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La storia personale di Luigi Carnevale sembra quasi un romanzo d’appendice. Lui è uno di quei tanti figli del Sud che lascia la sua terra, nel suo caso la Calabria, perché il suo lavoro lo obbliga a lasciare la terra natale, diventa poliziotto perché ha il senso dello Stato dentro, visceralmente, nel corpo e nello spirito, servitore fedele del suo Paese per passione, istintivo, intelligente, cocciuto, preparato ad ogni forma di sacrificio, determinatissimo a fare onore al nome della sua famiglia e alla terra da dove è partito. Alla fine, diventa tante cose diverse messe assieme. Poliziotto, investigatore, uomo d’apparato, cordone ombelicale tra la politica e la Polizia di Stato, e passa indenne e con grandissima leggerezza dalle inchieste antimafia più delicate e complesse ai palazzi del potere, la Camera dei Deputati, la Commissione Bicamerale, la Commissione Antimafia, e infine nel cuore di Santa Romana Chiesa tra i palazzi vaticani e Santa Marta, alle corde di Papa Francesco, di cui diventa il custode amatissimo e preferito.
Attorno a lui per quattro lunghi anni si muove il mondo degli agenti speciali, dei poliziotti super addestrati, uomini e donne che vivono la loro vita e la loro dimensione nel silenzio e nell’anonimato, e che hanno il compito prioritario di badare alla vita e alla sicurezza del Papa.
Gli uomini della Polizia di Stato in Vaticano sono gli angeli custodi di Papa Francesco, i ragazzi che lo seguono giorno e notte nei suoi movimenti fuori da Santa Marta, i suoi “seguaci” più fedeli, perché di lui ormai sanno tutto e il contrario di tutto, guardie del corpo e non solo, amici fidati, confessori privilegiati del Pontefice, compagni di vita e di avventura del Capo di Santa Romana Chiesa. Non c’è occasione pubblica, manifestazione, raduno, trasferta fuori dalla sua residenza abituale che il Papa non abbia accanto questi poliziotti così speciali, i migliori sulla piazza, educati e preparati ad affrontare le situazioni più difficili e più critiche che ogni manuale di pronto intervento possa immaginare o prevedere, pronti a sacrificarsi per lui in ogni momento del loro impegno al servizio del Santo Padre. In Vaticano nessuno li vede. Ma loro ci sono sempre, e come se ci sono.
Bene, il capo di questo elitario e sofisticatissimo Nucleo di Polizia in Vaticano è stato fino a ieri proprio lui Luigi Carnevale, questa Eccellenza tutta italiana, Dirigente Generale della Polizia di Stato, un uomo che al Viminale seguono e ammirano per la sua straordinaria storia professionale, costellata da successi sul campo. Ma non a caso oggi, dopo aver lasciato il suo ufficio in Borgo Sant’Angelo, Luigi Carnevale è diventato il Capo dell'Ispettorato della Polizia presso il Senato della Repubblica, incarico questo, come quello al servizio del Pontefice, di altissimo profilo istituzionale, alle dirette dipendenze del Presidente del Senato, che è la seconda carica dello Stato, e alla guida di uno dei presidi della Polizia di Stato, quello di Palazzo Madama, considerati in assoluto tra i più “elitari” del Ministero dell’Interno.
Non uno qualsiasi, dunque, ma un poliziotto finito nel 1995 sulle prime pagine dei grandi giornali per via di un attentato che la mafia calabrese aveva deciso di organizzare sotto casa sua per eliminare quello che secondo i pentiti del tempo, veniva considerato il “nemico numero uno” delle cosche che governavano Cosenza città e provincia.
Luigi Carnevale, allora, era il Capo della Squadra Mobile di Cosenza, uno dei migliori in assoluto in Italia, e aveva capito così bene quali fossero gli ingranaggi gli interessi e le dinamiche della grande criminalità organizzata cosentina da meritarsi una sentenza a morte, un attentato dinamitardo che avrebbe dovuto essere eclatante, da realizzare immediatamente, e senza commettere nessun errore di sorta. Ne sarebbe andato di mezzo l’onore e il prestigio della ndrangheta cosentina. L’inatteso pentimento del boss Pino, che fece immediatamente recuperare gli ordigni con i detonatori e i telecomandi, fu decisivo per evitare un epilogo che sembrava inevitabile.
