
- Prima Notizia 24
- Roma - Lunedì 25 Maggio 2026
Tunisia, nuova stangata per la giornalista Sonia Dahmani: condannata ad altri due anni di reclusione
A pochi mesi dalla scarcerazione, la nota opinionista e critica del presidente Kais Saied viene nuovamente condannata dal Tribunale di Tunisi per le sue denunce sulle condizioni delle prigioni nazionali. La difesa presenta ricorso contro l'applicazione del controverso Decreto 54 sulla diffusione di false notizie.
La morsa del potere giudiziario tunisino torna a stringersi attorno alle voci storiche del dissenso laico e professionale, confermando il clima di forte restrizione per la libertà di espressione e di stampa che caratterizza l'attuale fase politica del Paese nordafricano.
La sessantenne avvocata e giornalista Sonia Dahmani, figura di primissimo piano nel panorama dei media indipendenti locali e nota per le sue posizioni apertamente critiche nei confronti dell'operato del presidente Kais Saied, è stata condannata a un'ulteriore pena di due anni di reclusione.
La sentenza è stata formalizzata nella giornata di lunedì dai magistrati del Tribunale di primo grado di Tunisi, come confermato dal suo legale rappresentante Sami Ben Ghazi, il quale ha contestualmente annunciato l'immediata presentazione dell'istanza di ricorso in appello nel tentativo di ribaltare il verdetto. Il nuovo provvedimento restrittivo giunge a breve distanza temporale da una parziale boccata d'ossigeno per la cronista, che era stata rilasciata alla fine dello scorso novembre dopo aver già scontato oltre diciotto mesi di detenzione ininterrotta all'interno delle strutture carcerarie nazionali.
La novità giudiziaria scaturisce, nello specifico, da alcune dure dichiarazioni pubbliche rilasciate dalla Dahmani in merito alla complessa e degradante situazione strutturale e igienico-sanitaria in cui versano i detenuti nelle prigioni tunisine. Proprio questa presa di posizione ha innescato la reazione immediata dell'Amministrazione generale delle carceri, che ha formalizzato una denuncia formale ai danni della professionista, dando il via all'iter processuale sfociato nell'odierna condanna.
L'architettura accusatoria mossa contro la giornalista si articola su cinque capi d'imputazione ben distinti, tutti strettamente legati a interventi verbali o editoriali diffusi tramite i canali radiotelevisivi e le piattaforme di informazione. La base giuridica utilizzata dai magistrati per convalidare la colpevolezza fa perno sul restrittivo Decreto 54, una norma sulla "diffusione di false informazioni" emanata direttamente dal presidente Saied nel corso del 2022.
La legge è da tempo al centro di durissime requisitorie da parte delle principali organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani, che la considerano un mero strumento normativo volto a silenziare le critiche e a criminalizzare il giornalismo d'inchiesta. Il caso di Sonia Dahmani non si configura come un episodio isolato, ma si inserisce all'interno di un trend di sistematica compressione degli spazi democratici avviato a partire dal luglio del 2021, momento in cui il capo dello Stato ha assunto i pieni poteri sciogliendo le camere parlamentari. Da allora, decine di esponenti delle forze di opposizione, legali, operatori dell'informazione e attivisti impegnati nel supporto e nell'assistenza ai flussi migratori sono stati tratti in arresto e condotti in cella.
Le imputazioni contestate ai dissidenti attingono frequentemente sia al perimetro del Decreto 54, sia alle severe fattispecie di reato previste dalla normativa antiterrorismo o alle accuse di presunta "cospirazione contro la sicurezza dello Stato", configurando un quadro di forte apprensione per la tenuta dello Stato di diritto nell'area mediterranea.
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