Mimmo Nunnari: “Basta festival sulla letteratura di mafia.Serve una nuova narrazione del Sud”
"Facciamo un appello al ministro per la Cultura Gennaro Sangiuliano e agli assessori dello stesso settore regionali, provinciali, comunali del Mezzogiorno: c’è l’esigenza di progettare una “rivoluzione culturale” nel Sud dell’Italia - per cambiarne la narrazione -, non come quella cinese, lanciata da Mao Zedong, ma qualcosa di simile, in quanto a spinta al rinnovamento e capacità di incidere nelle incrostazioni della società".
(Prima Notizia 24)
Lunedì 03 Luglio 2023
Roma - 03 lug 2023 (Prima Notizia 24)
"Facciamo un appello al ministro per la Cultura Gennaro Sangiuliano e agli assessori dello stesso settore regionali, provinciali, comunali del Mezzogiorno: c’è l’esigenza di progettare una “rivoluzione culturale” nel Sud dell’Italia - per cambiarne la narrazione -, non come quella cinese, lanciata da Mao Zedong, ma qualcosa di simile, in quanto a spinta al rinnovamento e capacità di incidere nelle incrostazioni della società".
Anche il Sessantotto fu a modo suo una rivoluzione culturale: un fenomeno, col quale movimenti di massa socialmente eterogenei formatisi spesso per aggregazione spontanea, interessarono studenti, operai, intellettuali e gruppi etnici minoritari che lottarono contro il “vecchio”.

Mao, che aveva intenti politici, incitò allora le nuove generazioni a ribellarsi contro le “quattro vecchie”: vecchie correnti di pensiero, vecchia cultura, vecchie abitudini e vecchie tradizioni. Al suo appello risposero gli studenti delle scuole inferiori e superiori, d’accordo con lui per eliminare qualsiasi cosa avesse un legame con il “vecchio mondo”.

Il vecchio “traghettatore” chiese anche l’aiuto dell’esercito, per la rivoluzione culturale, cosa poco raccomandabile e lontana da chi ha mente e cuore nella democrazia e nella civiltà occidentale.

Ma quel termine: “rivoluzione culturale”, ci piace.

Soprattutto, se ha per protagonisti le giovani generazioni, attratte dall’ideale di “rivoluzionare” la società, la cultura e la politica. Cucito sul corpo del Mezzogiorno,il termine “rivoluzione culturale” sta bene. Anche al Sud, bisognerebbe ribellarsi contro “quattro vecchi”: vecchi pregiudizi, vecchi luoghi comuni, vecchi insulti, vecchie prese in giro.

Sono quattro vecchi/e” insopportabili. Fare una “rivoluzione culturale”, nel Sud e per il Sud, significa rivoltarsi contro chi - tenendo il Meridione al palo, nella sudditanza - mina alle fondamenta la possibilità di trasformazione dell’Italia in un Paese moderno, civile, aggregato. Il compianto Nuccio Ordine, intellettuale meridionale di caratura internazionale, ci ha insegnato che non è vero che è utile solo ciò che produce profitto, o finto benessere.

Esistono saperi, beni, patrimoni, ritenuti “inutili”, che invece si rivelano - anche in tempi di crisi - di straordinaria utilità: il paesaggio, l’arte, l’archeologia, la stessa bellezza del Sud e anche la letteratura, che è la voce con cui l’uomo parla a se stesso - diceva Pietro Citati - sono da molti “vecchi” del potere e della politica iscritte nel catalogo delle cose inutili, sbagliando; poiché possono, al contrario, avere un ruolo fondamentale per lo sviluppo economico, la coltivazione dello spirito e la crescita civile, non solo del Sud, ma di tutto il Paese.

Il Sud, per rinascere, ha bisogno di tante cose, inutile stare a elencare le secolari omissioni dei Governi tornare ai miti fondativi, ma ha bisogno principalmente di ritrovare le trame letterarie, filosofiche e politiche, che raccontano la sua storia. Non possono essere soltanto le trame dei libri sulla mafia a raccontare il Sud.

I significati profondi e illuminanti, per il Sud, vanno cercati nella sua cultura antica, nei suoi valori, nella sua semplicità rurale, ricomponendo i pezzi frantumati da miseria, abbandono, saccheggi, tempeste e oblii.

