
- Prima Notizia 24
- Roma - Mercoledì 16 Settembre 2026
Di Giuseppe: «Made in Italy e italiani all’estero, l’Italia deve trasformare i suoi legami globali in opportunità»
Dalla sanità per gli iscritti all’AIRE all’efficienza dei consolati, dalla difesa del Made in Italy alle relazioni economiche con gli Stati Uniti. Andrea Di Giuseppe, deputato eletto nella ripartizione America settentrionale e centrale, racconta a Prima Notizia 24 il suo percorso dall’impresa alle istituzioni e affronta alcuni dei principali temi che riguardano gli italiani oltreconfine e il ruolo dell’Italia sui mercati internazionali.
di Lorenzo Pisoni
Nato a Roma nel 1968 e da anni residente negli Stati Uniti, Andrea Di Giuseppe è imprenditore e deputato della XIX Legislatura, eletto nella circoscrizione Estero, ripartizione America settentrionale e centrale. Esponente di Fratelli d’Italia, è componente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera.
La sua esperienza professionale maturata tra Italia e Stati Uniti rappresenta uno dei punti di partenza della sua attività politica, che si concentra in particolare sui rapporti con le comunità italiane all’estero, sui servizi destinati agli iscritti all’AIRE, sul commercio internazionale e sulla promozione del sistema produttivo italiano.
Prima Notizia 24 lo ha intervistato.
Onorevole Di Giuseppe, lei ha costruito una parte importante della sua esperienza professionale tra Italia e Stati Uniti. Che cosa l’ha spinta a portare il suo bagaglio imprenditoriale all’interno delle istituzioni?
«In realtà non ho mai pensato di lasciare l’impresa per fare politica. Ho cercato piuttosto di portare nella politica la mentalità dell’impresa.
Quando sei un imprenditore non puoi vivere di annunci: alla fine devi confrontarti con i numeri, con gli stipendi, con i clienti, con gli investimenti. O hai prodotto un risultato oppure non lo hai prodotto. È un principio che cerco di applicare anche alla mia attività parlamentare.
Sono entrato in politica in una fase della mia vita nella quale avevo già costruito il mio percorso professionale. Vivendo per molti anni tra Italia e Stati Uniti mi sono reso conto delle enormi potenzialità del nostro Paese, ma anche di quanto spesso riusciamo a rendere complicato ciò che altrove viene affrontato in maniera più semplice.
Credo che le istituzioni abbiano bisogno anche di persone che arrivano dal mondo del lavoro e dell’impresa, portano la propria esperienza e cercano di trasformarla in risultati concreti.
È questo il criterio con cui vorrei essere giudicato: non per il numero delle dichiarazioni o delle interviste, ma per ciò che si riesce effettivamente a realizzare.»
Uno dei risultati che rivendica riguarda l’assistenza sanitaria per gli italiani iscritti all’AIRE. Che significato attribuisce alla legge approvata nel 2026?
«È un tema sul quale ho lavorato a lungo perché riguarda direttamente milioni di italiani che vivono fuori dai confini nazionali.
La proposta di legge di cui sono stato primo firmatario è arrivata al termine dell’iter parlamentare ed è diventata la legge n. 111 del 12 giugno 2026. La norma consente agli italiani iscritti all’AIRE residenti nei Paesi extra UE ed extra EFTA di accedere volontariamente al Servizio sanitario nazionale attraverso le modalità previste dalla legge.
Per me rappresenta soprattutto un esempio di come dovrebbe funzionare il lavoro parlamentare: individuare un problema concreto, costruire una proposta, confrontarsi nelle Commissioni e nelle Aule e cercare di arrivare a una soluzione.
Gli italiani che vivono all’estero devono continuare a sentire la presenza dello Stato italiano e questo vale per la sanità come per tutti gli altri servizi.»
Lei conosce direttamente il sistema economico statunitense. Quali differenze vede rispetto all’Italia e quali esperienze americane potrebbero essere utili al nostro sistema produttivo?
«La prima cosa che dico sempre è che l’Italia non deve diventare l’America. Deve semplicemente evitare di rendere difficile essere italiani.
Abbiamo qualità, creatività, manifattura, cultura industriale e capacità imprenditoriale straordinarie. Il problema, molto spesso, è ciò che costruiamo intorno a chi vuole produrre e investire.
Negli Stati Uniti ho imparato soprattutto tre cose: il tempo ha un valore economico, chi decide deve assumersi una responsabilità e chi investe capitale non può essere considerato preventivamente un sospetto.
In Italia, invece, capita ancora troppo spesso che un imprenditore debba dedicare una parte enorme del proprio tempo a dimostrare di essere in regola anziché concentrarsi sulla crescita della propria attività.
Servono meno passaggi burocratici, responsabilità più chiare, tempi certi, una digitalizzazione realmente funzionante e soprattutto regole che non cambino continuamente.
Non credo in uno Stato che scelga quale imprenditore sostenere. Credo in uno Stato capace di creare condizioni nelle quali chi ha idee, competenze e capacità possa lavorare e competere.»
Uno dei temi più delicati sui mercati internazionali è la tutela del Made in Italy. Come si può contrastare in maniera più efficace la contraffazione e il fenomeno dell’Italian Sounding, particolarmente diffuso in Nord America?
«Partirei da un concetto: il Made in Italy viene imitato proprio perché possiede un valore enorme.
Quando nel mondo qualcuno utilizza espressioni come “Italian style” o “Italian recipe”, oppure costruisce un prodotto in modo da evocare l’Italia pur non essendo italiano, significa che il nostro Paese dispone di un patrimonio immateriale straordinario. Il problema nasce quando quel valore viene utilizzato da altri creando confusione nei consumatori.
