
- Prima Notizia 24
- Roma - Martedì 9 Giugno 2026
La Bresaola della Valtellina Igp reagisce alla crisi: il consumo vola a 502 milioni, export in aumento del 32%
Il Consorzio di tutela archivia il bilancio del 2025 registrando un calo della produzione e una forte pressione sui costi della materia prima bovina. Tiene il fatturato complessivo e crescono i mercati esteri, trainati dalle richieste provenienti dai Paesi extra-UE e dal Medio Oriente.
Un comparto d'eccellenza del made in Italy agroalimentare dimostra una forte capacità di tenuta e rilancia la propria competitività sui mercati globali, nonostante uno scenario macroeconomico segnato dal rincaro dei fattori produttivi e dalle rigidità logistiche.
Il bilancio del 2025 si è chiuso per la Bresaola della Valtellina Igp con un volume produttivo attestatosi a 11.947 tonnellate — dato che evidenzia una contrazione del 5,47% rispetto all'annualità precedente —, ma con un riscontro economico speculare di segno opposto: il valore complessivo al consumo ha infatti registrato un incremento del 4,6%, toccando la quota record di 502 milioni di euro.
I risultati commerciali mettono in luce il consolidamento internazionale del salume valtellinese, la cui tutela e lavorazione fa capo a 13 aziende certificate. Il posizionamento oltreconfine si è rafforzato sfidando l'impennata dei costi vivi di gestione e i vincoli sempre più stringenti imposti dai dazi doganali sulle importazioni da contesti extra-comunitari.
I dati relativi alle esportazioni evidenziano una performance eccellente, con 836 tonnellate di prodotto piazzate sui mercati esteri, pari a un balzo in avanti del 32,34%. Nel dettaglio geografico, il 64% dei flussi commerciali è stato assorbito dai partner dell'Unione Europea (facendo segnare un aumento del 17%), mentre il restante 36% ha preso la via delle rotte extra-UE. In quest'ultimo segmento si è registrata una crescita esponenziale del 70%, trainata in particolar modo dalle richieste provenienti dalle aree del Medio Oriente, con una spiccata preferenza commerciale da parte delle nazioni di religione islamica.
La nota dolente per la filiera rimane legata all'approvvigionamento dei tagli di carne idonei. Le preoccupazioni dei produttori sono alimentate dalla progressiva riduzione dei volumi di materia prima bovina disponibili all'interno dei confini europei; un deficit strutturale che costringe i trasformatori a rivolgersi ai mercati oltreoceano, con aggravi economici pesanti dovuti alle barriere doganali e alle politiche commerciali internazionali. Le importazioni a tassazione agevolata rimangono infatti ingessate: le specifiche licenze Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade), che fissano un dazio ridotto al 20%, sono vincolate a quote fisse molto rigide e prive di margini di flessibilità.
Una parziale rassicurazione sul futuro della zootecnia è giunta dai tavoli di Bruxelles, anche se i tempi di risposta dell'agricoltura rischiano di non coincidere con le urgenze immediate delle fabbriche.
Il presidente del Consorzio di tutela, Mario Francesco Moro, ha analizzato i nuovi orientamenti comunitari sottolineando come il fattore tempo giochi un ruolo determinante: “Il nuovo documento del Commissario europeo all'Agricoltura esprime l'intenzione di rilanciare l'allevamento di carne bovina nei territori dell'Unione, ma per osservare effetti concreti sarà necessario attendere almeno un anno, il tempo richiesto dal naturale ciclo bovino”.
Il numero uno dell'organismo di tutela ha quindi tracciato le linee d'azione necessarie per salvaguardare l'anello industriale del comparto, evidenziando il rischio di un pericoloso vuoto temporale nelle catene di fornitura: “Da un lato, è fondamentale sostenere i produttori europei, incentivandoli ad aumentare i volumi di produzione per rafforzare l'autosufficienza del continente, dall'altro è innegabile che, nell'attesa, le imprese di trasformazione della carne stanno subendo pesanti conseguenze, trovandosi a fronteggiare una carenza di materia prima che potrebbe comprometterne la stabilità”.
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