
- Prima Notizia 24
- Roma - Giovedì 11 Giugno 2026
Rapporto Greenpeace: i super ricchi generano un debito climatico da mille miliardi di dollari all'anno
L'organizzazione chiede l'applicazione del principio "chi inquina paga" e l'introduzione di patrimoniali destinate ai Paesi in via di sviluppo.
La quota più facoltosa della popolazione globale ha accumulato un imponente passivo nei confronti dell'ecosistema terrestre. Secondo un recente studio diffuso da Greenpeace Africa, che ha preso in esame i parametri economico-ambientali, gli investimenti finanziari dello 0,01% dei cittadini del pianeta — una cerchia ristretta di individui con un patrimonio netto individuale superiore ai 38 milioni di dollari — producono un "debito climatico" che sfiora i mille miliardi di dollari ogni dodici mesi, attestandosi per l'esattezza a 992 miliardi. A questa cifra si sommano altri 405 miliardi di dollari determinati unicamente dai loro consumi privati annuali.
La definizione di "debito climatico" utilizzata dagli analisti esprime il valore economico dei danni provocati dalle emissioni di gas serra rilasciate in atmosfera oltre la soglia pro capite ritenuta equa e sostenibile per mantenere il riscaldamento globale entro il limite di +1,5°C rispetto all'era preindustriale.
Entrando nel dettaglio statistico del report, nel corso del 2022 ogni singolo ultra ricco ha generato un passivo ambientale legato ai propri asset societari pari a 1,24 milioni di dollari, un valore che doppia l'impronta ecologica legata allo stile di vita e ai consumi personali, stimata in 506.783 dollari.
Il forte divario tra le responsabilità individuali e le politiche di austerità ecologica imposte alla collettività è stato commentato in modo critico da Clara Thompson, esponente di Greenpeace International: "Stiamo scoprendo che l'impatto climatico dei super ricchi è ben più grave di quanto pensassimo. I nostri governi esortano spesso le persone comuni a farsi carico dell'onere dell'azione per il clima, prestando invece ben poca attenzione a chi ha il debito climatico maggiore e la capacità di coprire i costi del collasso ambientale: gli investitori più facoltosi e i principali responsabili dell'inquinamento. C'è qualcosa di profondamente sbilanciato in tutto questo".
Per sanare questa asimmetria, l'associazione ambientalista propone di colpire direttamente con misure fiscali i danni ambientali collegati a questi grandi patrimoni. I proventi derivanti da tale tassazione verrebbero poi dirottati verso i fondi internazionali per il clima, destinati a supportare le nazioni più povere e vulnerabili nella transizione ecologica. La strategia suggerita prevede l'inserimento strutturale del criterio "chi inquina paga" all'interno delle agende politiche e tributarie globali.
L'appello finale è rivolto ai leader mondiali affinché trovino un'intesa formale nella Convenzione fiscale delle Nazioni Unite (Unfcitc), vincolando i singoli Stati a tassare in modo incisivo i grandissimi patrimoni privati e i colossi industriali a più alto impatto emissivo.
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