La “maleducazione” dei talk show tra guerra e “gaffe”
Gaffe e figuracce sono il segno del profilo ormai basso di format televisivi che agli editori piacciono, perché hanno minimi costi di produzione e attirano molta pubblicità. Qui di seguito l’analisi dello scrittore Mimmo Nunnari, già Vicedirettore della Tgr Rai.
(Prima Notizia 24)
Giovedì 17 Marzo 2022
Roma - 17 mar 2022 (Prima Notizia 24)
Gaffe e figuracce sono il segno del profilo ormai basso di format televisivi che agli editori piacciono, perché hanno minimi costi di produzione e attirano molta pubblicità. Qui di seguito l’analisi dello scrittore Mimmo Nunnari, già Vicedirettore della Tgr Rai.
Non è solo problema di scivoloni, come è accaduto a Lucia Annunziata che, non sapendo di avere il microfono aperto, fa l’infelice commento: “Gli ucraini? Centinaia di migliaia di cameriere e badanti…”, o a Massimo Giletti che ricordava "lo straordinario diario scritto da Dostoevskij sulla Prima Guerra Mondiale", beccandosi una gelida correzione di Massimo Cacciari: "Scusi se la correggo, ma Dostoevskij sulla Prima Guerra Mondiale non ha scritto proprio niente, perché è morto molto prima".

Gaffe e figuracce sono il segno del profilo ormai basso di format televisivi che agli editori piacciono, perché hanno minimi costi di produzione e attirano molta pubblicità.

Chi se ne importa poi della qualità in questi nostri tempi bui? Senza contare che i talk non sono agenzie educative e non hanno nessun obblighi di mantenere un profilo alto. Se non piacciono, basta non vederli, o cambiare canale. Ma siccome esistono, entrano nelle nostre case ogni sera, ne parliamo, convinti che rappresentano un fenomeno “diseducativo” della nostra galassia comunicativa.

C’è addirittura una classifica non ufficiale sulle “cadute” di conduttori e conduttrici di talk; dentro, ci sono tutti da Vespa a Formigli, a Floris, a Gruber, fino a Barbara Palombelli scivolata di brutto: “A volte è lecito domandarsi se questi uomini [gli assassini] erano completamente fuori di testa, oppure se c’è stato un comportamento esasperante, aggressivo, anche dall’altra parte [la donna]”. Poi, si è scusata, ma, come diceva Orazio, “la parola detta non sa tornare indietro”.

Ci sono poi, ancora più gravi, le gaffe degli ospiti: tuttologi, virologi, astrologi, intellettuali, venditori di fumo, politici, giornalisti che straparlano di Covid e guerra, di politica ed economia, di finanza e di religione, di cronaca e gossip.

Loro sanno tutto e conversano come le comari di un tempo che nel dopopranzo chiacchieravano nel cortile di casa. Come allora nel cortile, anche oggi nei talk si scelgono gli argomenti da discutere col classico metodo delle tre “esse”: soldi, sesso e sangue.

Ma, a prescindere, è il livellamento verso il basso che impressiona. Lo riconosce pure Vittorio Sgarbi il critico d’arte genio e sregolatezza che con un’intervista ad “Affaritaliani” ha tirato bordate su conduttori e conduttrici dei talk: “Lilli Gruber e Otto e Mezzo? La sua è la peggiore trasmissione televisiva, per contenuti e ospiti”.

Siluri di Sgarbi (uno che non si tira mai indietro quando c’è da urlare e lanciare invettive) anche per Giovanni Floris e Corrado Formigli, definito "una Gruber di serie B".

Ci occupiamo dell’argomento talk show (senza moralismi) perché il fenomeno della maleducazione dei talk show affiancato all’esplosione “maleducante” dei social, sta provocando un’epidemia che produce effetti negativi sulla società e rischia di minare - nei tempi lunghi – finanche la democrazia.

In Italia, l’infezione è più grave che altrove, anche perché c’è un vizio d’origine del giornalismo che affonda le sue radici nell’unità nazionale malcerta causa principale del conflitto tra Nord e Sud. Quando, per esempio, si parla di Meridione, nei talk, si ricorre ad esperti, o presunti, di mafie, segno che la “questione meridionale” è stata trasformata in questione criminale. Sono, anche per questi aspetti, i talk show, la casa della disunità e del pregiudizio.

Non è neanche il caso di prenderla alla larga nell’analisi, citando le profezie di Karl Popper, secondo cui attraverso programmi diseducativi il sistema televisivo è in grado di diffondere la violenza nella società, provocando una perdita dei sentimenti normali del vivere in un mondo bene ordinato in cui il crimine sia una sensazione eccezionale. No, il discorso è più terra terra e riguarda il declino culturale dell’Italia che - dice il sociologo Luca Ricolfi nel libro “La società signorile di massa” - oggi gode dei fasti del passato, ma che presto potrebbero non essere più sufficienti a evitare l'argentinizzazione del Paese.

Più preoccupante, secondo il sociologo torinese, è il fatto che le speranze di ascesa sociale, un tempo legate allo studio e al lavoro, ora si riducano alla scommessa di bruciare le tappe con la partecipazione a un programma in tv.

La televisione, dunque, come scorciatoia del successo? Probabilmente sì, anche se il successo, per mantenerlo a tutti i costi, genera legioni di “urlatori maleducati”.

La maleducazione e l’ignoranza esibita, diventate “esempio”, sono il tratto distintivo che unisce la società degli sbandati. Possono, i giornalisti conduttori, a volte con onorate carriere alle spalle, cedere, per ragioni di audience, di inserzioni pubblicitarie, e di lauti compensi, assecondare la crescita smisurata di questo fenomeno della maleducazione che nel lungo periodo può avere un effetto grave sull’intera società?

Ognuno può rispondere come vuole, ma non c’è dubbio che i tempi confusi del nostro presente richiederebbero, invece, la capacità di tener conto che se il villaggio globale ha diversificato e spezzettato il concetto di informazione, trasformandolo in infotainment; varrebbe la pena di tentare di ottenere un buon risultato senza tradire il proprio mestiere, facendosi risucchiare dalla “maleducazione digitale”.

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