Emilio Matteucci: “Papa Francesco, stiamo morendo di cancro in assoluta solitudine”

Uranio impoverito. Di questo si muore ancora, e ogni giorno. Uranio impoverito sta nella maggior parte dei casi per cancro. E sono migliaia i militari italiani alle prese oggi con gli effetti devastanti dell’uranio impoverito “assimilato” durante le missioni di pace in terre lontane. La storia del maresciallo dell’esercito Emilio Matteucci è una delle più emblematiche.

di Pino Nano
Giovedì 07 Aprile 2022
Roma - 07 apr 2022 (Prima Notizia 24)

Uranio impoverito. Di questo si muore ancora, e ogni giorno. Uranio impoverito sta nella maggior parte dei casi per cancro. E sono migliaia i militari italiani alle prese oggi con gli effetti devastanti dell’uranio impoverito “assimilato” durante le missioni di pace in terre lontane. La storia del maresciallo dell’esercito Emilio Matteucci è una delle più emblematiche.

Storie di ordinaria solitudine. Storie di eroi di guerra. Storie di giovani militari che per via dell’uranio impoverito stanno morendo di cancro. Storie terribili di devastazioni psicologiche e personali, nel totale abbandono della società civile. Oggi, la Pasqua ormai alle porte, uno di questi eroi di guerra, Emilio Matteucci, ex maresciallo dell’esercito italiano, “romano de Roma”, vive dietro Piazza Ragusa, Quartiere San Giovanni, si rivolge direttamente a Papa Francesco. Emilio ha ancora 65 anni, è stato militare in missione in Libano (ITALCON, Beirut), Somalia (IBIS, Mogadiscio), Bosnia Erzegovina (JOINT FORGE, Sarajevo), Albania, Eritrea, oggi è in pensione per forza maggiore, perché il cancro lo ha reso ancora più debole e vulnerabile di quanto non si immagini. È lo stesso cancro che in forme diverse ha già ucciso centinaia e centinaia di militari italiani. Stiamo parlando degli effetti devastanti dell’uranio impoverito. Due parole che indicano il materiale con cui sono costruite le “teste di guerra” delle munizioni usate dalla prima Guerra del Golfo fino ad oggi, e che anche per lui sono state invasive. Oggi 3 mila militari hanno a che fare direttamente con questi problemi, per via di contaminazioni letali.

-Maresciallo Matteucci, perché ha deciso di rivolgersi al Papa?

Non mi prenda in giro anche lei, per favore. Non mi chiami maresciallo. Sono ormai in pensione e con i gradi militari non ho più niente a che fare. Mi chiami per nome la prego, semplicemente Emilio.

-Come vuole lei. Allora, Emilio: perché questo appello a Papa Francesco?

Perché sento che sto per morire, e sto per morire per aver servito la mia Patria. Sento anche di essere stato lasciato solo in questa nuova battaglia personale contro il cancro, ma proprio per questo ora che si avvicina la Pasqua vorrei dire grazie ai miei veri angeli custodi: sono i medici che in questi anni mi hanno aiutato a non perdere mai la voglia di vivere. E se penso alla Pasqua che è alle porte mi viene in mente Papa Francesco e la sua Via Crucis”.

-Cosa direbbe al Papa se lei avesse la fortuna di incontrarlo?

Gli direi di pregare per la mia vita e per la vita di quei tanti militari italiani che come me hanno contratto il cancro in missioni di pace e a diretto contatto con l’uranio impoverito.

-Ma perché questo appello a Papa Francesco?

Perché il Papa non ha mai parlato in pubblico di questo tema così delicato e complesso, che è la contaminazione dell’uranio impoverito. Dovrebbe incominciare a farlo, e dovrebbe farlo con forza.

-Emilio lei oggi gli chiede di farlo nel corso della Via Crucis del Venerdì Santo?

E quale migliore occasione di questa?

-Posso chiederle perché?

Perche la nostra vita, la vita di migliaia di militari come me impegnati in tutti questi anni in diverse campagne di pace all’estero sui luoghi della guerra hanno poi vissuto un proprio calvario, esattamente come il calvario di nostro signore Gesù.

-Non è una lettura eccessiva di questa vostra esperienza?

Vedi, quando noi siamo partiti per riportare la pace in paesi lontani dall’Italia, sapevamo che non sarebbe stata una passeggiata, ma sapevamo che avevano dietro di noi un Paese che ci amava e che ci avrebbe difeso fino alla fine.

-E invece come è andata?

Che al rientro dalle zone di guerra dove eravamo stati mandati in missione, molti di noi si sono ammalati di cancro. Devastati dalla contaminazioni dell’uranio impoverito che avevamo beccato laggiù, ma a quel punto tutti hanno preferito tacere, non commentare, isolarci, e soprattutto evitare che la nostra malattia potesse creare disagio sociale.

-In che senso?

Nel senso che in questo nostro Paese, meno si parla del cancro da uranio impoverito e meglio è.

