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- Roma - Giovedì 18 Giugno 2026
Muore di mesotelioma dopo l'esposizione all'amianto nelle Officine ferroviarie di Foggia: la Cassazione conferma la condanna delle Ferrovie dello Stato
La Corte di Cassazione conferma la condanna delle Ferrovie dello Stato per la morte di un ex lavoratore esposto all'amianto, riconoscendo risarcimenti per oltre un milione di euro.
Diciassette anni dopo la morte e oltre un decennio di procedimenti legali, arriva la parola definitiva della giustizia sul caso di un ex lavoratore delle Officine Grandi Riparazioni di Foggia deceduto a causa di un mesotelioma legato all'esposizione professionale all'amianto. La Corte di Cassazione ha infatti confermato la condanna nei confronti delle Ferrovie dello Stato, mettendo fine a una vicenda giudiziaria che ha impegnato per anni i familiari della vittima nella ricerca di verità e riconoscimento delle responsabilità. La decisione rende definitive le pronunce emesse nei precedenti gradi di giudizio e riconosce il diritto al risarcimento per i danni subiti dal lavoratore e dalla sua famiglia.
L'attività nelle Officine Grandi Riparazioni
L'uomo, originario di Orta Nova e residente a Foggia, aveva lavorato tra il 1969 e il 1971 nelle Officine Grandi Riparazioni ferroviarie come aggiustatore meccanico. Le sue mansioni riguardavano interventi di manutenzione su motori, impianti elettrici, tubazioni e altri componenti dei rotabili ferroviari che all'epoca contenevano materiali a base di amianto. Secondo quanto emerso nel corso dei procedimenti giudiziari, le attività si svolgevano in ambienti privi di adeguati sistemi di aerazione e senza efficaci dispositivi di protezione, condizioni che avrebbero favorito la diffusione nell'aria di polveri e fibre pericolose.
La diagnosi e il peggioramento della malattia
I primi segnali della patologia comparvero alla fine del 2006. Successivamente arrivò la diagnosi di mesotelioma, una delle malattie più gravi associate all'esposizione all'amianto. Il decorso si rivelò particolarmente aggressivo e nel marzo del 2009 il lavoratore morì all'età di 68 anni. La sua scomparsa lasciò la moglie e due figli, che da quel momento iniziarono un lungo percorso per ottenere il riconoscimento delle responsabilità legate alla malattia.
Il riconoscimento dell'origine professionale
Già nelle prime fasi della vicenda l'Inail aveva riconosciuto il legame tra l'attività lavorativa svolta nelle officine ferroviarie e la patologia che aveva colpito l'ex dipendente. Nonostante questo, per ottenere il pieno risarcimento dei danni la famiglia è stata costretta ad affrontare anni di contenzioso giudiziario. Nel corso dei vari procedimenti sono stati esaminati documenti, perizie e testimonianze che hanno contribuito a ricostruire le condizioni di lavoro e l'esposizione alle fibre di amianto.
Oltre un milione di euro di risarcimento
Le diverse pronunce emesse dalla magistratura hanno riconosciuto sia il danno subito direttamente dal lavoratore sia quello patito dai suoi familiari. Complessivamente sono stati riconosciuti circa 200 mila euro per i danni riferibili alla vittima e circa 850 mila euro a titolo di risarcimento per la perdita subita dalla moglie e dai figli. Una somma che supera il milione di euro e che rappresenta il risultato di una battaglia legale durata oltre undici anni.
La vedova non ha visto la fine del processo
Nel corso del lungo iter giudiziario la famiglia ha dovuto affrontare anche un ulteriore dolore. La moglie del ferroviere è infatti deceduta prima della conclusione definitiva della vicenda e non ha potuto assistere all'ultimo capitolo della battaglia intrapresa per ottenere giustizia. A portare avanti il procedimento fino alla sentenza della Cassazione sono stati i due figli, che hanno proseguito il percorso iniziato dai genitori.
Una decisione destinata a fare giurisprudenza
La pronuncia della Suprema Corte assume un significato che va oltre il singolo caso. La conferma della condanna rappresenta infatti un nuovo tassello nel riconoscimento delle responsabilità legate all'esposizione all'amianto nei luoghi di lavoro e richiama l'attenzione sulle conseguenze che questa sostanza continua a produrre anche a distanza di decenni. Si tratta inoltre di una delle vicende più significative legate alle Officine Grandi Riparazioni di Foggia, realtà nella quale numerosi lavoratori sono stati esposti alle fibre nocive nel corso degli anni.
L'intervento dell'Osservatorio Nazionale Amianto
A commentare la decisione è stato l'avvocato Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio Nazionale Amianto e legale della famiglia. "Questa sentenza restituisce dignità a una famiglia che ha atteso troppo tempo per ottenere giustizia e conferma ancora una volta le responsabilità legate all'esposizione all'amianto nei luoghi di lavoro. È una decisione importante non solo per i familiari di Rocco, ma anche per tutti coloro che hanno lavorato nelle Officine Grandi Riparazioni di Foggia e per le loro famiglie".
Una ferita ancora aperta
La vicenda richiama una delle pagine più dolorose della storia industriale italiana, quella legata all'utilizzo dell'amianto in numerosi settori produttivi. Nonostante il divieto introdotto da anni, gli effetti dell'esposizione continuano ancora oggi a manifestarsi attraverso malattie che possono comparire anche a molti anni di distanza dal contatto con le fibre. La sentenza della Cassazione chiude definitivamente il percorso giudiziario della famiglia, ma riporta al centro dell'attenzione il tema della tutela della salute nei luoghi di lavoro e delle conseguenze che centinaia di lavoratori e i loro familiari continuano a pagare a distanza di decenni.
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