Sul tram, a Torino, Giusto Gervasutti si allena utilizzando le maniglie per sollevarsi come un ginnasta. Nei momenti di pausa aziona due molle che ha sempre in tasca per rinforzare i muscoli delle dita. Gervasutti, classe 1909, friulano d'origine e piemontese d'adozione, negli ambienti dello scialpinismo è soprannominato
Il Fortissimo. Nel 1934, quando viene chiamato a far parte della spedizione italiana alle Ande, Gervasutti è già membro del Club Alpino Accademico.
Il Transatlantico Neptunia salpa dal porto di Trieste il primo febbraio con destinazione Buenos Aires. Pochi istanti prima della partenza viene recapitato a bordo il messaggio del Presidente del CONI, Achille Starace: "Agli universitari del Guf che partono per scalare la Cordigliera porgo il mio augurale saluto". Il CAI per finanziare la spedizione ha avuto l'idea di organizzare una crociera in sudamerica. I turisti hanno l'opportunità di viaggiare, fianco a fianco, con le stelle dell'alpinismo nazionale capitanate dal conte Bonacossa: Gervasutti, Chabod, Binaghi, Boccalatte, Brunner, De Petro, Ghiglione, Zanetti e i fratelli Cerasa.
"Non avendo molte possibilità di isolarmi - scrive Gervasutti nella sua autobiografia - ebbi modo di apprezzare in pieno la stupida vita di bordo attraverso le frequenti feste culminate con il passaggio all'equatore". Arrivati in Argentina gli alpinisti si dividono in tre squadre alla conquista dei Cerri Andini senza nome. Nel giro di due mesi e mezzo vengono raggiunte 5 cime inviolate superiori ai 5mila metri. Le pareti scalate non presentano difficoltà estreme ma i resoconti giornalistici sono all'insegna del trionfalismo: "E' stata un'impresa di italianità, gli arrampicatori hanno adempiuto completamente al compito che si erano prefissi e che va segnato ormai nel libro d'oro dell'alpinismo. Un miracolo nel nome della nostra grande Italia".
Il 19 aprile i membri della spedizione sbarcano a Genova accolti da una folla ovante. Tornano tutti, tranne due: Binaghi e Gervasutti. "Non riuscivo a rassegnarmi all'idea di essere andato fin laggiù per ritornarmene con così scarsi risultati".
Il Fortissimo e il suo compagno di cordata si spostano in Cile e vincono altre due vette. Una di queste, nel gruppo del Plomo, la chiamano Cerro Littoria. "Mettemmo un nome fascista che restasse a rappresentare la Patria lontana".
Il 30 maggio i componenti della spedizione vengono ricevuti, a Roma, da Benito Mussolini. Nella foto di rito nessuno sorride. Gli alpinisti indossano quasi tutti la camicia nera. Il Duce, in tight, si complimenta con Gervasutti per il Cerro Littoria. Mussolini ha poco tempo per gli
eroi delle Ande, deve liberare al più presto la sala del Mappamondo per preparare il discorso in vista del suo primo incontro con Hitler in programma a Venezia il 15 giugno.
Il Fortissimo, nel giro di pochi anni, diviene l'alpinista di punta dell'epoca fascista: primo sulla parete nord-ovest dell'Olan, primo (con una costola rotta) sull'Ailefroide, ancora primo sulla cresta sud-est del Pic Gaspard, sul Pic Gugliermina, sul pilone di destra del Freney e sulla est delle Grandes Jorasses. Nell'agosto del 1944, quando gli uomini della Resistenza liberano dai nazisti gran parte della Valle d'Aosta, Gervasutti è in vetta al Pic Adolphe con un suo amico partigiano.
Nel primo dopoguerra
Il Fortissimo pubblica
Scalate nelle Alpi con la casa editrice che ha appena fondato insieme al poeta Renzo Pezzani. Nel libro racconta le sue imprese fino al 1942. Non fa in tempo a scrivere la seconda edizione. Il 16 settembre del 1946, attacca con il sole il Mont Blanc du Tucul. Con lui c'è Giuseppe Gagliardone. E' caldo ma a metà parete il tempo cambia improvvisamente. Folate di tormenta sbarrano di colpo la progressione rendendola troppo insidiosa. Decidono di tornare indietro. La discesa, a corda doppia, è agevole fino al cedimento di un appiglio. Gagliardone fa in tempo ad aggrapparsi ad una sporgenza di roccia e a salvarsi. Gervasutti, trascinato dallo sbalzo, sorvola il compagno e precipita nel vuoto da un'altezza di circa trecento metri.
Il cadavere de
Il Fortissimo viene ritrovato orribilmente disfatto: senza calotta cranica e con una gamba frantumata ancora legata alla staffa di corda. Un anno prima, nella sua autobiografia, quasi come un fosco presagio, scrive: "Tutto era come prima. La montagna grigia e indifferente. La valle in fondo verde e tranquilla. Ero io, soltanto io, che avevo cercato l'avvenimento, che lo avevo creato, che lo avevo forzato".
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