Valerio Giacoia, Premio “Fratelli Tutti 2021” per la dolcezza con cui ha raccontato l’Africa

La cerimonia di premiazione del Premio “Fratelli Tutti 2021” promosso dal Corecom del Lazio si terrà giovedì 3 febbraio prossimo a Roma presso la Sala “Mechelli” del Consiglio Regionale del Lazio, alla presenza del gotha del giornalismo italiano.

 
di Pino Nano
Venerdì 31 Dicembre 2021
Roma - 31 dic 2021 (Prima Notizia 24)

La cerimonia di premiazione del Premio “Fratelli Tutti 2021” promosso dal Corecom del Lazio si terrà giovedì 3 febbraio prossimo a Roma presso la Sala “Mechelli” del Consiglio Regionale del Lazio, alla presenza del gotha del giornalismo italiano.

 

Nella sua carriera l’Africa (ma non solo), tra Nigeria, Camerun, Etiopia e a gennaio scorso in Kenya per documentare delle spaventose condizioni di vita di tante persone. Ed è con un lungo reportage proprio dal Kenya, intitolato “Come si vince il torneo della vita”, pubblicato a maggio scorso dal settimanale Left, diretto da Simona Maggiorelli, che al giornalista Valerio Giacoia, cosentino, 58 anni, è andato, e meritatamente, il primo posto nella sezione “Carta stampata” del prestigioso “Premio Fratelli tutti 2021”, promosso dal Corecom (il comitato regionale per le Comunicazioni) del Lazio e ispirato ai contenuti della terza Lettera Enciclica di papa Francesco, scritta nel suo ottavo anno di pontificato e pubblicata nell’ottobre del 2020, dove Bergoglio indica fraternità e amicizia sociale come uniche vie per costruire un mondo migliore, più giusto e pacifico e contro le guerre e la globalizzazione dell’indifferenza. 

Nel reportage premiato Valerio Giacoia ha raccontato, e alla sua maniera, con la sua penna delicata e generosa, dell’esperienza vissuta con i bambini di uno sperduto villaggio di Watamu, tra i più poveri al mondo e a pochi chilometri dalla più conosciuta Malindi, ai quali oltre agli aiuti alimentari e logistici aveva portato in dono – grazie anche alla Fit – set di racchette e palline per giocare a tennis, sport mai conosciuto in quella realtà, “per regalare a quei piccoli – ci ha detto – anche un po’ di gioia, cibo per l’anima”. 

-Non era la prima volta per te in Kenya vero?

“No, ci tornavo dopo quattordici anni. Ero stato lì nel 2007 per seguire il caso di due nostri connazionali messi in carcere da innocenti a Nairobi, ignorati dalla stampa italiana e dalla nostra diplomazia. Grazie alla collaborazione tra me, del Quotidiano della Calabria, dove all’epoca lavoravo, in una breve parentesi della mia vita professionale, e Massimo Alberizzi, corrispondente dall’Africa del Corriere della Sera, gli unici due giornalisti che si interessarono alla vicenda, organizzammo una martellante e dura campagna di sensibilizzazione, finché i coniugi Angelo Ricci ed Estella Furuli, lei argentina di origini calabresi, lui pugliese, furono liberati dopo due anni di grandi sofferenze e scagionati dall’accusa di aver preso parte a un gigantesco traffico di droga. Angelo non si riprese più da quella esperienza, e tornato in Italia si ammalò poi morendo qualche anno dopo”. 

-Una storia davvero terribile. Ma tu hai anche fatto una grande cosa in Nigeria, se non ricordiamo male…

“Sì, fu una grande fatica, ma alla fine e devo dire miracolosamente riuscii a vincere la battaglia, durissima, per salvare la vita alla giovane nigeriana Safiya Husseini, condannata alla lapidazione da un tribunale islamico oltranzista per aver concepito un figlio fuori dal matrimonio”. 

-E come?

“Convincendo la Federazione Italiana Gioco Calcio a dedicare una giornata a questa donna e lanciare perciò dagli stadi italiani un grido di dolore nel tentativo, poi riuscito, come dicevo, di fermare la mano degli assassini confidando nella passione dei nigeriani per il calcio italiano: una domenica di marzo, eravamo nel 2001, tutti i giocatori di serie A e B e le terne arbitrali scesero in campo con la maglia e la scritta “Chi scaglia la prima pietra?”. Quel “grido” dall’Italia fu ascoltato. Safiya venne anche a Roma, successivamente, per ricevere la cittadinanza onoraria. Ma quella mattina io me ne restai a dormire, seppure, ovvio, ero tra gli invitati in Campidoglio”.

-Perché?

