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Funerali strettamente privati per l’uomo che viene considerato il volto e il protagonista storico assoluto della Dc in Calabria, un uomo che in politica ha attraversato le fasi più calde e più difficili della crescita del Sud.
Funerali strettamente privati per l’uomo che viene considerato il volto e il protagonista storico assoluto della Dc in Calabria, un uomo che in politica ha attraversato le fasi più calde e più difficili della crescita del Sud.
Prima di tutto, Democristiano. Poi, Andreottiano della prima ora. Leader assoluto della storia della DC in Calabria. Tre diversi incarichi di Governo: I Governo Goria, Sottosegretario di Stato al Tesoro (30.07.1987-13.04.1988); I Governo De Mita, Sottosegretario di Stato al Tesoro (15.04.1988-22.07.1989); VII Governo Andreotti, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio (17.04.1991-28.06.1992).
Mi piace ricordarlo così Carmelo Puija. Era nato a Polia, in provincia di Vibo Valentia, il 5 ottobre 1927, ed è morto venerdì scorso a Roma nella sua casa che si affaccia direttamente sul Lungotevere, dopo aver dedicato alla politica tutta la sua vita. Aveva appena compiuto 94 anni. Lucido come non mai, aggrappato alla vita con la stessa tenacia con cui per anni aveva servito la sua gente, politico d’altri tempi, alla vecchia maniera, educato alla carriera politica che allora però incominciava solo dal basso. Prima consigliere comunale, poi consigliere provinciale, poi ancora assessore e presidente dell’amministrazione provinciale di Catanzaro, e poi ancora consigliere regionale, assessore regionale, e da qui il salto verso Montecitorio. Anche qui, prima deputato, poi uomo di Governo.
Una storia la sua senza sosta e senza rimpianti, piena di successi e di amarezze per quello che non sempre la politica riesce a portare a casa, intuitivo, aggressivo, padrone di sé e del partito, amabile sempre, amorevole con tutti, ma determinato e feroce con chi non lo rispettava, mediatore fino alla nausea ma leader assoluto e incontrastato di una delle stagioni politiche più esaltanti della democrazia cristiana in questo Paese.
Negli anni ’80 e ’90, in Calabria la DC era lui, e solo lui. Tutti gli altri dipendevano da lui, e dalla sua forza congressuale. Persino Riccardo Misasi che aveva una sua legittimazione nazionale forte a Roma, per via del suo rapporto privilegiato con Ciriaco De Mita prima segretario nazionale della Dc e poi premier, persino il vecchio Riccardo guardava a Carmelo Puija con rispetto e con senso di soggezione. Carmelo Puija era nei fatti la DC di quegli anni così turbolenti della vita calabrese, lui che per primo gettò le basi delle famose Linee Programmatiche dello Sviluppo, su cui poi nascerà la grande Calabria economica degli anni 2000.
Carmelino Pujia, lo chiamavano così i suoi amici più cari, in Calabria e in politica era tutto e il contrario di tutto, e non c’era pagina del dibattito nazionale che non lo chiamasse in causa o non lo considerasse interlocutore privilegiato di primissimo piano. Erano gli anni in cui la DC era governata dalle correnti, e la corrente che faceva capo a lui, e che era la corrente andreottiana, non conosceva né rivali né opposizione possibile. Congresso dopo congresso Carmelino diventa il “caso nazionale” di una Calabria politica che stava allora crescendo, per la forza devastante del suo consenso elettorale e della sua capacità di condizionamento delle migliori intelligenze del Sud.
In Calabria come a Roma, a Roma come in Calabria, Carmelo era riuscito a tessere attorno alla DC calabrese un reticolato di interessi e di ambizioni che favoriranno la crescita dell’intera regione. E quando lo chiamano alla guida dell’assessorato regionale all’agricoltura, ricordo ancora bene che davanti alla porta del suo studio, che allora stava a Catanzaro nel cuore della città, sopra la galleria Mancuso, c’erano ogni giorno in attesa paziente segretari e rappresenti politici di ogni colore e di ogni provenienza. Ognuno di loro aveva qualcosa da chiedergli, e solo raramente lui non trovava una soluzione ideale per tutti. Persino il PCI di quegli anni, che era soprattutto il PCI di Franco Politano, lo considerava “fondamentale” per l’equilibrio migliore da dare alla stabilità della regione.
Amato, idolatrato, seguito, coccolato, ammirato, imitato, ma anche odiato e contestato, Carmelo Puja era -e rimarrà per sempre- uno dei punti di riferimento di questi ultimi trent’anni anni di vita politica regionale. Anche da vecchio, quando Carmelo non aveva più incarichi di potere e di governo, e non aveva più nessun rapporto reale e concreto con la Calabria e la città di Catanzaro -che nei fatti lo aveva adottato da ragazzo- la sua casa in Lungotevere era continuamente frequentata da rappresentanti politici di ogni partito, che venivano qui a Roma a trovarlo per chiedergli un consiglio sul come fare e sul come muoversi.
Strategie, tattiche, accordi più o meno palesi, modi di concepire il dibattito e lo scontro politico, di cui lui era rimasto insuperabile maestro di vita. La politica intesa quasi come una religione, e lui continuava ad essere considerato di questo credo religioso il massimo rappresentante vivente. Carmelo Puija, perché non ricordarlo ora che non c’è più? era tante cose insieme, e quando negli anni 80-90 si pronunciava il suo nome il pensiero correva a tanti altri suoi amici e compagni di partito che nel bene e nel male, ma non sta a noi oggi stabilirlo, hanno segnato la vita sociale e politica dell’intera Calabria.
Una intera classe politica dominante che allora i voti se li andava a cercare casa per casa, collegio dopo collegio, paese per paese, contrata dopo contrada, campagna dopo campagna. Ma che ne sanno gli ultimi arrivati di cos’era la politica di quegli anni? Sacrificio, abnegazione, rinunce dopo rinunce, con la consapevolezza che ogni elettore fosse sacro per tutti loro, e come tale andasse rispettato e considerato. Uno vale uno, ma allora era così, perché ogni elettore nel chiuso dell’urna doveva esprimere il suo voto, quattro preferenze in tutto, ma era questo che creava tra politico ed elettore un legame a volte indissolubile e mai labile. Carmelo Puija era il grande sacerdote di questo rito quasi magico così ossessivo e avvolgente, e quando le urne si svuotavano del tutto e un uomo come lui portava a casa 120 mila-140 mila preferenze in un colpo solo, allora anche un uomo potentissimo come lui avvertiva su di sé il peso di una intera regione che lo aveva scelto e lo aveva mandato a Montecitorio affidandogli la propria storia e i propri sogni. Era questa la generazione politica dei Pujia.
E negli ultimi anni della sua vita romana non posso non ricordare qui le sue lacrime di dolore e di disperazione, quando mi parlava di sua moglie, gravemente ammalata, che da solo non riusciva più a gestire, e che si era “persa per sempre” dopo la morte di Tony, il figlio maschio che stava lontano da casa e che il destino aveva chiamato al cielo prima di loro”. Per fortuna c’è rimasto Arturo e mia figlia laggiù in Calabria, e credo che prima o poi tornerò a casa mia per godermi meglio questi anni di silenzio”.
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