-Traduco io: nessuno doveva sapere?

Esattamente così. Nessuno doveva sapere.

-Quanti anni sono passati dalla tua ultima missione di pace?

Diciotto anni

-E da quanti anni combatti contro il cancro-

Da quando sono rientrato in patria

-Hai fatto causa allo Stato?

Ho fatto la mia prima richiesta di risarcimento diciotto anni fa. Mi sono affidato ad un avvocato bravissimo che è poi diventato anche mio amico, l’avvocato Angelo Fiore Tartaglia e che ormai conosce il tema dell’uranio impoverito come le sue tasche.

-Qual è stata la risposta dello Stato?

Il silenzio, la negazione formale che avessi avuto contatti diretti con uranio impoverito. Il disprezzo per il cancro che ho in corpo.

-Perché non si sei rivolto alla giustizia ordinaria?

L’ho fatto, ma ancora aspetto una sentenza definitiva.

-E che fine ha fatto la sua causa di servizio?

Ora è al Consiglio di Stato, è un infinito rimpallo tra Tar e Consiglio di Stato, se ne occupano i miei legali, ma temo che quando sarà arrivato il tempo di una sentenza definitiva io non ci sarò più. È già capitato a tanti altri miei commilitoni. Sono morti prima di avere giustizia dal proprio Paese. Ma sa cos’è che mi fa rabbia davvero, è il vedere certi rappresentanti di Governo, sottosegretari di stato, che si riempiono la bocca di enfasi e di frasi fatte, e che poi con i propri atteggiamenti infangano la divisa che io ho indossato per tanti anni in decine di missioni di pace. E comunque, grazie a voi per aver perso del tempo prezioso con me e le mie lamentele.

-Quante speranze ha ancora?

Di non morire?

-No, di vincere la sua battaglia civile contro questo Stato assente e ingrato?

Pochissime davvero. È come combattere contro i mulini a vento. Uno scaricabarile assurdo e quasi volgare.

-So che al Papa vorrebbe dire però ancora qualcos’altro?

Vorrei che prendesse le nostre difese. Attento, non per quelli che come me sono ormai alla fine del proprio percorso di vita. Ma per i più giovani.

-Cosa intende dire per “più giovani”?

I ragazzi che partiranno presto per l’Ucraina.

-Mi spieghi meglio Emilio…

Vede, non appena anche questa guerra sarà finita, molti dei nostri militari italiani saranno mandati in Ucraina suoi luoghi bombardati per la ricostruzione di quel Paese. E allora questi nostri ragazzi troveranno a Leopoli, Lutsk, Ivano-Frankivs, Mariupol, Kharkiv, Kramatorsk, Dnipro, Zaporizhzhia, Odessa, Chiev, e in tutte le altre città bombardate le famose bombe esplose, ordigni da “ripulire” da portare via, e verranno inevitabilmente a contatto diretto con l’uranio impoverito. Sarà una nuova ecatombe per l’esercito italiano. Bisogna prepararsi a tutelare questi nostri militari, servono precauzioni e sistemi di difesa che noi allora non avevamo, ma perché noi ignoravamo in maniera assoluta il pericolo che stavamo correndo. Nessuno ce ne aveva mai parlato.

Oggi a Roma Emilio vive completamente solo.

A casa non ha più nessuno che lo aspetta, salvo la sua cagnetta, Stellina, con lui da 14 anni ormai, ma in compenso della sua esaltante esperienza di militare italiano in giro per il mondo, ricorda ogni particolare, ogni momento delle sue tante missioni di pace, ogni attimo trascorso a diretto contatto con il pericolo e la morte, ogni dettaglio di questa sua vita da eroe senza nome e senza volto. Non fa che ricordare le città devastate dalla guerra, i palazzi implosi per le esplosioni, le piazze invase dai proiettili sparati dai cecchini, le strade bloccate dalle voragini, e i mille raid aerei nel cuore della notte. Immaginavamo che ci avrebbe scaricato la “rabbia legittima” di chi ha servito la patria in tanti diversi teatri di guerra, tornando poi a casa sconfitto dal cancro, vittima anche lui di precauzioni mai prese, o mai imposte al nostro esercito. E invece no, nulla di tutto questo. Con un garbo d’altri tempi e con una dolcezza che è tipica dei malati di cancro, il vecchio maresciallo dell’Esercito Italiano Emilio Matteucci ci porge un foglio di carta, su ci troviamo una lunga lista di nomi, e la sola cortesia che ci chiede è di trovare il modo di pubblicarli. Sono i nomi dei tanti medici, infermieri, analisti, oncologi, psicologi dell’Ospedale Militare del Celio di Roma, e dell’Ospedale Villa San Pietro sulla Cassia, a cui vuole per Pasqua dichiarare il suo “grazie” e il suo “amore” per come, in tutti questi lunghi mesi, lo hanno aiutato ad affrontare il cancro. Senza di loro, mi dice, sarei già morto.


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