“Perché il nostro mestiere è servizio, non vetrina. Non ho mai amato stare davanti, in mostra. Faccio quello che devo fare, per gli altri, alla ricerca della verità, cercando quando è possibile di andare oltre le cose di cui mi occupo per lavoro. Come nel caso di Safiya, per la quale non riuscivo più a chiudere occhio: collaboravo con l’Agenzia Ansa, ricordo. Mi chiedevo, ma come è possibile fermarsi alla notizia, perché non tentare di fare qualcosa per lei? Il resto è ciò che ti ho raccontato…”.

-Oggi sei un apprezzato commentatore al Quotidiano del Sud, ma anche spesso ti leggiamo, e volentieri, sul Venerdì di Repubblica e, appunto, su Left, il settimanale con cui hai vinto il premio. Ma sappiamo che tu e la scrivania avete da sempre un pessimo rapporto…

“Sì. Non mi è mai piaciuto stare seduto in redazione, ed è per questo, ma anche per tante altre cause che qui sarebbe lungo spiegare, che ho sempre preferito camminare per strada. Ho lavorato per lunghi anni tra Roma e Milano, tra le tante testate all’Ansa e in Mondadori, ma sempre sentendomi, come dire, costretto, ingabbiato. Non riesco a esprimermi al meglio seduto alla scrivania. Devo spaziare, vedere, toccare le cose, le persone, sentire il profumo del mondo, con tutta la sua bellezza e tutto il suo dolore. Quando ho potuto, sono scappato perciò. In giro per il mondo, per raccontare delle vicende di popolazioni dimenticate e oppresse. Quindi Medio Oriente, in Siria per esempio, in occasione dello scoppio della Primavera Araba, e anche di recente ad Aleppo, da dove ho raccontato per Il Venerdì la storia di quell’anziano signore collezionista di auto d’epoca, la cui fotografia di qualche anno fa che lo ritrae seduto su bordo del letto tra le macerie della sua casa mentre ascolta musica classica da suo grammofono fece il giro del pianeta ed è una delle immagini simbolo della guerra. Oggi lui è ancora lì, e la sua casa è rimasta così, devastata dalle bombe, insieme alla sua incredibile collezione di automobili d’epoca…”.

-Ma sei volato anche in America Latina, a Buenos Aires per esempio, in Argentina. Se non ricordo male era stato appena eletto papa Bergoglio mi pare?

“Sì, fu un viaggio emozionante. Fui il primo giornalista europeo a entrare nella casa della sorella del Papa, Maria Elena. Fu divertente, perché per convincerla a farmi entrare dopo aver bussato al campanello mi inginocchiai. Lei colpita da questo gesto e dalle mie parole, “vengo dall’Italia e stavo giocando a tennis quando mi hanno ordinato di andare in Argentina, la prego mi dica che ne è valsa la pena di interrompere la partita e mi faccia entrare”. Mi fece accomodare. Bevendo il caffè, mi raccontò un bel pezzo di storia di suo fratello e della sua vita da bambino, e poi da ragazzino, dei suoi presunti amori e della sua passione per il calcio. Calpestai, e con grande emozione, anche la terra della favelas dove l’allora arcivescovo di Buenos Aires si recava in pullman e faceva tremare le gambe ai narcotrafficanti”. 

Figlio d’arte – suo padre è Emanuele Giacoia, storico volto del giornalismo Rai calabrese e italiano, oggi splendido 93enne – ma anche fratello di Riccardo Giacoia, uomo immagine e Vicecaporedattore della sede Rai della Calabria, Valerio Giacoia è dunque un cronista di strada, navigato e avvezzo ai mille climi del pianeta, che consuma le scarpe in giro per il mondo, una magnifica penna, e dentro una grande capacità di racconto letterario. 

Avremo modo di ascoltarlo nel corso della cerimonia di premiazione di “Fratelli Tutti 2021” che si terrà giovedì 3 febbraio prossimo presso la Sala “Mechelli” del Consiglio Regionale del Lazio, a Roma, al termine di un convegno dal titolo “La comunicazione sociale al tempo del Covid-19”. Un riconoscimento davvero meritato, e sudato, a un giornalista come pochi, ma a cui non è mai piaciuto sgomitare e stare alla ribalta, sempre pronto ad aiutare tutti, e a raccontare le storie di chi non ha voce. A ottobre scorso gli era stato assegnato, a Cosenza, il Premio “Antonio Alimena”, alla sua nona edizione, organizzato dal Convegno di Cultura Maria Cristina di Savoia. Nella motivazione, la presidente Angela Gatto scriveva che il riconoscimento è stato conferito “per un’informazione basata sull’etica della parola e per l’attenzione giornalistica verso l’educazione alla bellezza, per l’impegno umanitario e il volontariato internazionale, per le lotte a sostegno dei diritti civili e contro ogni forma di discriminazione e razzismo, per l’attenzione verso la dignità della persona e la promozione di iniziative di solidarietà in contesti di sottosviluppo economico e sociale”. 

Parole emozionanti, vere, una fotografia reale del personaggio e del grande cronista.

 

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