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“Luzzi nella storia”, torna in libreria il giornalista Michele Gioia, una lunga e intensa esperienza a casa RAI, lui calabrese originario di Luzzi, classe 1945, e ritorna con un saggio dedicato al suo paese natale e alla sua gente, un racconto ricco di emozioni personali e private che danno l’idea di cosa sia la vera magia dei piccoli borghi di Calabria, un esempio di come la storia locale alla fine diventi anche un pezzo di letteratura contemporanea. Un’operazione di ricostruzione storica targata ancora una volta “Editoriale Progetto2000”, la casa editrice di un editore, Demetrio Guzzardi, che ha rivoluzionato i vecchi canoni dell’editoria della memoria.
Lo studio di Michele Gioia in “Luzzi nella storia” si ferma agli accadimenti del 1820, è quasi un invito a chi vorrà raccogliere il testimone della ricerca per proseguirlo fino ai giorni nostri. Dietro questo saggio c’è la vita e la storia di Michele Gioia, un giornalista che per quasi 30 anni in RAI ha raccontato il mondo della cultura calabrese nelle sue mille sfaccettature. Michele Gioia ha per la stampa tipografica una passione che gli deriva dalla sua esperienza giovanile; ad appena 10 anni, nel collegio dei Paolini di Bari, pregusta l’odore dell’inchiostro, impara a sistemare sulla riga tipografica i caratteri mobili, che poi verranno stampate. Ritornato a Cosenza nei primi anni Sessanta lavorerà nella tipografia del comm. Chiappetta in via Macallè e successivamente diventa collaboratore di numerosi giornali e riviste, alcuni dei quali a tiratura nazionale. Diventa anche direttore di un quindicinale, Il Veltro di Sambucina, e a questo monastero cistercense dedicherà molti studi e tanti articoli. Luzzi si ritrova periodicamente sulle pagine dei quotidiani italiani grazie a lui; trova tutte le occasioni per poter scrivere qualcosa sul suo paese. Nel 2011 raccoglierà in un testo (Terza pagina e altro, Mendicino, Satem) i suoi articoli su Luzzi e la Sambucina; è una preziosa antologia per conoscere gli sviluppi passati, presenti e i progetti futuri della famosa abbazia di Val di Crati.
Ma è sempre lui (l’articolo verrà pubblicato su Gazzetta del Sud del 28 luglio 1992) a parlare con padre Ugo Tagni, abate preside della Congregazione cistercense di Casamari, che nel corso di un’intervista ebbe a dire: «Il passato dei cistercensi in Calabria è stato glorioso, la prima abbazia fondata da Casamari è stata in Calabria, la Sambucina. Spesso riceviamo richieste di fondazioni in Calabria, ma purtroppo mancano i monaci. Mandateci almeno 12 giovani, ve li prepariamo, li facciamo diventare monaci coraggiosi e li rimandiamo in Calabria per dar vita alle vostre antiche abbazie». Ho sentito più volte ripetere da mons. Dino Trabalzini questa frase dell’abate Tagni; sono passati 30 anni e credo che l’invito resti ancora valido.
Michele Gioia con questo ennesimo atto d’amore al suo paese – si legge in una nota ufficiale diffusa dalla Casa Editrice- “ci offre la possibilità di fare un salto indietro nel tempo; Luzzi nella storia, è un invito a riflettere sul passato ben sapendo che Luzzi non è l’ombelico del mondo, ma è un microcosmo dove si può conoscere e capire la realtà calabrese e più in generale dell’Italia meridionale. Fino a pochi anni fa, in tanti pensavano che nelle nostre contrade nulla era successo, non c’era nessuna storia da tramandare, i terremoti oltre a buttare giù le case e le chiese, avevano spazzato via anche la storia, i pochi cultori locali raccoglievano solo i proverbi e i modi di dire; poi a poco a poco, in tanti si sono accorti della grande storia che è passata dai nostri centri collinari e montani, ha solcato la nostra terra, ecco perché un nuovo libro è una finestra spalancata sull’appena ieri”.
Michele, dopo aver lasciato la RAI, ha ritrovato tra le sue carte questo studio che aveva redatto un po’ di tempo fa, l’ha voluto pubblicare perché nulla vada disperso, anzi tutto deve essere di aiuto per scrivere una storia collettiva del popolo di Luzzi. Lo stile dell’autore è quello giornalistico, con un linguaggio accessibile a tutti, un modo per parlare di avvenimenti storici, non da primo della classe, ma da divulgatore di una storia che merita grande attenzione. L’autore ha utilizzato quale sua guida per redigere queste pagine gli studi dello storico luzzese Giuseppe Marchese che, negli anni Trenta del Novecento, pubblicò diversi saggi su Luzzi e la Sambucina.
Lo scrittore si ferma agli accadimenti del 1820, e il suo è quasi un invito a chi vorrà raccogliere il testimone della ricerca, a proseguire fino ai giorni nostri, a non lasciare nell’oblio niente e nessuno. Forse ho capito perché l’autore si ferma alle porte del XIX secolo, da quel periodo in poi nasce il problema dell’emigrazione nelle Americhe e Michele avrebbe dovuto raccontare i drammi e i lutti vissuti dalla sua famiglia, che in terra d’emigrazione perderà i suoi affetti più cari (nonno e padre).
Dietro questa sua immagine riservata e quasi austera, il vecchio giornalista RAI conserva ancora una grande certezza: “Luzzi merita di avere ancora tanti libri che descrivono come il suo popolo abbia saputo superare le difficoltà e si sia saputo presentare nel Terzo millennio fiero della sua avventura umana”. E c’è da credere che lui sarà sempre pronto a servire la sua gente.
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