Sul Corriere della Sera, il giornalista Lorenzo Cremonesi commemora il decennale della morte del dittatore libico Mu’ammar Gheddafi e usa termini come “linciaggio” e “vergogna” per il comportamento tutt’altro che riguardoso che fazioni locali, sostenute da forze armate della Nato, riservarono al loro rais.
All’epoca (20 ottobre 2011) in Libia era in corso una guerra civile che vedeva contrapposti uno dei più feroci dittatori islamici e cittadini esasperati che non vedevano l’ora di liberarsi di un pazzo sfrenato che per un lungo periodo, dopo il colpo di stato del 1° settembre 1969 che lo portò al potere, praticamente ogni 30-40 giorni faceva scomparire centinaia di persone con il pretesto che stavano tramando per farlo fuori.
Il giovane colonnello (aveva 27 anni) che senza spreco di forze spodestò il senussita re Idris, accusandolo di essere corrotto, debole e troppo filooccidentale, non è stato mai molto amato dai suoi concittadini. I quali lo temevano per la sua spietatezza ed evitavano di esprimersi apertamente perché sapevano di essere continuamente controllati dalla polizia popolare, la shaibiya, che si intrufolava a tutte le ore nelle case private, asserendo di aver sentito grida di aiuto.
Ai Libici, quindi, era solo consentito di esaltare le doti del loro Grande Capo, ideatore e fondatore della Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista e autore del Libro Verde, la versione libica del Libretto Rosso di Mao.
Gheddafi, che per oltre 40 anni aveva governato il Paese apparentemente tranquillo, ma in realtà privo delle più elementari libertà, sapeva benissimo che in casa, cioè nel suo Paese, non aveva un grande seguito di estimatori. La stessa guardia del corpo composta da giovani donne, le Amazzoni, che 24 ore su 24 vegliavano su di lui, aldilà dei pubblici apprezzamenti del loro datore di lavoro, era una sorta di harem che egli, come un suo grande ammiratore e amico italiano, utilizzava per rallegrare la propria vita quotidiana. Pertanto anche tra le “Amazzoni” c’era chi lo temeva, sebbene lui raccontasse di continui gesti eroici da esse compiuti per proteggere la sua vita.
Il dittatore libico, avendo capito che la guerra civile volgeva verso una sua disfatta, con i pochi fedelissimi che gli erano rimasti cercò di scappare verso uno Stato confinante con la Libia che potesse proteggerlo, dargli il tempo di riarmarsi, tornare nel suo Paese e riprendere il potere.
Purtroppo il suo piano non riuscì. Benché avesse offerto ai suoi avversari oro e denaro in abbondanza, Gheddafi, quando venne catturato, fu maltrattato, stuprato e ucciso senza alcun riguardo. Ma come si può avere riguardo per una persona che, illudendosi di poter diventare il capo assoluto, il punto di riferimento di tutto il mondo arabo, oltre a sterminare migliaia di libici col pretesto che stavano tramando contro di lui, aveva provato a far assassinare per ben due volte il re Hussein di Giordania e il capo palestinese Yasser Arafat, oltre a finanziare attentati terroristici che avevano fatto centinaia di vittime?
Questo era Gheddafi. Ma c’è tuttora chi ritiene che sia stato un grande errore farlo uccidere. E questo solo perché egli riusciva a mantenere un ordine fittizio in un Paese, oggi allo sbando e dove sguazzano terroristi e mercanti di migranti. I quali si arricchiscono spedendo nel Mediterraneo su barconi vecchi e mal governabili centinaia e centinaia di poveracci che cercano di trovar rifugio in una Europa che non riesce o non vuole risolvere una questione rilevantissima qual è il diritto alla vita di ogni essere umano.
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