
- Prima Notizia 24
- Roma - Mercoledì 3 Giugno 2026
Caporalato, dossier Cnr: in Calabria 12mila lavoratori irregolari nei campi, violenza è strutturale
Emergono reti criminali transnazionali che coordinano il reclutamento e l'inserimento dei lavoratori, utilizzando la coercizione come strumento sistematico per mantenere i profitti.
I numeri e le dinamiche dello sfruttamento della manodopera nelle aree rurali della regione delineano un quadro di profonda illegalità diffusa, che si acuisce in modo drastico in concomitanza con le grandi campagne stagionali di raccolta.
Secondo le stime dettagliate fornite dagli esperti, il comparto primario calabrese sperimenta una presenza costante di lavoratori privi di adeguate tutele legali che oscilla tra le 11mila e le 12mila unità.
Questa complessa e allarmante radiografia del territorio è il risultato dell'analisi condotta da Giovanni Ferrarese e Donato Di Sanzo, studiosi in forza all'Istituto di studi sul Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismed) e curatori della più recente edizione del Rapporto Agromafie e Caporalato.
Gli studiosi dell'ente di ricerca nazionale hanno scompigliato la struttura del fenomeno, individuando due canali principali attraverso i quali si consuma la violazione dei diritti dei braccianti. Da un lato opera il cosiddetto "lavoro grigio", una formula subdola in cui i contratti d'impiego vengono formalizzati soltanto sulla carta per mostrare una parvenza di regolarità ispettiva, ma le giornate effettive, i salari e i riposi non corrispondono in alcun modo ai minimi contrattuali nazionali. Dall'altro lato resiste la barriera del lavoro completamente sommerso e in nero, caratterizzato dalla totale assenza di coperture assicurative, previdenziali e identificative, che confina i lavoratori in uno stato di assoluta invisibilità civile.
L'elemento di maggiore novità evidenziato dall'indagine del Cnr-Ismed risiede nella metamorfosi strutturale dell'intermediazione illecita, non più legata a singole figure isolate ma coordinata da vere e proprie reti criminali a vocazione transnazionale.
Il rapporto mette in luce una stretta e proficua cooperazione tra mediatori di nazionalità straniera – incaricati di agganciare i flussi migratori e reclutare la manodopera – e soggetti italiani, i quali facilitano l'inserimento dei lavoratori nei circuiti aziendali locali, muovendosi in costante sinergia e osmosi con le consorterie della criminalità organizzata del territorio.
In questo ingranaggio economico criminale, i ricercatori concludono evidenziando come l'esercizio della forza e delle sottomissioni fisiche o psicologiche non rappresenti affatto una reazione isolata o legata a singoli momenti di tensione, bensì una colonna portante e sistematica, utilizzata dai caporali come dispositivo indispensabile per mantenere inalterati i margini di profitto e garantire la stabilità dell'intera filiera dello sfruttamento.
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