È una battaglia che ho conosciuto da imprenditore e che oggi porto anche nelle istituzioni.
La tutela deve muoversi contemporaneamente su diversi fronti: tracciabilità, protezione dei marchi e delle indicazioni geografiche, controlli doganali, piattaforme digitali e collaborazione con i Paesi nei quali i prodotti italiani vengono commercializzati.
Gli Stati Uniti rappresentano uno dei mercati fondamentali per il nostro export e per questo il confronto deve essere costante.
Ma non possiamo limitarci a contrastare le imitazioni. Dobbiamo rendere sempre più facilmente riconoscibile l’originale. La tecnologia può aiutarci a garantire provenienza, tracciabilità e autenticità.
Un consumatore americano deve poter capire rapidamente se sta acquistando un prodotto realmente italiano oppure qualcosa che semplicemente richiama l’Italia. Il problema principale, spesso, è proprio la confusione.»
Come componente della Commissione Esteri, quali considera i dossier prioritari per rafforzare il ruolo dell’Italia nell’area atlantica?
«Il rapporto transatlantico rimane strategico per l’Italia. Essere alleati significa anche essere consapevoli dei rispettivi interessi nazionali e costruire relazioni nelle quali entrambi i Paesi possano trovare opportunità.
Le priorità sono molto concrete: commercio e tariffe, sicurezza delle catene di approvvigionamento, energia, tecnologie strategiche, intelligenza artificiale, difesa e investimenti reciproci.
Il commercio internazionale, inoltre, non è soltanto una questione economica. È sempre più uno strumento della politica estera, perché le grandi trasformazioni geopolitiche incidono direttamente sulle catene produttive e sull’accesso ai mercati.
L’Italia possiede settori nei quali può svolgere un ruolo molto importante: manifattura avanzata, design, agroalimentare, meccanica, energia e tecnologia.
Dobbiamo valorizzare queste competenze non soltanto negli Stati Uniti, ma anche in Canada, Messico e nell’intero spazio nordamericano. L’obiettivo deve essere aumentare la presenza delle nostre imprese e costruire relazioni economiche sempre più solide.»
Veniamo agli italiani all’estero. Quali interventi considera prioritari per modernizzare la rete consolare e migliorare il rapporto tra cittadini e istituzioni?
«Parto da un principio molto semplice: un italiano che vive a New York, Miami, Toronto o Città del Messico non è meno italiano di chi vive a Roma o Milano.
Per troppo tempo, però, molti connazionali all’estero hanno avuto la sensazione di essere lontani dallo Stato proprio nel momento in cui avevano bisogno di un servizio.
Dobbiamo intervenire sull’efficienza della rete consolare, utilizzando pienamente le opportunità offerte dalla digitalizzazione e semplificando le procedure. Passaporti, documenti, iscrizione all’AIRE e pratiche amministrative non possono trasformarsi in percorsi interminabili.
Allo stesso tempo occorre rafforzare i controlli e contrastare le irregolarità. Rendere un sistema più semplice non significa renderlo meno rigoroso: significa permettere allo Stato di concentrare le proprie risorse dove sono realmente necessarie.
Il nostro obiettivo deve essere un’amministrazione capace di rispondere rapidamente ai cittadini e, nello stesso tempo, di garantire legalità e trasparenza.»
Gli italiani all’estero rappresentano anche una grande rete economica. Come può l’Italia valorizzare maggiormente gli imprenditori e i professionisti che operano nel mondo?
«Questo è un patrimonio che non abbiamo ancora utilizzato pienamente.
Nel mondo esistono migliaia di imprenditori, manager e professionisti italiani o di origine italiana che conoscono perfettamente i mercati nei quali operano. Parlano la lingua, conoscono le regole, hanno relazioni e comprendono le dinamiche economiche locali.
Questa rete può diventare uno straordinario strumento di internazionalizzazione per le imprese italiane.
Dobbiamo mettere maggiormente in collegamento il sistema produttivo nazionale con questa Italia che vive e lavora fuori dai confini. Non significa guardare agli italiani all’estero soltanto come destinatari di servizi, ma considerarli protagonisti della presenza economica e culturale del nostro Paese nel mondo.
La vera sfida è trasformare questa enorme comunità in una rete sempre più connessa con l’Italia.»
Lei vive da molti anni negli Stati Uniti. Che cosa significa oggi mantenere un’identità italiana vivendo a migliaia di chilometri di distanza?
«Significa comprendere che l’identità non coincide necessariamente con il luogo in cui si vive.
Si può vivere all’estero per molti anni, costruire lì la propria famiglia e la propria attività professionale e continuare ad avere un rapporto fortissimo con l’Italia.
Le comunità italiane nel mondo sono cambiate. Accanto all’emigrazione tradizionale abbiamo nuove generazioni, professionisti, ricercatori, imprenditori e giovani che si spostano continuamente tra Paesi diversi.
Anche le istituzioni devono comprendere questa trasformazione. Non possiamo continuare a guardare agli italiani all’estero utilizzando categorie che appartengono esclusivamente al passato.
Oggi esiste un’Italia globale. Il compito della politica è mantenere aperto e concreto il rapporto con questa comunità, offrendo servizi efficienti ma anche creando opportunità economiche, culturali e professionali.
Gli italiani nel mondo non sono soltanto una memoria della nostra emigrazione. Sono una parte dell’Italia contemporanea.»
RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright Prima Notizia 24














