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  • Roma - Giovedì 5 Novembre 2026, 13:55

Usa, resa dei conti nel GOP dopo le midterm: repubblicani contro Hegseth, Vance lavora alla “nuova destra”

Dopo la sconfitta elettorale che consegna il Congresso ai democratici, la Camera valuta l'impeachment per il capo del Pentagono. Reazioni e commenti da Vaticano, Kiev, Mosca e Teheran. La Casa Bianca rilancia: “Non andiamo da nessuna parte”.

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All'indomani della pesante sconfitta subita dal Partito Repubblicano alle elezioni di metà mandato, scatta una dura resa dei conti interna al GOP. Il vicepresidente JD Vance ha attribuito l'esito negativo al conflitto in corso in Iran e al parallelo aumento del costo della vita, due elementi che hanno penalizzato fortemente la maggioranza uscente.

Nel mirino del partito è finito in particolare il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, ritenuto il principale responsabile della gestione militare del conflitto e accusato di aver spinto per l'attacco all'Iran senza una chiara strategia di uscita.

Secondo quanto rilanciato dalla Cnn, il deputato repubblicano Thomas Massie intende avviare alla ripresa dei lavori del Congresso la procedura di impeachment nei confronti di Hegseth, con fonti interne al partito che ritengono probabile l'approvazione della mozione.

Nel frattempo, fonti vicine a Fox News riportano che Vance starebbe lavorando alla costruzione di una "nuova destra" orientata su quattro pilastri: neutralità nei conflitti esteri, sostegno economico alle famiglie e chiusura dei confini nazionali.

Sullo sfondo delle dinamiche post-voto emergono anche possibili scenari di rimpasto nell'amministrazione. Secondo quanto riferito dal Washington Sun, l'attuale ambasciatore statunitense in India, Sergio Gor, viene indicato come possibile candidato per posizioni di vertice, tra cui il ruolo di capo di gabinetto della Casa Bianca in sostituzione di Susie Wiles o la successione al Segretario di Stato Marco Rubio, che potrebbe lasciare l'esecutivo per prepararsi a una futura candidatura presidenziale nel 2028 o nel 2032. Gor ha tuttavia smentito qualsiasi interesse per altri incarichi, definendo Rubio “insostituibile” e bollando le indiscrezioni come “una colossale sciocchezza”.

L'esito delle urne ha registrato reazioni immediate a livello internazionale. Da Città del Vaticano, il Segretario di Stato card. Pietro Parolin, a margine di un convegno all'Università Urbaniana, ha commentato l'esito del voto auspicando collaborazione istituzionale: “Speriamo ci sia la capacità di collaborare, di trovare dei 'modi vivendi' per il bene del Paese che noi ci auguriamo. Speriamo prevalga la ragione e il buon senso”.

Interpellato sul voto espresso dal Papa in qualità di cittadino statunitense, Parolin ha aggiunto: “Ho pensato che non è mai avvenuto in precedenza, però è un cittadino statunitense, ha tutto il diritto di farlo”.

Da Kiev, il presidente Volodymyr Zelensky, in un'intervista alla tv tedesca Zdf, ha espresso l'auspicio che il successo dei democratici si traduca in un incremento degli aiuti militari e in un aumento della pressione su Vladimir Putin: “Abbiamo un sostegno bipartisan, sono grato anche ai repubblicani, ma i democratici sono molto chiari sul loro sostegno all'Ucraina. Senza questi legami è molto difficile affrontare Putin”.

Da Mosca, il vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha dichiarato sulla piattaforma Max che la sconfitta del GOP non influirà sulle operazioni militari di Mosca, affermando che la Russia deve annientare il nemico sul campo di battaglia fino alla vittoria completa, e ipotizzando che i democratici cercheranno di avviare l'impeachment contro Trump utilizzando la minaccia di “sanzioni infernali” come moneta di scambio politico.

A Teheran si sono registrate manifestazioni di protesta dove è stato dato alle fiamme uno striscione raffigurante Donald Trump, JD Vance, Benjamin Netanyahu e l'inviato speciale Steve Witkoff. Nonostante l'esito avverso delle elezioni, la Casa Bianca ha diffuso un messaggio di fermezza sui canali social scrivendo “Non andiamo da nessuna parte. Bloccatevi, patrioti. Abbiamo appena iniziato”.

Parallelamente, il presidente Donald Trump ha firmato la proclamazione della “Settimana dell'anticomunismo” per il periodo dal 1° al 7 novembre, invitando a “proteggere la nostra fiamma ardente di libertà dall'oscurità del comunismo” e ribadendo che gli Stati Uniti non cederanno mai alle ideologie della sinistra radicale.

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