Da dove cominciare la “rivoluzione”? Intanto dalle principali città: Napoli e Palermo, prima di tutte; restituendo a esse l’immagine e la dignità che deriva dalla loro lunga, gloriosa storia.

C’è posto, nel processo rivoluzionario, per tutte le altre città meridionali depositarie di storia, bellezza, patrimoni artistici che messi insieme superano quelli di intere nazioni.

Mettiamo Napoli in testa perché è una capitale, con un passato, neppure tanto lontano, che l’ha vista in competizione, in quanto a cultura, con capitali europee importanti come Parigi, Berlino, Vienna .

Ancora oggi, con i suoi musei, gli istituti culturali, le fondazioni, i parchi archeologici e la contigua Pompei, Napoli è tra le città che producono più cultura in Europa e nel mondo. Palermo, non è da meno, col suo patrimonio di tesori artistici e architettonici e con l’eredità storica, pluriversa, senza eguali.

Fondata dai Fenici, primi popoli navigatori al mondo, la sua ricchezza sta nell’unicità della combinazione-contaminazione di architettura e cultura normanna e orientale e nella somma di varie tracce di civiltà mediterranee.

Passiamo ad altro, dopo le città. Chi percorra ancora oggi il territorio dell’antica Magna Grecia da Cuma, Taranto, Sibari, Crotone, Locri fino a Reggio Calabria, trova tracce di città, monumenti, paesaggi, culture pitagoriche e classiche di cui ci hanno parlato gli antichi scrittori. Non vi è ricchezza, al mondo, che valga il fascino di questa vecchia terra meridionale e delle sue misteriose seduzioni.

Negli anni delle esibizioni, dell’odio, delle fragilità, dei sentimenti urlati, del dolore messo in scena dalle televisioni, dei mali sistemici e della falsa modernità, l’Italia ha bisogno del Sud e della sua cultura per disegnare il suo futuro.

La “rivoluzione culturale”, nel Mezzogiorno, va fatta, dunque, per tutto il Paese. Anche per capire perché, a un certo punto della storia, è svaporata l’idea dell’inseparabilità della bellezza dalla bontà del popolo, in cui credevano i popoli ellenici, che al Sud hanno messo radici, portando i caratteri distintivi del loro ingegno, dell’indole, dei costumi.

Capire, perché quella civiltà antica, mano mano si è macchiata dei mali sempre più indecifrabili del buio del presente: le mafie.

Si può tentare di capire anche attraverso la letteratura, perché - spiegava Corrado Alvaro in un saggio scritto nel 1954 per la rivista di Harvard “Confluence” -:“Gli scrittori del Sud venuti alla ribalta dopo l’Unita’, hanno portato un nuovo colore alla letteratura italiana, una nuova direzione e un nuovo realismo, legato alle grandi correnti del naturalismo francese e russo”.

Alvaro, in testa agli scrittori meridionali metteva Giovanni Verga e poi naturalmente il suo contemporaneo Luigi Pirandello. Ci dispiace per Susanna Tamaro, che all’ultimo Salone del libro di Torino ha avuto quell’uscita infelice: “Basta con Verga.

Non ne possiamo più”, beccandosi, con le critiche anche feroci via social, il rimbrotto di Vittorio Coletti, accademico della Crusca: “Il riferimento di Susanna Tamaro a Verga è stato particolarmente ingiusto e sbagliato: lei si sarà pure annoiata leggendo i Malavoglia, ma credo che sia un problema suo, perché si tratta, per riconoscimento universale, di un romanzo che sta tra i grandi capolavori della narrativa europea dell’Ottocento”.

Abbiamo dunque bisogno di tutto questo “inutile”, per la “rivoluzione culturale”. Non abbiamo bisogno di festival dei libri di mafia - almeno in Calabria e nelle regioni del Sud.

Niente di personale, naturalmente, con chi li organizza, ma almeno non si dica che servono a far maturare le coscienze, anche perché le coscienze da far maturare non hanno residenze geografiche; in caso contrario si corre il rischio di appiccicare altre etichette poco commendevoli al Sud.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24

PPN
Prima Pagina News

APPUNTAMENTI IN AGENDA