
- Prima Notizia 24
- Napoli - Mercoledì 9 Settembre 2026
Femminicidio di Martina Carbonaro, la testimonianza della madre in aula: "Alessio era tranquillo, diede il caffè ai carabinieri"
La donna si è presentata col braccialetto elettronico: "L'ho trattato come un figlio, mi ha pugnalato".
Tensione e commozione nell'aula della Corte d'Assise di Napoli al processo contro Alessio Tucci, il giovane reo confesso dell'omicidio della quattordicenne Martina Carbonaro, assassinata ad Afragola con quattro colpi di pietra alla testa all'interno di un casolare abbandonato.
A deporre davanti ai giudici è stata Fiorenza Cosentino, madre della giovane vittima, che ha ripercorso le ore successive alla scomparsa della figlia.
La donna ha evidenziato in aula la freddezza mostrata dal ragazzo subito dopo il delitto: sapeva che la quattordicenne era già morta, ma "si mostrava tranquillo", arrivando persino a preparare il caffè agli uomini dell'Arma.
La madre ha ricordato che il giovane e il padre parteciparono alle ricerche e che quest'ultimo, in auto, pronunciò una frase rivelatasi profetica: "Sicuramente sta in qualche casione".
Ricordando i sogni della figlia, che "voleva andare all'alberghiero" per aprire un ristorante, la donna è esplosa in lacrime.
La deposizione è stata contrassegnata da un rigido protocollo di sicurezza: sia la madre che il padre di Martina si sono dovuti presentare in tribunale indossando il braccialetto elettronico per le presunte minacce alla famiglia dell'imputato.
Prima della donna è stata ascoltata dietro un paravento un'amica minorenne della vittima, la quale ha riferito che la coppia si era lasciata perché Martina "non lo amava più".
Dalla madre è arrivata la chiusura totale verso ogni forma di perdono: "L'ho trattato come un figlio, ha ucciso mia figlia e ha pugnalato anche me. Non lo perdonerò mai".
Rivolgendosi poi verso l'imputato, collegato in videoconferenza dal carcere a capo chino, ha aggiunto: "Mi piacerebbe sapere da Tucci quali sono state le sue ultime parole e perché me l'ha uccisa". La famiglia sostiene infine l'ipotesi di una rete di complicità: "Quel ragazzo non ha potuto fare tutto da solo, qualcuno l'ha aiutato e noi vogliamo sapere chi è stato".
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