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  • Roma - Sabato 31 Ottobre 2026, 15:30

L’esorcista: «State alla larga da Halloween, non è una festa “neutra”, celebra la morte.»

    «È il capodanno del diavolo», avverte l’esorcista. Dalle presunte messe nere alla possessione riconosciuta dall’ICD-11: viaggio nel territorio ambiguo in cui fede, cultura e mente costruiscono l’esperienza dell’invisibile

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L’esorcista: «State alla larga da Halloween, non è una festa “neutra”, celebra la morte.»
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di Viktorie Ignoto

Secondo quanto riferito dall’esorcista don Marco Tommaso Reali, il 25 ottobre nella parrocchia dello Spirito Santo di Modena, Halloween sarebbe una ricorrenza non “neutra” poiché «celebra la morte». Secondo lui «È la serata delle messe nere, dei riti satanici, il capodanno del diavolo». Un vero e proprio capodanno satanico «in alcuni ambienti» del modenese e non solo: ipotizza rituali nel territorio emiliano e sostiene che a Bologna, diverse messe nere, sarebbero state organizzate «da anni».

Reali ribadisce, in sostanza, che gli esorcisti sono particolarmente preoccupati dalla notte di Halloween, invita a stare lontani dalla festa e avverte che i rituali di queste messe nere     «non vengono pubblicizzati e rimangono nascosti.»

 Sostiene, inoltre, che in alcuni di questi rituali le persone partecipanti verrebbero «simbolicamente offerte a Satana». Chi viene “consacrato al maligno” entrerebbe in una dimensione spirituale capace di produrre conseguenze nella propria vita. Descrive la messa nera come un rovesciamento simbolico della tradizionale messa cattolica.

 Questa semplice festa infantile, secondo Reali, potrebbe diventare una sorta di “porta d’ingresso”, un’occasione di avvicinamento a pratiche occultistiche. Secondo la sua esperienza pastorale, la ricerca deliberata del diavolo può esporre una persona all’influenza e “azione straordinaria del maligno” sotto forma di vessazioni, dolori fisici e sofferenze spirituali.

 Cosa fa in questo caso l’esorcista? Reali parla di “anamnesi spirituale”: si ricostruisce la storia personale del soggetto che afferma di essere sottoposto a questo fenomeno cercando anche eventuali esperienze precedenti legate a pratiche occultistiche. E poi? Seguono delle preghiere di liberazione e, in caso non fossero sufficienti, si procede all’esorcismo vero e proprio.

 Che esistano davvero queste messe nere, oggi, non siamo riusciti a verificarlo. Che esistano persone convinte di essere vittime del demonio, invece, non è materia di leggenda. E’ un fenomeno con cui si confronta la psichiatria.

Ora, senza arrivare a “scomodare” l’effettiva possibilità metafisica dell’esistenza/inesistenza del diavolo potremmo ragionevolmente domandarci:

Che cosa accade nella mente di una persona convinta di esserne posseduta?

Credere nel demonio può modificare l’esperienza psicologica di chi crede di esserne vittima?

 L’ICD-11 dell’OMS riconosce una diagnosi specifica: Possession Trance Disorder. E’ collocata tra i disturbi dissociativi. E’ una condizione nella quale il consueto senso della propria identità viene sostituito da un’identità esterna, percepita come “possessore”, alla quale la persona può attribuire il controllo dei propri movimenti e comportamenti. L’esperienza deve essere involontaria e indesiderata, provocare sofferenza e compromettere significativamente la vita della persona. Non deve appartenere a una pratica religiosa o culturale condivisa. Va, inoltre, esclusa una spiegazione diversa, di natura psichiatrica, neurologica o legata a sostanze e farmaci.

La psichiatria, quindi, studia l’esperienza di sentirsi controllati da qualcosa di diverso da sé. Si incrina il senso di Agency, ovvero quella percezione immediata di essere gli autori delle nostre azioni: il corpo si muove, una voce parla, ma la persona non si percepisce come causa di ciò che sta accadendo. Questi fenomeni possono comparire, in maniera differente, anche nella dissociazione e in alcuni disturbi di natura psicotica. Esistono, nella letteratura, associazioni tra possessione patologica ed esperienze traumatiche. Sentirsi posseduti, in ogni caso, è un’esperienza che può avere origini e significati differenti, soprattutto in relazione alle differenti culture. Non soffriamo in un vuoto simbolico: secondo la “cultural concepts of distress” ci sono modi culturalmente riconoscibili attraverso cui le persone sperimentano, raccontano e interpretano la sofferenza. Non a caso, nelle esperienze di possessione le identità attribuite all’entità tendono a riflettere le tradizioni religiose e i folclori propri della società in cui la persona è immersa.

Le aspettative possono modificare ciò che percepiamo: gli studi sui nocebo dimostrano che aspettarsi un effetto negativo può contribuire alla comparsa o all’intensificazione di sintomi realmente avvertiti; suggestione, esperienze precedenti e osservazione degli altri possono contribuire a formare queste aspettative.

Il cervello non registra passivamente la realtà ma, attraverso il “predictive processing”, costruisce continuamente previsioni su ciò che sta per percepire, confrontandole con le informazioni sensoriali.

Un’esperienza può essere autenticamente reale per chi la vive senza che sia necessariamente reale la spiegazione che le attribuiamo.

 Che relazione può intercorrere tra fede e psicopatologia?

 Non nel punto in cui compare un’effettiva credenza al soprannaturale. Credere nel demonio, negli spiriti o nella possessione non è, di per sé, un disturbo mentale. Escludendo altre condizioni, bisogna considerare se l’esperienza sia culturalmente condivisa oppure estranea al contesto della persona, vedere fino a che punto  queste “possessioni” siano di natura volontaria oppure subita e osservare fino a che punto provocano sofferenze e compromissioni.

 «La nostra normale coscienza di veglia, quella che chiamiamo coscienza razionale, non è che un particolare tipo di coscienza.»    

   — William James, The Varieties of Religious Experience (1902)

Chissà se i nostri demoni più potenti non sono quelli che sappiamo dimostrare, ma quelli ai quali la nostra mente riesce a dare un volto e, in alcuni casi, persino un nome. 

Tra ciò che esiste e ciò che crediamo che esista c’è un territorio ambiguo: quello dell’esperienza. E’ così che anche l’invisibile può diventare terribilmente reale.

 

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