanto.
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