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  • Roma - Martedì 15 Settembre 2026

Quando la geometria diventa arte: i “Poligoni in rotazione” di Dory Zard arrivano a Roma

A The Shell Libreria Bistrot il progetto dell’artista mette in dialogo pittura e digitale. Triangoli, quadrati e pentagoni diventano il punto di partenza per indagare il rapporto tra colore, numeri, algoritmi e percezione.

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Può una formula matematica generare un’opera d’arte? E quanto rimane della libertà dell’artista quando forme, proporzioni e rotazioni rispondono a una regola precisa?

Sono alcune delle domande suggerite da “Poligoni in rotazione. L’estetica dell’algoritmo tra geometria e colore”, il progetto espositivo di Dory Zard ospitato a Roma negli spazi di The Shell Libreria Bistrot, in vicolo della Fontana 28.

Il punto di partenza è apparentemente semplice: un poligono regolare. Un triangolo, un quadrato, un pentagono. La figura viene ripetuta e fatta ruotare progressivamente intorno allo stesso centro fino a ritornare alla posizione iniziale.

Dietro quello che l’occhio percepisce come un gioco di forme e colori esiste però una costruzione precisa. Il numero delle rappresentazioni dipende dai lati del poligono, mentre dimensioni, rotazioni e progressioni cromatiche seguono rapporti matematici e logici.

Ed è proprio nell’incontro tra regola e libertà che il lavoro acquista una dimensione meno prevedibile.

Negli acrilici la geometria stabilisce infatti il percorso, ma è la pittura a modificarne la percezione. Il colore introduce differenze, variazioni, intensità. La precisione della struttura incontra così qualcosa di inevitabilmente umano: il gesto.

La mostra mette in relazione due momenti della ricerca di Zard. Da una parte ci sono tredici acrilici su tavola, realizzati tra il 2008 e il 2009; dall’altra la loro evoluzione attraverso gli strumenti digitali, con stampe Fine Art e installazioni di dimensioni differenti.

Non si tratta semplicemente di trasferire sul computer ciò che prima veniva realizzato con pennelli e colori. Il digitale consente all’artista di moltiplicare le possibilità della stessa idea.

Attraverso la grafica vettoriale, poligoni, colori primari e secondari, bianco e nero possono essere messi in relazione generando un numero crescente di combinazioni. La regola originaria rimane, ma aumenta la quantità delle sue possibili manifestazioni.

È anche un modo per interrogarsi sul rapporto, sempre più presente nell’arte contemporanea, tra creatività e algoritmo.

Una questione diventata particolarmente attuale in un’epoca nella quale software e intelligenza artificiale stanno entrando nei processi creativi. Nel caso di Zard, però, l’algoritmo non sostituisce l’idea dell’artista: nasce dall’idea stessa. È l’uomo a stabilire le regole e la macchina permette di esplorarne le conseguenze.

Anche l’allestimento segue questa logica.

Accanto ai tredici acrilici di 102,4 per 102,4 centimetri compare un’installazione composta da cinque pannelli Fine Art. Le stampe sono organizzate secondo una progressione inversa: quando diminuisce il loro numero aumenta la dimensione, passando dalle 256 piccole opere del primo pannello fino a una singola stampa nell’ultimo.

La stessa opera può quindi cambiare scala, presenza e rapporto con lo spazio.

Da qui nasce anche una riflessione meno immediata sul concetto di originale e di multiplo. Nell’arte digitale una matrice può generare più manifestazioni fisiche e formato, tiratura e rarità diventano parte del rapporto tra opera e collezionista.

Il percorso di Dory Zard, nato a Tripoli nel 1950 e trasferitosi a Roma nel 1967, attraversa pittura, musica, spettacolo e progettazione. Tornato stabilmente all’arte alla fine del 2003, ha progressivamente concentrato la propria ricerca sulle relazioni tra colore, geometria e rapporti numerici, fino all’utilizzo degli strumenti digitali.

Da questa sperimentazione nasce anche Infrattali, software grafico ideato dall’artista per generare moduli, pattern e superfici attraverso l’organizzazione dei punti di colore. Il colore, in questo caso, non è più soltanto qualcosa con cui riempire una forma: diventa esso stesso elemento attraverso il quale costruirla.

“Poligoni in rotazione” racconta quindi un percorso che parte da strumenti elementari — una figura, un numero, un colore — per arrivare a una domanda molto contemporanea.

Dove finisce la regola e dove comincia la creatività?

Forse il confine non è così netto. Perché anche dietro una sequenza matematica rimane una scelta umana: decidere quale regola inventare e, soprattutto, capire quando quella regola riesce a produrre qualcosa capace di fermare lo sguardo. (R.S.)

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