Natuzza Evolo, Pino Nano: “Ora la sua storia anche in lingua inglese”
“Natuzza Evolo, the movie of her life” è il titolo del libro che il giornalista Pino Nano ha scritto in inglese (Lulu Press Edition) sul Caso-Natuzza Evolo, la storia della veggente calabrese che durante la Settimana Santa viveva il mistero delle stimmate. Qui di seguito la traduzione in italiano del capitolo principale.
(Prima Notizia 24)
Lunedì 03 Aprile 2023
Vibo Valentia - 03 apr 2023 (Prima Notizia 24)
“Natuzza Evolo, the movie of her life” è il titolo del libro che il giornalista Pino Nano ha scritto in inglese (Lulu Press Edition) sul Caso-Natuzza Evolo, la storia della veggente calabrese che durante la Settimana Santa viveva il mistero delle stimmate. Qui di seguito la traduzione in italiano del capitolo principale.

Natuzza Evolo nasce a Paravati, una frazione del comune di Mileto, il 23 agosto 1924, ma non ebbe mai la fortuna di conoscere suo padre, Fortunato Evolo, che era intanto partito dalla Calabria per l’Argentina in cerca di lavoro proprio qualche mese prima che lei nascesse. La bimba cresce invece con la madre, Maria Angela Valente, ma le condizioni della famiglia sono così povere che la bimba dovrà adattarsi a vivere per strada, mendicando un tozzo di pane, e chiedendo l’elemosina. Man mano che gli anni passano, Natuzza dovrà adattarsi a stare sempre chiusa in casa, e fare anche da mamma ai suoi fratellini più piccoli. Questo, per lei, significherà soprattutto niente scuola, e nessuna forma di istruzione, una sofferenza intima che si porterà dentro per tutta la vita.

All’età di 14 anni la sua vita cambia radicalmente. La ragazza viene infatti assunta come cameriera nella casa dell’avvocato Silvio Colloca, dove Natuzza rimarrà fino al giorno del suo matrimonio, ma dove la ragazza incomincia anche a manifestare i primi “segni straordinari” di una esistenza che per tutto il resto della sua vita la vedrà inconsapevolmente protagonista del mondo dei media. Francesco Mesiano, uno dei primi e più attenti studiosi di Natuzza Evolo, scriveva che fin da giovanissima Natuzza mostrò segni particolari: “è una donna che vede i defunti e conversa con loro, che va in trance, che ha sudorazioni ematiche, più evidenti durante la Quaresima, che vive anche il grande mistero delle stimmate. Il sangue che sgorga dalle sue ferite, a contatto con bende o fazzoletti, si trasforma in segni strani, a volte incomprensibili, in testi di preghiera in varie lingue, in calici, ostie, Madonne, cuori, corone di spine. Insomma, siamo in presenza del mistero più assoluto”.

Un vero e proprio mistero, dunque, inspiegabile e indecifrabile, rimasto sotto la lente di ingrandimento di studiosi e uomini di Chiesa per più di 80 anni, e che oggi, dopo la sua morte, è rimasto tale e quale, questa volta ben custodito e ancora sotto osservazione negli archivi più remoti del Vaticano dove per via di un processo di beatificazione, ormai avviato, il caso “Natuzza Evolo” viene analizzato vivisezionato e studiato in tutte le sue mille sfaccettature possibili.

“A soli otto anni·- raccontava l’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani nel suo capolavoro "Il Ponte di San Giacomo", Premio Viareggio 1989- Natuzza sognò San Francesco di Paola e gli chiese una grazia; il Santo le assicurò che “entro tre giorni” sarebbe stata esaudita. La grazia consisteva nel potersi allontanare dalla sua casa materna. Bene, dopo tre giorni precisi fu chiamata da un avvocato, nella cui casa, dopo circa un mese, entrò come persona di servizio”.

“Una sera- ricordava Natuzza- dopo aver chiuso il portone, non appena mi ritirai nella mia camera, vidi entrare delle persone vestite come noi, le quali mi dissero di essere anime dell'altro mondo. Ebbi una grande paura e scappai gridando”. L'avvocato Colloca presso il quale lavorava pensò che Natuzza fosse invasa dagli spiriti. Il giorno dopo l'accompagnò in Chiesa perché il parroco la benedicesse, ma ritornata a casa “mi si presentò un tale- ricordava la stessa Natuzza- e mi disse di essere San Tommaso: questi sollevò la mano per benedirmi e mi disse: “Ora ti do un’altra benedizione, i defunti da oggi in avanti li vedrai sia di giorno che di notte”. La sua casa appena alle porte di Paravati diventa presto meta di pellegrinaggio.

Nel 1958, in periodo di piena quaresima, si grida per la prima volta al miracoloLe compaiono infatti le stigmate. Da allora le cicatrici non le si rimargineranno mai più. Ogni anno, puntualmente, la settimana di Pasqua, le ferite le si riaprono, riprendono a sanguinare, alle mani, ai piedi, alle ginocchia, ed è il periodo in cui Natuzza si chiude in casa e non accetta di ricevere più nessuno. È, forse, per lei il suo periodo più brutto dell’anno. Le testimonianze dei medici che per tanti anni l'hanno seguita e visitata sono sconcertanti. “Ricordo come fosse ieri- diceva il dr. Umberto Corapi, aiuto ortopedico all'ospedale di Lamezia - visitai Natuzza qualche giorno prima di una Pasqua di tanti anni fa; la cosa che più mi colpì fu il constatare la comparsa sul suo cuoio capelluto di una corona di spine, una corona di sangue. Una di queste gocce di sangue che colava sulla tempia di Natuzza andò a finire sul cuscino. Straordinario. Come se vi fosse una penna invisibile quella goccia disegnò a caratteri stampatello la frase “Venite ad me Omnes”. È un ricordo che da allora mi accompagna in ogni momento della mia vita”.

Un giorno i medici scoprono un particolare che in passato era sfuggito alla loro attenzione: “Era sempre Venerdì Santo- ricordava il dr. Umberto Corapi- decidemmo di esaminarle le spalle e ci accorgemmo che sulla spalla destra stava formandosi un ematoma escoriato. Dal punto di vista medico fu una cosa impressionante, ricordo questa spalla diventare sempre più violacea finché non si formò l'ematoma. Assistemmo alla progressione biologica di questo ematoma, come se sulla spalla di Natuzza qualcosa gli pesasse contro. Quando riprese conoscenza le facemmo molte domande, ci rispose di aver visto la crocifissione di Gesù ...”.

C'è un particolare che solo pochissimi conoscono e di cui Natuzza non amava molto parlare. “Tornai da Natuzza - ricordava il dr. Mario Cortese - qualche giorno dopo la settimana di Pasqua, e le chiesi “Com'è la croce che Gesù ha portato al Calvario? Come quella che c'è nelle nostre chiese?”. Natuzza mi rispose: “Assolutamente no, era completamente diversa. Era come un tronco, come un giogo, quando siamo giunti lassù abbiamo trovato l'altra parte già infissa nel terreno”.Un mistero questo di Natuzza Evolo che va avanti da quasi un secolo, e che nessuno ancora è mai riuscito a decodificare.


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