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- Tirana (Albania) - Mercoledì 9 Settembre 2026
Carlo Pellicano: «Lingua, identità e competenze: così si costruisce il ponte tra Italia e Albania»
Intervista a Carlo Pellicano, , Language & Cultural Project Specialist e ideatore del Modello sulla Qualità Linguistica Percepita. Formatore in Albania, unisce cultura e linguistica per creare opportunità tra Italia e Albania, valorizzando le radici arbëreshë. A Tirana l’italiano diventa leva per imprese e relazioni internazionali.
di Demetrio Crucitti
Carlo Pellicano, classe 1978, vive in Albania dal 2009. Formatore, language coach e impegnato nelle attività della Confederazione degli Italiani nel Mondo (CIM), ha costruito il proprio percorso professionale tra formazione linguistica, cultura, risorse umane e relazioni internazionali. Le sue radici calabresi e arbëreshe rappresentano un filo conduttore di un'esperienza che guarda soprattutto alle nuove generazioni e alle opportunità offerte dal rapporto sempre più stretto tra Italia e Albania.
Pellicano, la sua biografia attraversa formazione, cultura e attività internazionale, dall'Albania fino alle esperienze con il CIM a Cuba e Tunisi. Qual è il filo conduttore del suo percorso?
La mia esperienza in Albania nasce dall'incontro tra formazione e cultura, due dimensioni che nel mio percorso non sono mai state separate. Vivo qui dal 2009 e mi sono occupato di insegnamento dell'italiano, progettazione linguistica, certificazione, selezione e formazione del personale, oltre che di attività culturali e associative.
La lingua, per me, è molto più di uno strumento di comunicazione: è un ponte tra persone, competenze e identità. Negli ultimi anni ho lavorato anche nella formazione del personale per aziende che operano sul mercato italiano, verificando concretamente come la competenza linguistica possa diventare una competenza professionale e uno strumento di mobilità lavorativa.
Parallelamente, attraverso la Confederazione degli Italiani nel Mondo, ho conosciuto diverse realtà della diaspora italiana e partecipato ai Congressi mondiali del CIM a Cuba e Tunisi. Gli italiani all'estero non sono semplicemente comunità lontane dal Paese, ma una risorsa capace di generare relazioni e opportunità.
C'è poi il legame personale con le mie radici. Sono nato e cresciuto a Frascineto, comunità arbëreshe della Calabria. Probabilmente anche per questo non ho mai percepito l'Albania come una realtà estranea. Il filo rosso della mia esperienza è proprio questo: trasformare le differenze linguistiche e culturali in opportunità di incontro.
L'Accordo quadro tra Italia e Albania introduce il principio di reciprocità nell'insegnamento delle due lingue. Quali ricadute potrebbe avere anche sull'economia e sul lavoro?
Potrebbero essere molto importanti. La conoscenza delle lingue non è più soltanto un valore culturale: è una competenza professionale e, nei rapporti tra Italia e Albania, una vera infrastruttura per lo sviluppo.
Per molti giovani albanesi conoscere l'italiano rappresenta già oggi una concreta opportunità di lavoro nelle aziende che operano con il mercato italiano. Allo stesso modo, una maggiore conoscenza dell'albanese può aiutare professionisti e imprenditori italiani che lavorano tra i due Paesi.
Esistono già esperienze importanti, dalla Scuola Italiana a Tirana della Società Dante Alighieri alle sezioni bilingui italo-albanesi e al Programma Illiria. Se un ragazzo cresce conoscendo entrambe le lingue, domani potrà muoversi più facilmente tra i due sistemi economici.
Le opportunità riguardano molti settori: turismo, formazione, tecnologia, manifattura, professioni qualificate, assistenza e customer care. Investire oggi nella conoscenza reciproca significa avere domani lavoratori e imprese più preparati e rafforzare ulteriormente il rapporto tra Italia e Albania.
Parliamo dell'arbëreshë. Il Quadro Comune Europeo di Riferimento potrebbe diventare un modello per certificarne la conoscenza e trasformarla anche in una competenza spendibile nel lavoro?
Il QCER è uno strumento di grande valore, ma non può essere trasferito meccanicamente all'arbëreshë. Parliamo di un patrimonio composto da varietà locali e comunità differenti. Prima di stabilire standard e livelli occorre conoscere questa realtà e trovare criteri comuni capaci di valorizzarne le differenze.
L'esperienza della Sardegna è interessante e merita di essere studiata, non necessariamente copiata. Un modello ispirato al QCER potrebbe essere utile soprattutto nella didattica dell'arbëreshë come lingua seconda, evitando però qualsiasi omologazione.
Il vero obiettivo deve essere ancora più ambizioso: creare le condizioni perché l'arbëreshë possa essere utilizzato nella vita quotidiana, nella scuola, nei servizi e anche nel lavoro. Serve una vera politica sociolinguistica che metta insieme università, scuole, comunità, enti locali e settore privato.
Se l'arbëreshë diventasse una competenza riconosciuta e spendibile, potrebbe creare opportunità nei Comuni, nei servizi sanitari, nel turismo, nella cultura e nel commercio.
Una lingua non si salva soltanto inserendola nelle leggi o nei programmi scolastici. Si salva quando esiste ancora un motivo per parlarla e quando i giovani riescono a vedere nella propria identità non soltanto il passato dei nonni, ma anche una possibilità concreta per il futuro.
Lei si occupa anche di psicologia del cambiamento e coaching per aziende e pubbliche amministrazioni. In Italia spesso prevalgono semplificazione e giudizi immediati. Da dove bisognerebbe cominciare?
Partirei da due concetti che rappresentano molto del mio percorso: Restanza e Addizione. La Restanza significa riconoscere ciò che siamo e ciò che merita di essere preservato. L'Addizione è invece la capacità di aprirsi a nuove competenze, relazioni e punti di vista.
Il cambiamento nasce dall'equilibrio tra queste due dimensioni: non cambiare cancellando ciò che siamo, ma aggiungendo qualcosa a ciò che siamo.
Il primo intervento dovrebbe riguardare la consapevolezza. Prima di cambiare strutture e organizzazioni, bisogna aiutare le persone a capire perché un cambiamento è necessario, quali problemi vuole risolvere e quali opportunità può generare.
Questo vale soprattutto nella pubblica amministrazione. Il cittadino vede il risultato finale di un'infrastruttura, di un ospedale o di un nuovo servizio, ma raramente conosce la complessità del processo che lo ha prodotto. Quando quella complessità non viene spiegata, viene sostituita dalla semplificazione, dal pregiudizio o dalla polemica.
A legislazione vigente abbiamo già molti strumenti: formazione, valutazione, trasparenza, partecipazione, digitalizzazione e accesso alle informazioni. Bisogna trasformarli in una vera cultura del cambiamento.
Lavorerei su tre elementi: persone, processi e comunicazione. Occorre formare le persone a gestire l'incertezza, rendere comprensibili i processi decisionali e comunicare il cambiamento prima, durante e dopo la sua realizzazione.
Anche il pensiero critico è fondamentale. Non significa essere contro qualcosa, ma possedere gli strumenti per distinguere dati, fatti, interpretazioni e opinioni.
Il compito di un coach non dovrebbe essere convincere le persone ad accettare il cambiamento, ma metterle nelle condizioni di comprenderlo, attraversarlo e possibilmente diventarne protagoniste.
In una frase, allora, qual è la sua idea di cambiamento?
Restare abbastanza ancorati da non perdersi e abbastanza aperti da poter diventare qualcosa di nuovo. Vale per una persona, ma anche per un'azienda, un'amministrazione o un'intera comunità.
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