Enzo Carra: il “mostro” che invece era un martire
L’ultimo libro di Enzo Carra è un testamento morale per tutti quelli che verranno dopo di noi, un libro che andrebbe letto nelle scuole, che parla di diritti negati e di violazione palese della privacy, un libro scottante per tutto quello che racconta. Abbiamo chiesto un commento al meridionalista e scrittore Mimmo Nunnari.
(Prima Notizia 24)
Domenica 26 Febbraio 2023
Roma - 26 feb 2023 (Prima Notizia 24)
L’ultimo libro di Enzo Carra è un testamento morale per tutti quelli che verranno dopo di noi, un libro che andrebbe letto nelle scuole, che parla di diritti negati e di violazione palese della privacy, un libro scottante per tutto quello che racconta. Abbiamo chiesto un commento al meridionalista e scrittore Mimmo Nunnari.
Fu trascinato con ceppi di ferro stretti ai polsi come nei secoli passati briganti schiavi dell’Alabama e reclusi di Alcatraz. Fatto sfilare davanti a un plotone di fotografi, giornalisti e telecamere, come fosse stato catturato un mostro, colpevole chissà di quali nefandezze.

Ma non era certo un mostro Enzo Carra, giornalista e all’epoca portavoce della Democrazia Cristiana. La scena era stata accuratamente preparata, perché l’Italia tutta vedesse come la magistratura affrontava la questione della corruzione in politica.

La macchina di Mani pulite era partita da un pezzo, ma bisognava suscitare nell’opinione pubblica il maggior clamore possibile, con l’aiuto fondamentale di giornali e televisioni. Solo che l’uomo portato in carcere con gli schiavettoni alle mani, bravo editorialista politico di giornali nazionali, in quel momento portavoce di Arnaldo Forlani (del segretario della Democrazia Cristiana), come appurò dopo la stessa magistratura, era innocente.

Tutto ciò accadde al tempo dell’inchiesta della procura della Repubblica di Milano ormai entrata nella storia del Paese con tutte le sue ambiguità e misteri che fanno parte di un’Italia malcerta mai diventata nazione compiuta. Carra fece carcere ingiustamente e poi, scagionato, finì nell’elenco delle vittime incolpevoli di quel periodo di furore giudiziario.

È morto il 2 febbraio scorso Carra, a 79 anni. Chi lo ha conosciuto lo ricorda come uomo mite e perbene, un vero cristiano. Pier Luigi Castagnetti, leader cattolico democristiano di scuola dossettiana, tra i fondatori del Partito Popolare Italiano, di cui fu segretario politico, ha scritto su Facebook: “Enzo era un formidabile affastellatore di pensieri intuizioni idee che metteva a disposizione degli amici: ognuno prendesse ciò che gli serviva. Voleva parlare di Dossetti, di La Pira, di Turoldo, di Balducci, di don Milani. Cercava la genuinità di un pensiero cristiano primordiale, evangelico.

Si, cercava il Vangelo”. Era questo descritto da Castagnetti l’uomo trascinato in manette fuori dal Tribunale di Milano. Un professionista educato dalla scuola democristiana a stare dove era giusto stare, quasi mai in prima fila o a cercare riflettori le luci della ribalta. Uno serio, cristiano, altruista. Il figlio, Giorgio Carra, anche lui giornalista, dopo i funerali del padre ha ricordato quell’episodio del 1993: “Fu trattato come una bestia. Quell’immagine è l’emblema di come non devono andare le cose. Poche settimane prima era stato arrestato Riina, che se la rideva, non certo con quegli schiavettoni a favore di telecamera”. Enzo Carra, conosciuto come portavoce della Democrazia Cristiana, è stato oltre che un colto valente giornalista della carta stampata, anche deputato della Margherita il partito di Francesco Rutelli. Dopo molti anni da quell’esperienza terribile, segnata dalla violenza dei ceppi, che gli segnò la vita, aveva deciso di scrivere un saggio sulla politica italiana della prima Repubblica. Lui che sapeva tutto che i retroscena li viveva in presa diretta contatto con i leader di allora: da Andreotti a Forlani, a Cossiga, a Craxi, ai dirigenti comunisti e di altri partiti. Voleva raccontare la sua verità dopo le vicende giudiziarie patite. Ha fatto in tempo a vedere la copertina del libro, ma non il volume, uscito in questi giorni dopo la sua morte. E’ un libro “L’ultima Repubblica” (Eurolink University Press, pagine 192, euro 24) che merita di essere letto da chi vuole conoscere vita e morte della Prima Repubblica, e da chi deve ancora lavarsi la coscienza, per aver contribuito a creare in Italia quel clima di caccia al colpevole, che colpevole doveva essere a tutti i costi: “perché non poteva non sapere”, come Carra appunto. Il giornalista ha scelto il titolo “L’ultima Repubblica” perché per lui la Prima Repubblica non è mai finita, o meglio le altre, come ha osservato, non sono mai cominciate.

Ha scritto: “Ci sarà il tempo per riflettere se davvero una Prima Repubblica corrotta sia stata rovesciata da una virtuosa Seconda Repubblica, o se di repubbliche ve ne sia stata sempre una sola e alla prima parte vadano riconosciuti molti meriti”. L’introduzione al libro, sotto la forma di conversazione dialogo, è di Gherardo Colombo, che fu magistrato del pool Mani Pulite, di cui Carra nel tempo è diventato amico. “Trent’anni orsono, all’epoca di Mani Pulite - scrive Carra - io ero a San Vittore e Gherardo Colombo nel pool di Milano.

Trent’anni dopo ci siamo incontrati di nuovo, ci siamo conosciuti davvero e siamo diventati amici. Condividiamo molti dubbi e qualche certezza”. Nel libro, il giornalista democristiano non ricostruisce solo le vicende personali e storiche di quella tormentata stagione politico giudiziaria italiana, ma della Prima Repubblica racconta la vita, fino al momento del tentativo di rovesciarla.

Fa un particolare riferimento al suo partito, la Democrazia Cristiana, e ai suoi leader, premettendo che in quel 1992, a spirare, è stato pur sempre “il partito della ricostruzione nazionale, il partito al governo, con schiaccianti maggioranze, dalla fine della seconda guerra mondiale, fino a questa inchiesta giudiziaria”. Racconta passaggi difficili della vita della nazione, cita personaggi di rilievo, statisti, uomini della Chiesa, narra delle corse per il Quirinale, delle offensive della mafia contro lo Stato, e delle preoccupazioni che ne derivavano. E racconta del successo della Lega Nord, che: “aggredisce un sistema dei partiti senza forze, piegato in due”.

Ricostruisce, da valoroso cronista politico, passaggi storici politici e giudiziari che hanno decretato se non il cambio della Repubblica sicuramente il cambio di un’epoca di cui Carra con ironia amara dice che ci sarà il tempo per riflettere su quanto accaduto: “Quel giorno potremmo insinuare che la Repubblica dei partiti è stato il peggiore dei sistemi, a eccezione di alcuni venuti dopo”.

Le ultime frasi di questo libro intenso sono illuminanti: “La politica della Nuova Fase, concentrata nel denunciare gli errori del passato, oggi che quel tema è inservibile fatica a guidare gli italiani e chiede aiuto agli altri. Tutto previsto: Gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertono animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura” (citazione Giambattista Vico”).

Forse leggendo questo libro capiamo il perché dei nostalgici della Prima Repubblica che, come dice Carra, non è mai finita ma sta vivendo una seconda parte in una situazione di drammatico scadimento morale culturale e politico.

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