Elezioni Politiche. Programmi per la Calabria? De Raho e Scarpinato

Vivesse ancora Cesare Mori il “prefetto di ferro” mandato da Mussolini in Sicilia a combattere la mafia, lo avrebbero oggi cooptato per candidarlo in Campania, Calabria, o Sicilia che sono, nella vulgata generale, terre di mafia.

(Prima Notizia 24)
Martedì 23 Agosto 2022
Roma - 23 ago 2022 (Prima Notizia 24)

Vivesse ancora Cesare Mori il “prefetto di ferro” mandato da Mussolini in Sicilia a combattere la mafia, lo avrebbero oggi cooptato per candidarlo in Campania, Calabria, o Sicilia che sono, nella vulgata generale, terre di mafia.

Ma Mori non c’è, e Giuseppe Conte, capo politico dei 5Stelle, ripiega su grossi calibri della lotta alla mafia come Federico Cafiero De Rhao, capolista alla Camera, e Roberto Scarpinato, capolista al Senato, in Calabria. Scarpinato è candidato pure in Sicilia. L’uno, già procuratore antimafia a Reggio Calabria, l’altro  già procuratore generale a Palermo.

  Nomi noti, come Pm antimafia, sono magistrati entrambi in pensione da pochissimo. Sono competenti di leggi codici, indagini, ma si presume abbiano scarse esperienze e conoscenze in materia di economia, sviluppo, ambiente, strategie e pianificazioni tutte qualità che invece servirebbero ai rappresentanti della Calabria per superare il gap secolare che la separa dal Nord e anche dallo stesso Sud.

Ne abbiamo visti di onorevoli “viaggiatori” scesi in Calabria per  prendere un  treno per il Parlamento. Ricordiamo lo Scilipoti Domenico, siciliano,  inviato da Forza Italia e la Bindi Rosy del Pd, ma ce ne sono altri e altre che conoscevano a malapena la posizione della Calabria sulla carta geografica. Non sono certo i nomi di De Rhao e Scarpinato che offendono, ci mancherebbe, ma è il criterio che sta dietro  la  scelta di Conte che odora di “commissariamento”.

La decisione del M5Stelle di far scendere in campo in Calabria due big della lotta antimafia è legata all’idea che la regione ultima in tutte le classifiche debba essere commissariata perennemente: messa sotto controllo da giudici, prefetti, generali dei carabinieri, spesso incaricati ad occuparsi di sanità o di conti nei comuni sciolti per mafia. E’ la conferma che l’annosa “questione meridionale” (calabrese in particolare) che mai si è voluto risolvere, è stata mutata in “questione criminale”, credendo, lombrosianamente, che la terra dove finisce lo Stivale è irrecuperabile; che ormai c’è poco da fare, che serve il prete, per l’estrema unzione, e nell’attesa si attua una stretta sorveglianza speciale.

Questo addio della politica alla questione meridionale ricorda quel che è accaduto durante il fascismo, con Benito Mussolini che inviò il prefetto Mori in Sicilia e contestualmente proclamò risolta, anzi inesistente, la “questione meridionale”. Si incaricò la cultura allineata dell’epoca (come oggi fanno alcuni giornali) di pronunciare il de profundis della “questione”,  con una nuova voce sull’Enciclopedia Treccani che sollecitamente riportò i nuovi orientamenti: “Di una “questione meridionale”, non si può più, oggi, legittimamente parlare; e perché tante differenze sono scomparse….ma, più ancora, perché ogni traccia di contrasti, antagonismo, ogni senso di interessi diversi, sono scomparsi dagli animi, per la fusione operata dalla guerra mondiale e dal fascismo”.

Ora, lungi da noi voler polemizzare in materia di mafia, consapevoli che la Calabria, ahinoi, è la terra madre della ‘ndrangheta: l’organizzazione criminale più ricca e potente del mondo che nel suo luogo di nascita conserva vecchi codici ammuffiti ed esercita violenza e controllo del territorio, mentre gli affari li fa al Nord, tuttavia non si può stare in silenzio riguardo all’idea che, criminalizzando la Calabria, si fa scoccare ufficialmente l’ora della post Italia, cioè di un Paese che attraverso la legittimazione elettorale decide di dividere la nazione, tagliandone un pezzo.

L’aria del tempo e una certa corrività mediatica, indicano che la strada intrapresa è questa: che l’Italia dopo l’Italia sarà (è) un non Paese incapace di proteggere le sue “mille anime”, per cui si erige un grosso recinto per evitare contaminazioni tra parte del Sud e il resto dell’Italia.

E’ una sorta di lockdown a vita, una parola che in italiano significa confinamento. Anche questo termine (confine) ha a che fare col fascismo che esiliava chi pensava diversamente. Vogliamo immaginare che questa nostra riflessione possa essere condivisa dagli ex magistrati De Raho e Scarpinato.

Loro sono uomini del Sud, capiscono, e mai si presterebbero all’idea della criminalizzazione del Sud, attraverso le loro candidature. Magari c’è una certa dose di ingenuità nell’avere accettato i collegi della Calabria, anziché pretenderne o sceglierne altri.

 Dice De Raho: “Mi candido alle elezioni perché nessuno parla di mafia”, e Scarpinato: “Mi candido contro il ritorno dei patti fra Stato e Mafia”. Sono belle intenzioni ma se è così il problema è grosso. Significherebbe che in politica c’è un atteggiamento omertoso, se nessuno parla più di mafia, e che serve qualcuno che scuota la nazione, il Parlamento, metta in campo nuove e più giuste strategie.

Anche per queste considerazioni la scelta della Calabria appare debole. Le candidature di due magistrati di così alto livello che dicono cose preoccupanti sarebbero state più efficaci in regioni guida del Paese: in città come Roma o Milano. O la Calabria è più semplicemente una scorciatoia per arrivare in Parlamento?

 

 

 

 

  


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