L’uomo quando vuole è coriaceo, per lui fu come se la cosa non lo riguardasse per nulla, e continuò ad andare avanti a testa bassa, nonostante l’invito dei superiori a valutare l’assegnazione ad altra sede con le sue inchieste e le sue indagini lasciando della sua presenza alla Squadra Mobile di Cosenza un segno indelebile del suo passaggio.
Fu nominato poi capo della squadra mobile di Brindisi in un momento particolarmente difficile per la virulenza della Sacra Corona Unita nella gestione assai redditizia del contrabbando di sigarette e per l’arrivo di decine di migliaia di Albanesi che fuggivano dalla loro terra dando però origine anche a traffici di armi e droga. La promozione a Vice Capo della Squadra mobile di Roma, l’ufficio investigativo più prestigioso della Polizia di Stato sancisce alla fine il riconoscimento del suo valore.
È questo il superpoliziotto che oggi organizza e vigila in prima persona sulla sicurezza della Seconda carica dello Stato, ma anche sulla sicurezza dei 200 Senatori della Repubblica che ogni giorno “vivono” Palazzo Madama, e che ieri ricevuto in Vaticano insieme alla sua famiglia Papa Francesco ha voluto ringraziare personalmente. Evento rarissimo per il Papa argentino, ma il rapporto che negli anni è nato tra i due, va oltre ogni altra immaginazione possibile.
-Dottore, è vero che quando il Papa venne ricoverato al Gemelli lei fu complice del suo trasferimento in ospedale per la riservatezza totale con cui il Papa arrivò in Ospedale?
Mettiamolo così, io ho accettato che il Pontefice si recasse al Gemelli da solo, come mi era stato richiesto. Il Santo Padre doveva in quel momento ricoverarsi, in vista del delicato successivo intervento chirurgico a cui venne sottoposto, ma io in quella fase ho solo garantito la riservatezza necessaria a Papa Francesco. E anche in quella occasione così delicata e speciale mi sono assunto la responsabilità di quel trasferimento, così come ho sempre fatto fin da giovane funzionario di polizia. Pronto a pagarne il prezzo nel caso qualcosa fosse andato storto. Ma non è stato quello l’unico caso della mia permanenza in Vaticano.
-Ha già salutato il Papa?
In queste ore ho avuto il privilegio di salutarlo di nuovo, e questa volta con tutta la mia famiglia al seguito, mia moglie, i miei due figli. Sapevo che non sarei riuscito a trattenere le lacrime, ma l’intensità del mio lavoro in Vaticano è stata tanta e tale da giustificare anche questa mia commozione. Vede, certe esperienze lasciano segni indelebili nella vita di un uomo.
-Dal Vaticano al Senato della Repubblica, insomma questa sua carriera è sempre protesa verso l’alto?
Diciamo che questo è il bello del mio lavoro. Oggi la mia nuova sede è il Senato della Repubblica al cui servizio le assicuro profonderò tutte le mie energie migliori e tutta l’esperienza acquisita dopo tanti anni in Polizia, con la consapevolezza che anche qui a Palazzo Madama avrò ancora tanto da imparare, cosa che proverò a fare sempre alla mia maniera, con umiltà e dedizione totale al Paese.
-Spero che lei a Natale possa oggi godersi questa giornata di festa…
Lo spero anch’io. Il Senato è chiuso, il Presidente è tornato a casa sua, e a differenza dei tanti Natali trascorsi in piazza con il Papa, perché Natale in Vaticano è un giorno speciale ma come tanti altri giorni dell’anno, io quest’anno sono più tranquillo di sempre, a casa con la mia famiglia.
-Buon Natale allora…
Grazie a voi, Buon Natale anche a voi e ai vostri lettori.
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